Una nuova vita in Canada: Daunia si racconta

A cura di Nicole Cascione

“A chi consiglierei il Canada? A chi è stufo della corruzione italiana; a chi crede che siamo tutti uguali a prescindere dal colore della pelle, dalla religione, dall’orientamento sessuale o dall’ideologia; a chi ha voglia di costruirsi il proprio futuro; a chi ama la natura e le avventure; a chi è pronto a rimettersi in discussione e possiede una forte dose di umiltà”. Daunia Del Ben vive ormai da 7 anni in Canada dove lavora nel mondo del teatro.

Daunia, raccontaci qualcosa di te.

Mi considero un’anima con due cuori. Essendo nata e cresciuta nella bellissima Trieste, sono una cittadina italiana. Fierissima della mia nazionalità, ho ora motivo di ulteriore orgoglio visto che dal 5 febbraio 2020 sono diventata anche cittadina canadese. Un cuore batte per l’Italia, l’altro per il Canada. E’ una sensazione incredibile! Indubbiamente sono un’artista: il mio spirito creativo emerge in qualsiasi cosa mi cimenti. Sono la tipica persona che quando cucina non segue le ricette ma le inventa. Così sono anche nella vita: non seguo i sentieri battuti, ma trovo la mia via. Da sempre appassionata di teatro, sono felicissima di lavorare in questo settore, nonostante gli alti e bassi. Oggi scrivo e produco spettacoli teatrali ed insegno corsi di diversi stili teatrali ai bambini dai 3 ai 16 anni. A fine gennaio, ho debuttato al Jubilee Theatre a Calgary con lo spettacolo “The Chinese Zodiac”. Lo spettacolo è stato creato dai miei colleghi e da me, che ho lavorato assieme agli studenti di una scuola elementare bilingue (inglese e mandarino). Utilizzando stili diversi, abbiamo raccontato l’origine dello zodiaco cinese. Nelle foto allegate si vede una delle maschere speciali che ho disegnato per lo stile magico del teatro delle ombre e il mio dipinto su gel della foresta di bamboo che proiettato sullo schermo, diventa di dimensioni reali. Mi sto specializzando in teatro ombra, scoprendo ed inventando tecniche nuove; lavoro molto con commedia dell’arte, maschere e pupazzi giganti. Durante il master di teatro dell’Università dell’Alberta, ho avuto il privilegio di studiare con uno dei più famosi clown canadesi: Micheal Kennard. Grazie alle sue classi di clown, buffon, slapstick e teatro fisico ora me la cavo piuttosto bene in questi generi. Il professore che però mi ha veramente cambiato la vita in ambito teatrale è stato Stefano Muneroni. Grazie al suo corso sul teatro post-coloniale, ho avuto la possibilità di lavorare su tematiche importanti come la “riconciliazione”. Tuttora collaboro con un artista Stoney-Nakoda, il quale mi ha introdotta alla cultura nativa della popolazione che vive nella riserva indiana confinante con il posto in cui vivo.

Dove vivi precisamente?

Vivo nella provincia dell’Alberta in una zona pedemontana delle montagne rocciose, ad un passo dal parco nazionale di Banff, località molto conosciuta in tutto il mondo. Il mio paese si chiama Cochrane. La cittadina è tutta in stile country: l’hotel della downtown è ancora il vecchio saloon originario (restaurato ovviamente!) e la gente gira davvero con il cappello da cowboy e gli stivali. L’ente per il turismo di Cochrane cerca di promuoverlo come set da film, creando eventi in costume. Cochrane è un piccolo paese da 30mila abitanti ma è a soli 10 minuti di macchina da Calgary, città da 2 milioni di abitanti. Come accennavo, Cochrane confina con la riserva Stoney-Nakoda ed è a mezz’ora dal parco Nazionale di Banff. Per me è un luogo meraviglioso per vivere: vicino ad una grande città e vicino alle montagne. Sono infatti un’amante della montagna, tanto che i miei amici di qui mi chiamano “Mountain Goat”. Adoro esplorare vette, scalare, pattinare sul ghiaccio e sciare. Purtroppo le attività invernali sono un po’ limitate a cause del clima. Le temperature sono molto rigide ma il clima secco aiuta a sopportarle. In inverno arriviamo anche a -50 gradi. Io ho sperimentato i -47!!! Nella mia zona le temperature oscillano molto a causa di un vento chiamato Chinook. Nelle ultime due settimane per esempio siamo passati dai -35 ai 0 gradi. Sicuramente mi godo maggiormente le montagne in estate, una stagione fantastica, sempre soleggiata e con temperature tra i 25 e 30 gradi ma con clima secco.

Daunia Del Ben CANADA

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Sono ormai sette anni che vivi in Canada. Raccontaci, perchè hai deciso di lasciare l’Italia?

Tutto è iniziato con quello che doveva essere un semplice viaggio. All’epoca avevo aperto un’attività di Teatro d’Impresa, ovvero scrivevo e producevo spettacoli teatrali per le aziende con fini formativi o di marketing. Tutto andava a gonfie vele, finchè la crisi dei subprime si fece sentire anche in Italia. Mi ritrovai con un gap di alcuni mesi tra un progetto e l’altro e decisi di utilizzare quel tempo con un viaggio. Il mio compagno, oggi mio marito, desiderava vedere il Canada perchè ufficialmente era la sua terra natia. Fabri, infatti, è nato a Toronto ma la sua famiglia era tornata a vivere in Italia quando lui era piccolo. L’idea del Canada mi piaceva molto, ma mi spaventava il freddo. Decidemmo quindi di andare a Vancouver, meta di prestigio per molti canadesi, proprio per il suo clima temperato. Vancouver è davvero una città particolare: bagnata dall’Oceano Pacifico e protetta dalle North Shore Mountains è sicuramente un paradiso per gli amanti degli sport nella natura. Abbiamo vissuto avventure incredibili, esplorando zone incontaminate e spazi vastissimi. Indubbiamente l’esperienze più stupefacente è stata la settimana trascorsa nel parco provinciale di Vancouver Island e precisamente nello stretto di Johnstone. Abbiamo viaggiato con Kayaks dall’estremo nord dell’isola e ci siamo accampati nella foresta selvaggia. Lì ho visto il mio primo orso, la mia prima megattera (con cucciolo!) ed incredibili stelle marine viola grandi quanto un salvagente. E’ un’esperienza che consiglierei a tutti i lettori amanti della natura. Abbiamo poi lasciato la costa Ovest per viaggiare nella parte Est del Canada. Montreal mi è sicuramente rimasta nel cuore per il suo fermento culturale, il tocco europeo e il suo senso di “mistero da svelare”. Toronto è stata emozionante soprattutto per il legame che Fabri ha con con quei luoghi. I suoi zii ci hanno aiutato a trovare il palazzo in cui lui aveva vissuto i primi 5 anni della sua vita e dove parlava un’inglese perfetto, prima che lo mettesse nel cassetto per far spazio all’italiano. Eravamo giunti alla fine del nostro viaggio ed eravamo pronti a tornare alle nostre vite in Italia. Prima di partire, andammo ad un barbeque dai parenti di Fabri. Quel giorno tutti ci dissero che saremmo dovuti restare in Canada e andare a vivere in Alberta. Tornammo in Italia ai nostri progetti di lavoro, ma qualcosa dentro di noi era profondamente cambiato.

In che modo avete successivamente progettato e pianificato questo importante cambiamento di vita?

Non riuscivo a smettere di pensare al Canada. Ero rimasta affascinata dalla sua diversità e dalla semplicità con la quale culture lontane condividevano gli spazi e la vita di ogni giorno. Ero inoltre convinta che avremmo avuto molte più opportunità in questo Paese. Ero sicura che avrei avuto molto successo nel campo del Teatro d’Impresa, essendo stato creato proprio in Canada. Iniziai a documentarmi sull’Alberta e scoprii che Edmonton è conosciuta come la città del teatro, grazie al successo del suo Fringe Festival. Pensai che fosse il posto perfetto per noi: Vancouver ci era piaciuta, ma non avremmo mai potuto viverci. L’avevamo trovata troppo grigia e piovosa per i nostri gusti ed incredibilmente cara. L’Alberta, al contrario, era famosa per il suo boom economico dovuto al settore del petrolio e ai suoi infiniti cieli azzurri. All’inizio Fabri era scettico, ma alla fine riuscii a convincerlo a partire per un’altra avventura: provare a vivere lì. Per andare a Vancouver avevo usato un permesso che si chiama “working holidays”. Si tratta di un visto che consente ai giovani al di sotto dei 30 anni di ottenere un permesso aperto di lavoro. Ciò significa che il lavoratore può cambiare datore di lavoro con la frequenza e le tempistiche desiderate, senza limiti territoriali. Ogni anno il Canada rilascia una quota specifica di questi permessi e possono essere usati solo una volta per persona. Non potendo fare più domanda per questo permesso, pensai di cercare lavoro in Canada dall’Italia. Il piano ci portò soltanto ad ottenere qualche contatto, ma nulla di concreto. A quel punto, mi resi conto che l’unico modo di farcela sarebbe stato quello di andare direttamente lì. Si trattava di un grosso salto nel vuoto…. E così saltammo!

Quali sono stati i primi passi che hai compiuto arrivata sul posto? E, soprattutto, quali sono state le difficoltà che ti sei ritrovata ad affrontare?

Entrai in Canada con un visto da turista con l’obiettivo di trovare un datore di lavoro che mi facesse un permesso di lavoro. Atterrammo ad Edmonton il 2 di Novembre con due valigie talmente piene che stentavano a chiudersi. Ad accoglierci, trovammo una tempesta di neve e 25 gradi sotto zero. Ci attivammo subito per cercare un appartamento e scoprimmo che muoversi per la città con quel freddo è molto più difficile di quanto si possa pensare. L’abbigliamento italiano invernale non è decisamente concepito per quello stile di vita: per una semplice attività come aspettare l’autobus, abbiamo rischiato di perdere le dita dei piedi e delle mani. Ricordo che dovemmo interrompere le ricerche ed andare a comprarci stivali e giacche canadesi per poter sopravvivere. Le difficoltà non furono legate solamente alle temperature rigide. Ci ritrovammo ad un impasse nella ricerca dell’appartamento perchè i proprietari ci chiedevano un conto in banca per poter affittare e in banca ci chiedevano di fare prima la residenza. Superato questo ostacolo, se ne presentò subito un altro: il permesso di lavoro. Sapevo che non era facile ottenerne uno e che avrei dovuto accettare qualsiasi offerta, anche se avesse significato ripartire da zero. E così è stato. Fortunatamente riuscii a trovare dopo pochi giorni un’azienda che mi fece un “work permit”, ovvero un permesso di lavoro che vincola il dipendente a lavorare esclusivamente con quella compagnia in quella posizione. Per me fu un passo molto difficile. Prima di partire avevo la mia azienda, facevo il lavoro che amavo ed ero riconosciuta come professionista specializzata nel particolare settore del Teatro d’Impresa. Accettare quel permesso di lavoro significava tornare indietro ai blocchi di partenza. Eppure non mi scoraggiai. Sapevo che la pazienza mi avrebbe ripagata delle difficoltà ed ero sicura che sarei riuscita a trovare un altro permesso nel settore del Teatro d’Impresa. Purtroppo scoprii che quel mercato era molto popolare in Quebec ma non in Alberta. Mi rivolsi alla comunità italiana di Edmonton e fui in grado di scrivere e produrre spettacoli su commissione, partecipando a diversi festival. Speravo di riuscire ad espandere le collaborazioni teatrali ed entrare nel mondo del teatro edmontoniano ma non sapevo da che parte iniziare. Decisi dunque di re-iscrivermi all’università. Fui selezionata per una borsa di studio che avrebbe coperto tutte le spese del Master in Fine Arts nel dipartimento di Teatro e riuscii a lavorare all’Università come assistente di ricerca e docenza. Ero al settimo cielo: mi sembrava che tutte le difficoltà si fossero dissipate, nonostante all’epoca fossi ben lontana dall’ottenere la cittadinanza.

Daunia Del Ben CANADA

Ecco, a proposito della cittadinanza, è complicato ottenerla? Come funziona a grandi linee?

E’ sicuramente un percorso lungo e complesso. Per risparmiare, ho deciso di fare tutte le domande (working holiday, permesso di lavoro e studio, residenza e cittadinanza) per conto mio senza un supporto legale. E’ possibile, ma richiede molto tempo e dedizione. Ho iniziato con un “working holiday” ovvero un permesso aperto ma temporaneo. Ho poi ottenuto un “working permit” grazie ad un datore di lavoro che voleva assumermi. Il datore di lavoro deve ottenere un “Labour Market Opinion”, ossia un permesso ad assumere lavoratori stranieri. Con l’LMO ho dovuto guidare fino al confine con gli Stati Uniti (si tratta di 8 ore di macchina!) dove mi hanno rilasciato il permesso di lavoro. Non credo che oggi ci sia ancora questa possibilità. Ho poi ottenuto il permesso di studio e lavoro grazie alla lettera di accettazione dell’Università dell’Alberta. Per essere selezionata ho dovuto passare il test di inglese, presentare il mio curriculum e scrivere un saggio inerente al mondo teatrale. Ho fatto domanda per la residenza permanente. Ci sono diversi possibilità per essere considerati idonei per questo programma. Io ho fatto domanda per la “common in law”. Essendo il mio compagno canadese, ho potuto richiedere un permesso permanente con lui come “garante”. Il problema di questo programma è che una volta inoltrata la richiesta, l’applicante non può lavorare a meno che non sia già in possesso di un permesso di lavoro. Ecco perchè ho dovuto faticare tanto prima pur avendo il compagno canadese. Ci sono comunque altre vie per ottenere la residenza permanente. Quella più comune è la “skilled worker”; bisogna dimostrare di aver lavorato per 4 anni come “skilled worker” per potere accedere a questo programma. Una volta ottenuta la residenza permanente e aver vissuto in Canada per almeno 3 anni con questo permesso, si può far domanda di cittadinanza. Il governo convoca i richiedenti per un test sulla storia, politica, geografia e cultura canadese. Bisogna anche passare un test linguistico a meno che, come nel mio caso, il richiedente abbia studiato in un’istituzione canadese.

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Consiglierei ai lettori interessati a questo percorso di informarsi sui vari permessi perchè le modalità possono essere cambiate da quando ho fatto queste domande (Ndr).

Ora raccontaci qualcosa del Canada. Quali sono i pro e i contro del viverci?

Il Canada è davvero un Paese fantastico! L’elemento che mi ha fatto innamorare di questo Stato è la sua diversità e la politica di inclusione. A differenza dell’America che ha la cultura del “melting pot”, che significa che quando diventi americano dovresti lasciar andare il tuo bagaglio culturale per creare un paese di cittadini con gli stessi valori, il Canada sostiene il concetto chiamato “mosaic”. In parole povere, il governo canadese incoraggia i suoi abitanti a mantenere la loro individualità e originalità e ad accettare l’altro senza pregiudizi. Dopo aver vissuto con amici koreani, cinesi, polacchi, africani, pakistani, etc, ed aver appreso nuove prospettive sul mondo e sulla vita da ognuno di loro, non riuscivo più a stare in Italia, dove vi è una forte discriminazione verso il diverso in generale. Un altro punto a favore del Canada sono le maggiori opportunità qui presenti. E più facile trovar lavoro o aprire un’attività; lavorare nel pubblico non è una “cosa per raccomandati”, ma una possibilità come un’altra. La gente è gentile ed educata e la vita è molto più semplice e a dimensione d’uomo. Per gli amanti della natura e degli animali selvaggi è un paradiso: i cervi camminano davanti alla porta della mia casa e quando vado a lavorare a volte vedo alci meravigliose e aquile imperiali. Quando vado in montagna vedo orsi bruni e a volte grizzly (per mia fortuna sempre a distanza per ora!). Tra i contro, il clima è sicuramente il più gran deterrente. Come spiegavo le temperature sono molto estreme. Nella mia lista dei contro, al freddo aggiungerei sicuramente le grandi distanze, la mancanza di architettura originale, la totale assenza di buon cibo e la carenza di profondità nel settore artistico e culturale. Un elemento che potrebbe essere visto o come un pro o come un contro, a seconda di chi legge, è il fatto che da un anno e mezzo il governo Trudeau ha legalizzato la marijuana. Personalmente non ho notato nessun cambiamento: anche prima la marijuana era assolutamente tollerata. Per questo trovo che la legalizzazione sia un elemento positivo.

A chi lo consiglieresti e a chi no per un eventuale trasferimento?

Lo consiglierei a chi è stufo della corruzione italiana; a chi crede che siamo tutti uguali a prescindere dal colore della pelle, dalla religione, dall’orientamento sessuale o dall’ideologia; a chi ha voglia di costruirsi il proprio futuro; a chi ama la natura e le avventure; a chi è pronto a rimettersi in discussione e possiede una forte dose di umiltà.

Sei mamma di una bimba. Secondo te il Canada è a misura di bambino?

Assolutamente sì! Mia figlia ha 3 anni e mezzo e credo sia molto fortunata ad essere nata qui. Le attività per i bambini non mancano di certo e ci sono parchi in ogni quartiere. I Comuni organizzano attività per bambini al chiuso durante l’inverno; vi sono parchi giochi all’interno di centri commerciali e di strutture pubbliche. L’unica difficoltà è che l’asilo non funziona in ogni provincia alla stesso modo. In Alberta per esempio, i bambini possono andare all’asilo pubblico solo a 5 anni di età e nella maggior parte delle città hanno solo un orario ridotto di 2 ore al giorno. Ciò significa che le famiglie devono mandare i figli in strutture private fino al 6 anno di età, con costi di minimo $1,000 al mese per bambino.

Quali sono i tuoi progetti futuri?

Ho appena finito di scrivere l’adattamento teatrale di una storia dell’artista Stoney-Nakoda con cui collaboro. L’obiettivo di Helmer è quello di ottenere dei fondi pubblici per produrre lo spettacolo nel rinomato centro culturale di Banff. Il mio ruolo sarà quello di occuparmi della regia. Sto inoltre lavorando ad un mio testo teatrale che vorrei presentare al Festival degli Oggetti Inanimati. Il mio sogno è quello di riuscire a portare questo spettacolo in tournèe in Italia nel 2021. Questo farebbe battere i miei due cuori simultaneamente!

Contatti

email: daunia.delben@hotmail.com

website: www.teatrodelleco.ca