Le cose da considerare se state pianificando un cambiamento

Di Massimo Costanzi

Ho un debito di riconoscenza verso Alessandro Castagna, editore del magazine Voglio Vivere Così, che non ho ancora avuto il piacere di incontrare di persona. Attraverso il suo gruppo rappresenta, a mio avviso, il miglior canale di informazione per chi voglia affrontare razionalmente una scelta così radicale come quella di trasferirsi in un altro Paese e ricominciare una nuova vita. Una scelta che migliaia di italiani, giovani e non, vorrebbero fare, pur non sapendo neppure da che parte cominciare. Una scelta che io stesso ho fatto più di otto anni fa e di cui sono orgoglioso e soddisfatto. Nonostante sia un romano doc, infatti, non ho mai avuto rimpianti se non quello di non averlo fatto prima, ma purtroppo non potevo.

In questo periodo ho ricevuto centinaia di e-mail, incontrato dozzine di italiani, partecipato a trasmissioni radio-televisive, sempre sullo stesso argomento: l’ineluttabilità di fuggire da un Paese che, ormai da 40 anni, è in un decadimento progressivo e inarrestabile.

Prossimo ai 62 anni, fortunatamente in ottime condizioni psico-fisiche, credo di poter offrire un piccolo ma utile contributo a chi vorrà seguire le mie orme, minimizzando i relativi rischi. Non si può ovviamente generalizzare e non esiste una meta ideale, ma alcune linee-guida sono valide per tutti e in ogni luogo. Credo di poter affermare che le principali variabili che influenzano una decisione così cruciale siano in ordine di importanza almeno tre: la conoscenza dell’inglese, lingua universale; i vincoli familiari e in ultimo il budget su cui poter fare affidamento nel tempo. Analizziamole singolarmente.

La conoscenza della lingua inglese

Da sempre in Italia le lingue straniere non si insegnano come si dovrebbe, ossia almeno con un insegnante di madrelingua. Possiamo rammaricarci del fatto che un laureato in sociologia o biologia insegni francese o spagnolo, ma dobbiamo amaramente prenderne atto. Ciò significa che l’inglese insegnato nelle scuole italiane esprime valori prossimi allo zero. I primi problemi potrebbero infatti già sorgere una volta arrivati in aeroporto. La soluzione a questa mancanza consiste nel prendere lezioni private, secondo le proprie esigenze, ma comunque mai meno di sei ore settimanali per poi andare nel più breve tempo possibile in un Paese “english spoken”. Nell’ottobre 2008 io scelsi la Nuova Zelanda, terra profondamente british, volendo allontanarmi il massimo dall’Italia. Ma possono andar bene anche Paesi come l’Irlanda e la Gran Bretagna naturalmente. Sconsiglio Malta visto l’enorme afflusso di connazionali presenti sull’isola e la presenza di posti dove amano parlare solo l’italiano (leggi le considerazioni di Massimo Costanzi su Malta ndr). Insomma meglio evitare la formula: pago per parlare inglese, e mi ritrovo a dialogare in italiano. L’ideale perciò sarebbe trovare un lavoro sul posto, magari part-time mentre si studia e si approfondisce la lingua. Difficilissimo trovare un lavoro dall’Italia, parlando solo l’italiano, e per giunta ricco di inflessioni dialettali. Per esperienza personale, facendo lezioni e conversazioni in inglese a diversi nostri connazionali, ho notato che molto spesso i problemi riguardano anche la lingua madre. I russi scrivono il cirillico, i cinesi il mandarino, gli olandesi la loro lingua, ma tutti purtroppo parlano inglese meglio degli italiani.

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Vincoli familiari

È la seconda variabile che ci guida nella nostra scelta. Genitori, figli, talvolta coniugi e compagni possono rappresentare il maggior freno alla decisione di espatriare, fino ad annullarla del tutto. In presenza di minori è la legge che decide per voi. Se la vostra dolce metà non condivide la vostra decisione, meglio lasciar perdere. Lo stesso se non ve la sentite di abbandonare i vostri genitori, magari vecchi e malmessi. Personalmente, non essendo stato mai sposato,non sono stato influenzato dalle mie due figlie, da me profondamente amate, anche se è solo dopo la morte di mia madre che ho potuto iniziare la mia avventura. Avventura che rimane sempre influenzata dalla terza e ultima variabile, quella finanziaria.

Il budget a disposizione

I soldi, oltre a coprirvi le spalle, servono per poter attendere i tempi necessari all’ottenimento di un lavoro in loco, se necessario e ovviamente possibile. Paesi come l’Australia, il Canada, la Nuova Zelanda, il Sud Africa e la stessa Malta attuano giustamente politiche del welfare che tendono a favorire i loro cittadini, prima degli stranieri. Esattamente il contrario di quello che, da molti anni, succede in Italia. Normalmente, il costo della vita è correlato al livello medio salariale. Ma non sempre è così. Malta, ad esempio, rappresenta un’eccezione. Ci vivo per libera scelta da oltre due anni e il quadro della situazione mi è ormai chiaro. Se pensate di trasferirvi qui insieme alla vostra famiglia considerate che gli affitti, sproporzionati per dimensioni e qualità degli immobili, si legano a un livello salariale decisamente basso, con un minimum wage di 4,19 euro/ora lordi.

Da aggiungere che non si conosce un diritto del lavoro degno di questo nome. Del tutto diversa la situazione in Canada, nazione ricca di opportunità ma adatta a chi, magari con meno di 30 anni, parla inglese e francese. Il budget è inversamente correlato all’età. Più giovani si è meno soldi servono, cosicché le chances di trovare lavoro diminuiscono col passare degli anni. Una cifra indicativa per trasferirsi all’estero? Direi 30 mila euro, soglia minima per due persone per un anno, che aumenta poi di 10 mila euro per ogni figlio.

Non tentate l’avventura. Non fidatevi di ”amici” e parenti già presenti sul territorio. Sarete sempre voi a rispondere delle vostre azioni. Soprattutto ricordate che le regole esistono per essere seguite. Campioni mondiali di ”furbizia”, spesso noi italiani finiamo col fare pessime figure di fronte agli altri. Senza dimenticare poi che ”audentes fortuna iuvat”, la fortuna aiuta gli audaci, come dicevano i miei lontani antenati che, insieme ai greci, hanno insegnato civiltà e cultura al mondo.

Mi auguro che queste mie considerazioni possano servire a chi è prossimo al ”grande passo” che, ai giorni nostri in Italia, non è più certo il matrimonio.

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