Vivere e lavorare a Berlino

Di Nicole Cascione

La necessità di riscoprirsi, reinventarsi, mettersi alla prova, insieme alla volontà di partire verso nuovi orizzonti, dove tutto è da scoprire e da vivere, hanno spinto Nadia Frau a lasciare la sua amata Sardegna. Dopo un’esperienza di lavoro come ragazza alla pari in Irlanda, Nadia successivamente si è trasferita a Berlino, dove attualmente lavora come Business Development Manager in un’azienda tedesca.“Ho lasciato l’Italia definitivamente nel 2014, dopo un’esperienza a Milano abbastanza avvilente (solita storia da stagista sfigata). In più sentivo la necessità di migliorare l’inglese, perciò ho cercato lavoro come ragazza alla pari in Irlanda e da lì è cominciato tutto”.

Nadia, cosa è successo dopo l’esperienza in Irlanda?

Ho provato a reinserirmi nel contesto italiano, non senza difficoltà. Da una parte Milano, dove il massimo che mi è stato offerto sono stati 450 euro al mese per sei mesi di stage, senza certezza di assunzione. Dall’altra parte la Sardegna, mia terra d’origine, in cui ho rivissuto antiche angosce che speravo di non dover più affrontare. L’esperienza irlandese, seppur breve, mi aveva finalmente aperto gli occhi: il rispetto per il lavoro e per il lavoratore lì sono concetti paradossalmente obsoleti, tanto che i miei racconti venivano considerati assurdi, al limite della menzogna. A un certo punto mi sono chiesta: “Ha davvero senso soffrire così per realizzarsi nella vita?”.

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Cosa ti ha portato poi a Berlino?

L’amore per un’altra persona e per me stessa. La consapevolezza che il mio viaggio era solo all’inizio. La voglia di rimettermi in gioco in una città vibrante e all’avanguardia.Una famiglia di Berlino cercava una ragazza alla pari, non era proprio ciò che volevo in quel momento, ma ero determinata a raggiungere quel ragazzo che mi aveva fatto perdere la testa, e nondimeno, avevo bisogno di un nuovo inizio.

Di cosa ti occupi al momento?

Al momento lavoro come Business Development Manager in un’azienda tedesca. Il mio compito è in sostanza quello di supportare lo sviluppo e la crescita del business in Italia e in Belgio.

Dal punto di vista professionale, quali differenze hai potuto notare rispetto all’Italia?

Intanto ho un contratto, il che è una grande conquista. Non ho dovuto aspettare la magnanimità di nessun capo illuminato per avere l’indeterminato, è stato così fin dal primo giorno. Allo scadere dei sei mesi di prova ho ricevuto un aumento di stipendio del 40%; lavoro sei ore al giorno, dal lunedì al venerdì, ma guadagno come un normale full time in Italia. Quando arrivano le 15:00 non devo chiedere a nessuno il permesso di andare via, e se faccio gli straordinari mi vengono restituiti in ferie. Praticamente come quando lavoravo a Milano, dalle 9:30 alle 19:30, per una paga misera (nonostante due anni di esperienza nel settore) e un capo che pretendeva assoluta devozione. Prima di lasciare l’ufficio dovevo chiedere a lui se per caso avesse ancora bisogno di me: ho provato a spiegargli che la mia era una laurea in comunicazione e non in medicina, ma nulla, le sorti dell’umanità dipendevano da me.

Come descriveresti il processo di selezione ed assunzione nel Paese in cui vivi?

Dipende dal tipo di posizione per cui ci si candida: ad alti livelli la selezione è rigida, in media si fanno dai quattro ai cinque colloqui; per posizioni medie sono molti meno, ma non è una legge universale. Sicuramente funziona il passaparola, nonostante la città sia enorme e le opportunità pure. È fondamentale crearsi una rete, come dappertutto, il che non significa dover passare la vita a ringraziare qualcuno perché ci ha fatti assumere in questo o in quel posto. In generale, se dovessi usare un aggettivo per descrivere tutto il processo, direi che è educato: i recruiter ti considerano, rispondono alle mail, sono disponibili. Una risposta, negativa o positiva che sia, la si riceve sempre.

Pensi di fermarti definitivamente a Berlino?

In questo sono un po’ bipolare: di Berlino sono innamorata; da quando sono qui, la mia vita ha avuto un’impennata in termini qualitativi, posso fare progetti, ricevo continuamente stimoli. Ma che dire del sole della Sardegna? Dell’affetto della famiglia? Delle serate con gli amici di sempre?Resterò a Berlino finché sarà necessario, ma non c’è giorno in cui non penso a come potrebbe essere la mia vita “giù”.

Come si vive a Berlino? Quali sono i pro e i contro?

A Berlino si vive bene. A differenza di altre capitali europee, si può ancora godere di sprazzi di vita autentica e solidale, soprattutto a est, dove l’attenzione per il riutilizzo di spazi e cose è altissimo. Per vivere non servono stipendi da capogiro, i costi sono infatti nettamente inferiori rispetto a una Parigi o una Londra, ma temo non sarà così per molto. I pro superano di gran lunga i contro, ma se si vuole vivere qui, bisogna fare i conti con grigiore e temperature rigide d’autunno e d’inverno, estati “promiscue”, il tedesco e, a volte, i tedeschi.

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In un trasferimento come il tuo, quanto è importante la determinazione e quanto il desiderio di andare via?

Sono due concetti complementari, ma la determinazione è stata dominante. Non ho mai sentito il desiderio di andare via, quanto piuttosto la necessità di riscoprirmi, reinventarmi, mettermi alla prova. Volersi separare dal luogo in cui si è nati e cresciuti è a mio avviso un concetto negativo. Meglio concentrarsi sulla volontà di partire verso nuovi orizzonti, dove tutto è da scoprire e da vivere. Senza determinazione viene meno il coraggio di provarci, ma la partenza non deve essere una fuga, un modo per scappare con rancore da un posto in cui ci si sente fuori contesto. Prima di una partenza e durante il primo periodo di adattamento, non bisogna dimenticarsi che il distacco è un’opportunità, gli ostacoli una sfida per crescere.

Ormai sono quasi quattro anni che sei andata via dall’Italia. Raccontaci qualche aneddoto che ti è capitato durante questo periodo:

Per una come me ogni giorno è un’avventura e l’ho capito nel momento esatto in cui ho messo piede in Germania. Provate a chiamarvi Frau di cognome e capirete cosa intendo. Comincerete a non ricevere la posta, perché il postino crederà ci sia un errore di compilazione sulla lettera. Gli addetti a qualsiasi sportello vi guarderanno come se foste scemi, perché alla domanda: “Mi dice il suo nome signora?”. E tu rispondi, appunto, signora (Frau in tedesco), vi prenderanno per l’ennesimo immigrato analfabeta oppure rideranno come i matti, creando in voi un candido velo di imbarazzo. Una cosa è certa, nessuno si dimentica di me, la signora Frau, Frau Frau. Un incubo.

Dove vedi il tuo futuro?

In Sardegna, circondata dalle persone della mia vita, nei luoghi della mia infanzia, ma sempre con una valigia in mano, pronta ad accogliere nuove sfide e avventure. Perché le radici sono parte di me, ma anche l’estrema curiosità verso il mondo, nella sua totalità.

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