Il percorso può seguire traiettorie diversissime l’una dall’altra: accidentato, lineare, a curve strette o parabole morbide. Ma il cambiamento forse arriva quando non lo si avverte più come uno strappo lacerante. Questo non significa che sia indolore. Qualcosa si lascia, sempre. E cambiare pelle non è mai del tutto privo di ripensamenti.

L’argomento lavoro, in particolare in questi tempi, merita rispetto e serietà. È una componente estremamente importante delle vite di ciascuno di noi. Che regali soddisfazioni o sia causa di disagio profondo è indubbio che si insinui nella nostra vita fino a diventare una sorta di identità. Fino a sovrapporsi ad essa. Da qui il titolo dell’articolo e da qui le spesso drammatiche ripercussioni sulla vita di chi lo perde o è costretto a cambiarlo.

Ma questo pericoloso coincidere del lavoro con l’essere è anche ciò che spesso paralizza in un recinto di abitudini e certezze. Ci si abitua a vedersi fare una certa cosa fino al punto di credere di essere quella cosa. Un vecchio proverbio dice: “Chi nasce tondo non può morire quadrato.” A volte le sovrastrutture culturali si interiorizzano talmente da non essere riconosciute per ciò che sono: sovrastrutture appunto.

Allora cosa vuol dire lasciare un posto fisso per seguire un progetto di vita e di lavoro senza certezze che non siano quelle del proprio entusiasmo. Lo chiediamo ad Alessia Colognesi.

Alessia Colognesi mestiere

Ciao Alessia. Vuoi raccontarci, per cominciare, cos’è il Giardino dei Viandanti?

Non siete mai stati al Giardino dei Viandanti? Bene allora prima di iniziare a leggere quest’intervista fateci un giro: www.ilgiardinodeiviandanti.com, il resto verrà da sé. Il Giardino dei Viandanti è un punto di arrivo che ogni giorno sa stupirmi, una tappa di un viaggio iniziato un po’ di anni fa, un luogo che non pensavo nemmeno potesse esistere, che ho costruito insieme alle persone che hanno deciso di condividere con me questo viaggio.

Il Giardino nasce dall’amicizia di tre persone con storie e origini differenti e dalla condivisione di un intento comune: favorire la conoscenza tra gli individui, intesi come persone e non come semplici portatori di una diversa provenienza.

Lavorare per l’intercultura attivando progetti socio-educativi e di comunicazione finalizzati alla diffusione delle diverse culture e dei diversi modi di pensare, ha allargato i confini del mio mondo e mi ha permesso di riscoprire e assecondare la mia natura nomade.

Cosa significa per te viandante?

Un viandante è un viaggiatore, uno per cui tutta la vita è un viaggio. Bada bene, si può viaggiare anche stando fermi, basta osservare intorno con occhi nuovi, dare valore agli incontri e alle persone che percorrono la nostra strada.

Il viaggio per me è la vita. Essere viandanti è uno dei modi per essere sé in ciò che ci appartiene più di tutto.

Come nasce in te questa idea di assecondare la tua natura nomade con questo progetto?

Come ti dicevo Il Giardino è stato solo un punto di arrivo di qualcosa che mi è sempre appartenuto: la curiosità, che ti porta a sperimentare, incontrare, contaminarti ad essere per natura per sempre in viaggio.

É questo che volevo nella mia vita e l’ho capito passo, passo sbagliando e mettendomi alla prova. In un lavoro devi potertici specchiare. Oggi, quando mi alzo la mattina, mi riconosco anche per ciò che farò nella mia giornata.

Cos’è per te il cambiamento?

Una sorpresa che arriva e non sai dove ti porterà.

Quando e come hai iniziato a maturare l’idea di cambiare la tua vita cambiando lavoro? Ce lo racconti passo per passo?

É iniziato tutto quando ho capito che non ero più felice a causa del mio lavoro. I giorni si trascinavano dietro di me. Avevo 33 anni, ma era come ne avessi 100, seduta dietro a una bella scrivania di legno bianco con le pareti di vetro trasparenti che mi abbagliavano di luce e mi toglievano il respiro. Tutti i giorni composta davanti al mio schermo 15 pollici. Tutti i giorni uguali con il ricevitore del telefono all’orecchio e una voce all’altro capo che stentavo a riconoscere.E poi c’erano i sabati, per due anni mi hanno trasmesso energia e hanno dato un significato al mio lavoro. Ogni sabato mattina delle persone in carne ed ossa, venute da ogni parte del mondo, partecipavano ai miei corsi d’italiano e ogni fine settimana era come partire per un viaggio nuovo sapendo che anche se quel giorno sarei tornata, sarei comunque sempre potuta ripartire il sabato seguente. É così che passo per passo ho capito ciò che volevo veramente nella vita. Volevo che fosse per sempre sabato mattina.

Il giardino dei viandanti

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Hai avuto paura?

Del giorno del mio licenziamento ricordo intensamente due sensazioni: la leggerezza che mi sono sentita addosso in un momento, come se mi fossi improvvisamente liberata di un grosso macigno e poi il caldo bagnato delle lacrime che scorreva invisibile sul mio viso.

Le difficoltà per arrivare a questa decisione sono state più materiali o mentali?

Tutte e due. Ma non ce l’avrei mai fatta senza la convinzione mentale.

Lasciare un posto fisso, oggi, è decisamente una decisione coraggiosa? O incosciente?

Era l’unica strada possibile per stare bene e ricominciare a vivere.

Come hanno reagito le persone attorno a te?

Hanno accettato lentamente. É questione di abitudine, un po’ come quando cambi pettinatura e poi il tempo aggiusta tutto.

Hai mai avuto ripensamenti? Hai paura del futuro?

Mai. Anzi, nei momenti di difficoltà ripenso ai giorni in cui mi mancava l’aria. Al nodo in gola che mi rubava il respiro ogni mattina. Nel Giardino l’aria è frizzante e sempre in fermento.

Che posto occupa nel tuo sentire e affrontare le cose la follia?

Quando ho smesso di tentare di incasellare me e la mia vita dentro a dei cliché mi sono sentita normalmente folle. Oggi vivo a modo mio questa follia tutti i giorni.

Cosa, ad un certo punto, ti è parso insopportabile del tuo vecchio lavoro?

La mancanza di senso in ciò che facevo. Il non sentirmi utile e la lontananza delle persone. Per me il lavoro deve nobilitare l’uomo, alimentare il corpo e la mente, donare stimoli e permetterti di crescere. Il mio non lo faceva più da molto tempo.

Lasciare tutto per ricominciare da zero, cosa cambia nell’approccio complessivo della vita? È cambiato il tuo modo di relazionarti alle persone?

Sei più umile, ma anche più forte. Oggi la gente crede di valere per ciò che è diventato da grande. Siamo abituati a classificare le persone e il loro valore sociale con il ruolo lavorativo che ricoprono: il dottore, l’avvocato, il manager. Il Giardino dei Viandanti non è semplicemente il mio lavoro è ciò che sono, i valori in cui credo, le persone che incontro, i semi che alimentano e rendono fertile le mie giornate.

Cambiamento e fare sono due parole che per te hanno un ordine cronologico? O si compenetrano l’un l’altra procedendo insieme?

Per me il fare viene prima di tutto, è una necessità, un modo naturale di essere e sentirsi partecipe della mia vita. Senza la mia naturale tendenza a fare anche col pensiero oltre che con i fatti, il cambiamento non sarebbe stato possibile.

Joseph Roth nel suo libro “Giobbe” fa dire al suo protagonista questa frase “A volte sotto un cielo diverso è possibile un’altra vita”. Tu come la leggi?

Per me il cielo di Roth è un po’ il mio Giardino, da quando sono un viandante, i posti che conoscevo sono completamente cambiati, sono diverse le persone e la ricchezza delle piccole cose ha una luce nuova. Pensa, la mia vita di oggi non assomiglia per niente a quella di un anno fa, anche se vivo sempre nello stesso luogo e sotto le stesse stelle che oggi però, stanno lì a illuminare la strada che ho scelto.

Alessia Colognesi

Come vivi sulla tua pelle la differenza tra cambiamento e fuga?

Fino a che non ho capito che il cambiamento era possibile, la fuga mi pareva l’unica alternativa praticabile per affrontare la realtà. Scappavo coi pensieri dal lavoro che mi attanagliava, rifugiandomi fin dalle prime ore del mattino nei libri, là c’erano le vite degli altri che avrei potuto vivere. Quando timbravo il mio cartellino, come un nuotatore prima di andare in apnea, chiudevo il naso e trattenevo il respiro per tuffarmi in un mare che conoscevo a memoria.Hai mai pensato di cambiare anche Paese? E se sì dove e perché

Sempre nei miei sabati mattina. Ho attraversato continenti, un’esperienza unica. Ero attratta dall’India per i suoi colori e per la natura schiva e mansueta delle persone, dall’Africa per la vitalità di quelle voci, dal Giappone per il modo di fare delle persone, così lontano, così diverso. Alla fine non me ne sono andata, sono rimasta, perché volevo vedere come andava a finire.

Accontentarsi, rinunciare; sinceramente, pensi che a volte non si possa davvero fare altro?

Non è giusto accontentarsi o rinunciare, certamente bisogna saper apprezzare ciò che si ha, senza perdere di vista sé e la propria realtà. Ma a volte mettersi alla prova è necessario per sperimentarsi e fare altro.

Oppure c’è sempre il modo per trovare un varco?

Sono sicura che c’è! É Il modo per attraversarlo che va trovato.

Se avessi avuto dei figli avresti comunque preso la decisione di inventarti un altro lavoro?

Credo che sia impossibile rinnegare la propria natura, insopportabile non poterne escogitare una delle mie. Se avessi avuto dei figli avrei inventato un Giardino anche per loro.

A cura di Geraldine Meyer