In Italia ricevevo insulti costanti e disprezzo sul posto di lavoro, qui al contrario mi sento apprezzata e ho la possibilità di imparare e crescere professionalmente

Cosa ci fa una ragazza di provincia a New York? Morde la Grande Mela, ovvio. Lara Pelizzola, 28 anni, è cresciuta a Castellucchio, un piccolo paesino di campagna della provincia di Mantova, figlia unica di due genitori che le mancano moltissimo. Perché da quando vive negli Stati Uniti purtroppo riesce a vederli pochissimo.

È il febbraio del 2014 quando decide di lasciarsi alle spalle tutto: casa, famiglia, un lavoro come assistente nell’ufficio commerciale estero di un’azienda locale. Un’esperienza negativa che le fa venire voglia di andare via. Con una laurea e una specializzazione in Lingue per il commercio internazionale conseguita a Verona, fa le valigie e parte per quella che da molti è considerata la città delle opportunità: New York.

Gli inizi non sono facili. Per diverso tempo lavora – come spesso succede ai giovani italiani in fuga all’estero – in un ristorante, prima facendo la hostess e poi la cameriera. Qualche mese dopo l’arrivo a New York conosce suo marito Shane con cui si sposa nell’aprile 2015. E così, sistemate le varie documentazioni, trova anche un impiego in un’azienda di viaggi, la Liberty Travel.

Ogni giorno organizza tour intorno al mondo per i suoi clienti, si sente valorizzata e apprezzata. Finalmente capisce che questa è la sua strada. Quella di New York non è la sua sola esperienza all’estero. Durante la laurea triennale partecipa al programma Erasmus per sei mesi a Leicester in Inghilterra mentre nel corso della laurea magistrale svolge uno stage sempre di 6 mesi MAE/Crui nel Consolato d’Italia a Dar es Salaam in Tanzania.

Ma è nella Big Apple che trova il suo posto nel mondo, come lei stessa ci racconta.

Lara Pelizzola

Lara perché proprio New York?

«E’ successo casualmente, grazie a un lavoro che mi è stato offerto da un’amica all’inizio del 2014. Avevo davvero voglia di un’esperienza all’estero e da tempo ero alla ricerca di un’occupazione in uno dei Paesi di lingua inglese: Australia, Inghilterra e Nuova Zelanda. La città di New York è arrivata per caso».

Cosa cercavi che in Italia non avevi?

«Avevo voglia di un’avventura, di dare un po’ di slancio a un periodo molto piatto e a un lavoro che non mi piaceva. Dopo la laurea, e fino alla mia partenza per New York, ho lavorato per un’azienda in Italia in cui non mi sono trovata affatto bene. Avevo già vissuto all’estero, forse anche per questo sentivo il bisogno di viaggiare di nuovo e provare un’altra avventura».

Raccontaci i tuoi inizi a New York. Penso a come sei riuscita a trovare una sistemazione, ambientarti, avere un’occupazione.

«Tutto è iniziato con un post su Facebook. Un giorno, uno dei tanti di stress in ufficio, scrissi: “Non ne posso più di stare a Mantova, datemi un lavoro all’estero”. Un’amica, all’epoca una semplice conoscente dell’Università di Verona, rispose al mio post dicendo: “Se vuoi venire a New York, ho un lavoro per te”. Pensavo che stesse scherzando ma decisi ugualmente di contattarla per messaggio.

Lei già lavorata a New York da qualche mese in un ristorante e cercava una ragazza che facesse la hostess per rispondere al telefono, prendere prenotazioni e accompagnare i clienti ai tavoli. Unico requisito davvero importante era parlare bene l’inglese. Mi disse che avrei potuto iniziare da lì a breve e decisi così di partire il giorno dopo il mio compleanno, il 12 febbraio 2014, esattamente 10 giorni dopo quel post su Facebook. Arrivata a New York, alloggiai per un anno presso la casa della mia amica, a Elmhurst, nel Queens».

Non deve essere stato semplice per una giovane ragazza muoversi nella Grande Mela. Hai lavorato per tanto tempo come cameriera, come spesso succede ai giovanissimi che decidono di mollare tutto e cambiare vita in un altro Paese. C’è stato qualcuno che ti ha aiutato?

«La mia amica Selenia mi ha aiutata molto nei primi tempi a orientarmi e destreggiarmi sia sul lavoro che nella vita pratica.

Non solo mi ha dato una stanza nella sua casa togliendomi dall’impaccio di dover cercare un appartamento, ma mi ha anche sostenuta a lavoro e in piccole cose come aprire un conto corrente piuttosto che un numero di telefono.

Per me è stata un appoggio morale in quei momenti in cui mi chiedevo se avessi preso la decisione giusta. L’impiego come hostess è durato pochi mesi perché poi ho iniziato a lavorare come cameriera per lo stesso ristorante dove sono rimasta per un anno e mezzo. Lavorare qui per me è stata un’ottima esperienza e mi sono divertita guadagnando discretamente bene.

Mi son sentita molte volte dire: “Hai una laurea e fai la cameriera”. Ma quell’anno e mezzo passato a servire ai tavoli mi ha reso molto più felice del lavoro in ufficio che svolgevo precedentemente. Il secondo grande appoggio l’ho ricevuto da Shane, quello che oggi è mio marito.

Il destino ha voluto che ci incontrassimo pochissimi mesi dopo il mio trasferimento a New York e grazie a lui ho ampliato il mio giro di amicizie e insieme ci siamo trasferiti ad Astoria, sempre nel Queens, un quartiere molto europeo e vitale, dove viviamo da quasi 2 anni. Shane tuttora mi aiuta a capirci qualcosa della sanità americana e su come usare la mia assicurazione medica perché io sono una frana».

Qual è stato il tuo impatto con la metropoli, così diversa da Castellucchio e Mantova. E cosa ti ha conquistato al punto tale da rimanerci?

«Il motivo per cui mi sono innamorata di New York è quella sensazione che ho sempre avuto camminando lungo le sue strade, come se tutto fosse possibile. Mi son sempre sentita ispirata dalla sua grandezza e dalle sue storie di successo, incoraggiata e motivata a fare di più e meglio. New York è una città immensa e quando mi trasferii era pieno inverno, probabilmente uno degli inverni più freddi che la città avesse mai visto.

Ricordo di non averla esplorata per nulla nei primi 3 mesi, un po’ per il clima gelido e un po’ perché lavoravo moltissimo, spesso 6 giorni a settimana. Non c’è stato un momento preciso in cui ho deciso di rimanerci, semplicemente i mesi passavano e a lavoro mi trovavo bene e guadagnavo discretamente. Il fatto di essere rimasta è stato un concatenarsi di eventi che hanno fatto sì che non avessi un motivo reale per andar via.

Prima il lavoro, poi l’incontro con Shane, la convivenza, i mobili, il gatto. Anche ora, dopo 3 anni, mi sembra di non aver visto tutto ciò che la città ha da offrire e mi sento a tratti una turista e, in qualche modo, il mio rapporto con New York non è ancora volto al termine».

New York è la città delle opportunità. Anche tu hai trovato la tua: prima con Shane, tuo marito, e poi con l’agenzia di viaggi Liberty Travel. Di cosa ti occupi nello specifico? Tra i tuoi clienti ci sono anche italiani?

«Ci lavoro da un anno e fa parte della multinazionale australiana “Flight Center” di cui Liberty Travel è uno dei vari brand.

Il mio ufficio è a Manhattan, a pochi passi da Grand Central e Bryant Park. Qui i nostri clienti possono entrare e discutere con me e con i miei colleghi. Organizzo viaggi in tutto il mondo, ma soprattutto in Europa, compresa l’Italia, e ai Caraibi.

La mia agenzia si occupa solo di viaggi dagli Stati Uniti verso il resto del mondo e quindi i miei clienti sono solo americani. Ho avuto però il piacere di lavorare con diversi italiani che vivono a New York e che cercavano un viaggio all’estero. Sono l’unica italiana impiegata tra le varie agenzie che abbiamo a New York. I viaggi che organizzo sono dal più semplice hotel e volo in Messico o su un’isola Caraibica a un itinerario di varie città europee completamente creato ad hoc per il cliente.

Quando mi occupo di un viaggio complesso, come per esempio un tour indipendente dell’Italia (il classico Venezia, Firenze, Roma, Costiera Amalfitana) o un tour di varie città europee (il più venduto è Londra, Parigi, Amsterdam) non prenoto solo hotel e voli, ma anche trasferimenti in aeroporto, visite guidate durante la giornata e treni o voli tra una città e l’altra. Oltre a Caraibi e Europa, vendo anche pacchetti per vari paesi asiatici, in testa a tutti la Tailandia, seguita da Bali e dal Giappone. Un lato sicuramente positivo è viaggiare grazie al mio lavoro.

Quest’anno sono stata due volte ai Caraibi, a Turks e Caicos per una conferenza e ad Antigua per provare e conoscere meglio Sandals, una catena di hotel stupendi».

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Quali sono le richieste più bizzarre che hai ricevuto?

«Ce ne sono state davvero tante ma credo che “voglio andare in crociera da New York ad Atene” sia ancora una di quelle che mi ha fatto più ridere. Piuttosto che una vacanza al mare alle Cinque Terre a gennaio o un viaggio a Bali per 3 notti (ci sono 22 ore di volo e 12 di fuso orario!). Il tour più complesso che abbia prenotato finora è stato una sorta di viaggio intorno al mondo della durata di 45 giorni da New York a Parigi, Nairobi, Hong Kong, Auckland, Sydney e Buenos Aires».

Lara Pelizzola

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Un viaggio che consiglieresti di fare almeno una volta nella vita?

«Un safari in Africa. Parte del mio cuore è ancora in Tanzania».

New York è molto cara. In quale periodo conviene visitarla?

«La città non è tutta costosa, ma Manhattan certamente lo è. Non solo gli hotel hanno prezzi elevati ma anche uscire a cena o a bere qualcosa ha un costo molto diverso che in Italia. Al contrario però, ci sono voli con ottimi prezzi dall’Italia, soprattutto da Milano.

Il mio consiglio spassionato è di non farsi ingannare da voli con costi molto bassi nel periodo da gennaio e marzo perché le temperature sono molto al di sotto dello zero e camminare per ore all’aria aperta è difficile. Allo stesso tempo, agosto è un mese estremamente caldo. Consiglio New York a maggio e giugno o settembre e ottobre, gli stessi periodi in cui visitereste l’Italia per avere delle belle giornate di sole senza patire il caldo o il freddo.

Dicembre ovviamente è un ottimo mese per le illuminazioni natalizie, ma è un terno al lotto per il clima. L’anno scorso ad esempio è stato molto temperato, quest’anno invece è freddo e ha già nevicato. In linea di massima New York è costosa. Si può però risparmiare qualcosa attraverso AirBnb piuttosto che facendo un pranzo al sacco».

Che differenze hai riscontrato in ambito professionale, e non solo, rispetto all’Italia?

«La differenza fondamentale è la quantità di opportunità lavorative presenti a New York e la possibilità di ottenere un lavoro anche senza aver già ricoperto necessariamente quel ruolo. Per esempio, prima di iniziare come agente di viaggi non avevo alcun tipo di esperienza. Non ho studiato turismo né ho mai lavorato per hotel, tour operator o nel settore viaggi.

Avevo solo un po’ di conoscenza nel settore vendite. Ho sempre avuto il pallino dei viaggi ma ero consapevole che lavorare in un’agenzia in Italia fosse difficile e non molto remunerativo e quindi avevo accantonato questo percorso di carriera. A New York invece mi è stata data l’opportunità di imparare e di provarci.

La mia azienda e il mio capo ufficio mi hanno insegnato moltissimo nell’ultimo anno e mi hanno permesso di imparare e camminare con le mie gambe. Nel lavoro che ho svolto in Italia, venivo trattata malissimo con insulti costanti e disprezzo. Era il mio primo lavoro dopo la laurea e mi sono sentita molto toccata da certe parole della mia ex capa tanto da arrivare a casa in lacrime più di una volta. Adesso invece mi sento apprezzata e nonostante le pressioni di un lavoro di vendita, in questo anno ho avuto vari successi e sono stata sempre tra i migliori nuovi consulenti».

Come riesci a muoverti in una giungla metropolitana come New York? Insomma come si sviluppa una tua giornata tipo?

«In genere mi sveglio alle 6.30 del mattino e lascio il mio appartamento alle 7.15. Il tempo di pochi minuti a piedi e sono alla fermata della metro. Prendo due treni ma in mezz’ora sono in ufficio. Nei periodi meno intensi la mia giornata lavorativa normalmente dura 9 ore, con una di pausa pranzo, e circa 10-11 in quelli più impegnativi.

Rientro a casa verso le 18-19 di sera, dipende dai giorni. Il mio ufficio è aperto dalle 8 alle 20 e i miei turni di lavoro sono dalle 8 alle 17 o dalle 11 alle 20, ma gli straordinari capitano spesso. Con la metro mi muovo ovunque anche perché il servizio è 24 ore su 24. Il mio rapporto con la metropolitana è di amore e odio. Amore perché mi permette di risparmiare svariate centinaia di dollari al mese in auto e assicurazione e mi consente di andare ovunque anche quando è tarda notte e sono stanca. Odio perché è sempre caotica e piena di gente e i ritardi avvengono spesso.

Dover passare in metro circa 2 ore ogni giorno a volte è un po’ pesante e son sempre felice di uscire a New York per un weekend intero e andare dai miei suoceri che vivono in montagna. Oltre alla metro, faccio affidamento su taxi e Uber. Se esco alla sera con mio marito e facciamo un pochino più tardi o magari piove o fa freddo, prendiamo spesso un taxi per rientrare».

New York è una città che può spaventare, soprattutto per chi viene dalla provincia. Che consigli daresti a chi sta pensando a un trasferimento qui?

«Consiglio di cercare un alloggio nel Queens o a Brooklyn almeno per i primi tempi. Se poi lo stipendio lo permette, ci si può sempre spostare a Manhattan.

Astoria per me è un quartiere perfetto per vivere perché offre molti ristoranti, bar, supermercati e qualsiasi servizio con affitti che non sono bassi ma nemmeno proibitivi. Ciò che mi piace di più è che Astoria è una zona di case e palazzi bassi – tre o quattro piani – e dà l’idea di un quartiere periferico ad appena 20 minuti da Manhattan.

Per me grattacieli, luci e folla rappresentano il mio luogo di lavoro ma quando arrivo a casa, cerco un’atmosfera più tranquilla. Trovare alloggio a New York non è semplice e la maggior parte degli appartamenti sono gestiti da broker. Se però volete risparmiare la commissione degli agenti immobiliari, consiglio di cercare su app come Trulia o online su siti come Craigslist. Quest’ultimo è anche un’ottima fonte per cercare lavoro nei ristoranti o come babysitter».

italiani a news york city

A sorpresa Donald Trump è il nuovo presidente degli Usa. New York è stata una delle città che ha fin da subito protestato contro la sua vittoria. Molto discussa soprattutto la sua politica nei confronti dell’immigrazione. Tu da “immigrata” cosa ne pensi e anche se ancora presto per dirlo, che scenari si delineano per l’America?

«Il giorno dopo l’elezione di Trump è stato uno dei giorni più strani da quando vivo a New York. Nel mio ufficio regnava il silenzio e lo sgomento. New York è una città progressista e moderna e sebbene non riesca del tutto a delineare cosa succederà in America nei prossimi anni, ho la certezza di vivere in una città dove il sindaco è dalla parte degli immigrati e delle minoranze.

A New York l’immigrazione illegale è ovunque e non viene soltanto dai Paesi latino americani ma anche dall’Europa e dall’Italia. Camerieri, cuochi, babysitter sono spesso persone che non hanno i documenti in regola, ma non per questo fanno qualcosa di male. In due anni di ristorante ho conosciuto moltissime realtà e persone che si fanno in quattro per guadagnare e aiutare la famiglia nel Paese d’origine

Una figura come Donald Trump spaventa e non è certo quello che auguro a questo Paese e non mi sento rappresentata da lui. C’è da dire che ha anche già fatto marcia indietro su moltissime teorie espresse in campagna elettorale quindi non resta che stare a vedere».

Prima di trasferirti a New York hai avuto altre 2 esperienze all’estero: durante la laurea triennale hai svolto l’Erasmus a Leicester in Inghilterra (6 mesi) e durante la laurea magistrale uno stage MAE/Crui nel Consolato d’Italia a Dar es Salaam in Tanzania dove hai vissuto sei mesi. Come si vive in questi due Paesi completamente diversi tra di loro?

«L’Erasmus in Inghilterra è stata la mia prima esperienza all’estero e quella che ha dato via alla passione dei viaggi. Ho passato sei mesi stupendi andando all’Università in un altro Paese con metodi di insegnamento diversi e conoscendo molti studenti stranieri e migliorando finalmente il mio inglese che era un po’ arrugginito.

In Inghilterra ho vissuto in uno degli alloggi dell’Università, un appartamento a tre piani dove abitavamo in dieci, ognuna nella propria stanza. L’esperienza mi ha permesso di conoscere gente nuova e cavarmela davvero da sola senza l’aiuto di amici o famiglia. L’esperienza in Tanzania è stata completamente diversa e mi ha veramente cambiata. La vita qui era decisamente più semplice e basata sulle piccole gioie della vita, una bella differenza con New York.

Ho scelto la Tanzania per avere un’esperienza completamente diversa ed è un viaggio che si fa una volta nella vita. Sono stata fortunatissima a essere stata indirizzata verso un alloggio gestito da una ONG siciliana di nome COPE dove mi sono trovata benissimo. Ho vissuto con volontari internazionali e cooperanti che mi hanno aperta a un mondo per me nuovo, quello della cooperazione internazionale. C’è stata anche qualche nota dolente perché i problemi di salute erano all’ordine del giorno, ma nel complesso ricordo quei 6 mesi come uno dei periodi più felici della mia vita e ho molta voglia di tornarci».

Ti manca l’Italia e un domani pensi di ritornarci stabilmente?

«Mi manca la mia famiglia e gli amici. Mi manca soprattutto una giornata di shopping con mia mamma piuttosto che una cena di sushi con le mie amiche o un aperitivo in centro a Mantova la domenica.

Mi piacerebbe molto ritornare nei prossimi 4-5 anni quando io e mio marito decideremo di allargare la famiglia. Shane è americano e non ha mai vissuto in Italia, ma gli piacerebbe tanto. Il nostro desiderio è avere dei figli e l’appoggio fisico dei miei genitori, ma ci rendiamo conto che non è affatto facile per noi trovare lavoro nel mantovano.

Lui si occupa di consulenza finanziaria e la sua azienda è presente a Milano. Si sta impegnando molto nell’imparare la lingua italiana ma servirà ancora molto tempo. Io vorrei rimanere nel settore turismo e viaggi e chissà, magari un futuro troveremo un’opportunità in Italia».

Progetti per il futuro?

«Per il momento voglio continuare a fare il lavoro che svolgo e migliorarmi così da crescere professionalmente in questo settore che amo. Voglio viaggiare il più possibile. Ho già un viaggio programmato a febbraio nella Repubblica Domenicana, mentre c’è l’intenzione di visitare il Messico entro settembre.

Io e Shane ci siamo sposati qui a New York, ma stiamo pensando di organizzare un matrimonio come si deve anche in Italia nel 2018».

La mail di Lara:

[email protected]

Intervista di Enza Petruzziello