Vivere tra le tribù della savana in Tanzania: la storia di Cristina e William

A cura di Enza Petruzziello

«Non c’è nulla al mondo che possa ripagare la serenità di vivere nella savana tra la semplicità della mia famiglia e di tutte le altre tribù che mi circondano». A parlare è Cristina Valcanover, italiana di Trento che da anni ha scelto di chiamare casa la Tanzania.

Un amore a prima vista il suo, in tutti i sensi. È in un villaggio della Tanzania che incontra per la prima volta William Ole Soipei, l’uomo maasai che sposa nel 2015. «Ho rinunciato a tutte le comodità – spiega Cristina -, ma lo rifarei mille volte ancora. La felicità, serenità e tranquillità che ho trovato sono impagabili».

Il suo cambio di vita arriva, come spesso succede, dopo una serie di eventi dolorosi che l’hanno messa a dura prova. Ma nonostante questo Cristina si sente fortunata. Del resto non accade a tutti di sposare e vivere la quotidianità tra i maasai in una savana sperduta ancora sconosciuta. A lei è successo.

Cristina Valcanover tanzania

Ecco cosa ci ha raccontato.

Cristina partiamo dall’inizio. Quando sei stata la prima volta in Tanzania e cosa ti ha spinto a fare un viaggio verso questa terra così lontana e sconosciuta?

«La prima volta che ho messo piede in Tanzania era il 2009. Uscivo da un periodo in cui mi sentivo molto provata. Avevo trascorso quasi cinque anni tra chemioterapie e radioterapie per combattere due cancri. Quando stavo male pensavo al giorno in cui sarei guarita, avevo voglia di vivere e tornare alla mia normalità, volevo partire da sola in un viaggio che sognavo da sempre: l’Africa!

Iniziai a sfogliare qualche catalogo, ma io volevo l’Africa vera e non un Resort. A casa mia nessuno era d’accordo, mi dicevano che era troppo presto, che per me era pericoloso in quanto ancora priva di anticorpi sufficienti nell’affrontare un viaggio simile. Erano tutti preoccupati, ma in cuor mio sapevo che non avrei abbandonato il mio progetto. In questo lungo e doloroso percorso (ero a letto cinque giorni su sette), non riuscivo a fare quasi niente, nemmeno avevo voglia di leggere o guardare la TV, la mia concentrazione era come svanita, passavo le ore fissando il soffitto, sognavo il giorno in cui tutto sarebbe finito, sognavo il giorno in cui avrei potuto tornare a viaggiare. Quei momenti durati anni tra letto e ospedale mi hanno reso più forte e determinata di sempre».

Così nel 2009, dopo quei terribili anni, sei partita per il viaggio dei tuoi sogni. Che cosa ti ha colpito della Tanzania e a tal punto da decidere di ritornarci?

«Dal primo istante che ho messo piede in Tanzania, ne sono rimasta affascinata, era l’Africa che sognavo dal mio letto. Stavo finalmente vivendo. Da quel giorno, io, la Tanzania e le splendide persone che ho conosciuto in quella mia prima vacanza a Zanzibar, ci siamo salutate con un arrivederci. Sono ritornata nei mesi successivi, questa volta scegliendo come destinazione un villaggio maasai dove ho avuto modo di provare dei sentimenti che non provavo da anni, vivere in semplicità nel niente, in mezzo al niente e poi è arrivato William, l’amore della mia vita».

Ecco William. Vi conoscete da 11 anni e siete sposati da 6. Parlaci del vostro primo incontro e di come poi sia mutato in amore.

«Ci siamo conosciuti grazie a degli amici in comune, inizialmente è nata un’amicizia che abbiamo portato avanti negli anni sentendoci sporadicamente, ci confidavamo e ci raccontavamo le nostre vicissitudini. Io vivevo in Italia, ma durante il mio andirivieni tra Italia e Tanzania più volte l’anno, era ormai diventata un’abitudine incontrarsi e confidarsi. Poi all’improvviso ho perso i miei due giovani genitori in appena cinque mesi, prima mio padre, poi mia madre. A quel punto decisi di partire e tornare in Tanzania, di rimanerci qualche mese per staccare la spina. Avevo bisogno di riflettere, dovevo elaborare questa disgrazia, dovevo e volevo riflettere di cosa ne sarebbe stato del mio futuro dopo tutte le sfortune subite nei precedenti anni. Pensai che nessun’altro posto al mondo poteva essere la soluzione migliore di un villaggio maasai tra pace e serenità.

Così chiesi l’aspettativa di tre mesi, e me ne andai a vivere in una capanna maasai. Fu proprio in quella mia lunga permanenza che con William iniziò una nuova conoscenza. Rientrata in Italia, le nostre chat diventarono un appuntamento quotidiano. All’epoca non esistevano le videochiamate WhatsApp, usavamo delle applicazioni che nemmeno sempre funzionavano, perdevamo le ore a scriverci in chat. Il desiderio di stare insieme incominciò a diventare sempre più forte. Prenotai l’ennesimo volo aereo per stare con lui e da quell’istante non ci siamo mai più lasciati. Ci siamo fidanzati nel 2013 fino a coronare il nostro amore con il matrimonio nel 2015. Viviamo insieme tra Italia e Tanzania, tornassi indietro rifarei tutto ciò che ho fatto fino ad oggi, risposerei mio marito perchè grazie al suo amore quotidiano sono rinata! Potete leggere tutto il racconto sul mio blog».

Cristina Valcanover tanzania

Com’è essere sposata ad un masai e come ti ha accolto la gente del posto?

«Sinceramente non mi sento diversa nell’aver sposato un maasai, non sono la prima e nemmeno sarò l’ultima ad aver fatto questa scelta. Mi sono prima innamorata dell’uomo che è William, poi della sua cultura, della sua famiglia e dei suoi amici. I primi tempi da parte della sua gente c’era un certo pregiudizio e della diffidenza nei miei confronti, non tutti accettano nell’immediato questa diversità, ci sono voluti diversi anni di scambio e conoscenza prima di riuscire a far parte delle vite di conoscenti ed amici.

Tutti noi conosciamo gli africani per i loro grandi sorrisi, ma ciò non significa che accettano tutti o gli va bene tutto. Il rispetto, l’accoglienza per lo straniero sono un’altra cosa, sta a noi comprenderne la situazione. Mi sono integrata con l’aiuto di mio marito, sono entrata nei loro cuori “pole, pole” (piano, piano tradotto dalla lingua swahili), cercando di essere sempre me stessa imparando a rispettare la loro vita vivendo come loro, adattandomi giorno per giorno, momento per momento ad ogni nuova situazione che mi si presentava. Mi infastidiva sentirmi dare della bianca anziché usare il mio nome, ancora oggi quando mi reco in città o villaggi sconosciuti, al di fuori della mia zona mi sento chiamare mzungu (bianca in lingua swahili). Chi non mi conosce non sa che comprendo la loro lingua, una volta rispondevo a tono poi con il tempo ho imparato che non sempre viene detto con disprezzo.

Negli anni ho dimostrato chi sono, mi conoscono tutti come Cristina o da loro ribattezzata Tinna, la moglie di William, la figlia della famiglia Sosoine. Sono quella semplice donna che cura la sua casa, zappa l’orto con l’aiuto del marito, elimina erbacce dall’orto, raccoglie la verdura di stagione e coltiva piante proprio come loro. Sono la persona che se arriva qualcuno a portarmi delle uova in cambio di denaro accetto, poiché comprendo che in quel momento c’è bisogno di denaro. Sono anche la donna che ha imparato a farsi rispettare sapendo dire dei no e non solo sì. A distanza di anni, trascorsi al fianco di mio marito maasai, posso solo ritenermi fortunata di averlo conosciuto e fiera del mondo in cui mi ha catapultato. Viva la vita tra la mia famiglia maasai di Kiberashi in Tanzania».

Viceversa, com’è per William essere sposato ad un’italiana? Insomma come siete riusciti a conciliare le due culture e venirvi incontro?

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William: «Quando mi sono innamorato di Cristina e ho comunicato ad amici e famiglia che mi sarei sposato con una donna di nazionalità italiana, tutti pensavano che sarei diventato un “riccone”, mi sentivo invidiato. Questo mi disturbava, dentro di me sapevo bene che provare a spiegarmi non sarebbe servito, i miei amici e vicini di casa erano troppo convinti di questo pensiero. Finalmente con il tempo si sono affezionati a mia moglie imparando a conoscerla. Mi dicono che lei è dei nostri, entra nelle nostre case, mangia insieme a noi e come noi senza porsi problemi. Sono molto soddisfatto e fiero di come mia moglie sia riuscita a farsi posto tra noi, mi sento fortunato, non è semplice per uno straniero adattarsi alla nostra vita.

Quando per la prima volta sono partito per l’Italia, ho notato nell’immediato quanto voi europei non siete carini e sorridenti come quando arrivate in vacanza da noi, inizialmente non è stato semplice guadagnarmi persino il vostro saluto. In un’occasione sono stato scambiato per un accattone, avevo bisogno di chiedere una semplice informazione, non ho avuto nemmeno il tempo di esprimermi che mi è stato risposto: “No, No, No”. In un’altra situazione simile sono sembrato lo spacciatore di turno solo perché di colore. Mi trovavo sulla spiaggia di un lago in Trentino, passarono dei ragazzi e senza nessuna educazione o rispetto di chi poteva sentire, mi chiesero se avessi qualcosa da vendere. Non avevo ben capito a cosa si riferissero, me lo spiegò mia moglie. Inutile dirvi quanto ci sia rimasto male. Qualche boccone amaro l’ho dovuto ingoiare nel vostro mondo, anche se grazie a ciò sono maturato. Vorrei dirvi che non si può fare d’ogni erba un fascio per colpa di qualche mio fratello che sbaglia. In Italia frequento e conosco gli amici di mia moglie, mi sono integrato ricominciando da capo gli studi, ho ottenuto il diploma di licenza media, ho frequentato dei corsi provinciali cercando di inserirmi nel mondo del lavoro, ho fatto il commesso volontario non retribuito nel negozio di un’associazione, giocavo a calcetto come volontario in aiuto di un’altra associazione che segue persone con problemi mentali. Ho cercato di dare il meglio di me stesso nell’abbracciare e sentirmi parte della vostra cultura. Tutto questo l’ho fatto e affrontato per stare vicino a mia moglie, volevo lei e sono lei».

 Cristina Valcanover

Insieme avete avviato “Maasai Travel Life Tanzania”, un’originale attività che permette ai turisti di soggiornare all’interno di un villaggio maasai. Come è nata l’idea?

«I nostri anni insieme ci hanno permesso di conoscerci, rafforzando il nostro amore e il nostro rapporto, abbiamo abbracciato le nostre rispettive culture riuscendo a crescere e maturare insieme, affrontando difficoltà e serenità. Ci siamo aiutati ad entrare nel cuore delle nostre rispettive famiglie ed amici. Nel nostro percorso in Italia, sognavamo di avere una piccola casa nel centro del nostro villaggio maasai. A lavoro finito gli amici vedevano le foto, chiedevano di venirci a trovare e fu da quell’istante che a mio marito William nacque l’idea di portare i turisti nella nostra famiglia maasai in Tanzania, trasformando il nostro sogno in un viaggio culturale. Il giorno 7 giugno del 2017 nasce Maasai Travel Life. Abbiamo tramutato il nostro bagaglio di esperienza in un viaggio di vita vera da mostrarvi senza filtri, a casa nostra, come dimostrano le molteplici recensioni che potrete leggere nella nostra pagina Facebook, Google o seguendoci sui social».

La Tanzania è famosa per i suoi magnifici paesaggi, la savana, la fauna. Ma come si vive qui e quali sono le principali differenze con l’Italia?

«Abituarmi a questa vita non è stato per niente semplice, mi trovavo nel bel mezzo del niente, non riuscivo a fare niente, non esiste un supermercato, si sopravvive con ciò che madre natura offre. Non ero capace di accendere un fuoco, cucinare. La doccia si fa con un secchio d’acqua all’aria aperta e magari sotto le stelle con una temperatura serale che arriva a 15°. Solo negli ultimi anni a casa nostra ci siamo organizzati diversamente costruendoci un vano doccia. Dove viviamo noi di “facce pallide” trovate solo la mia. È molto difficile arrivarci ed è per questo che vi ci portiamo noi. In dieci anni non ho mai incontrato nessuno da queste parti in viaggio da solo. Da noi di organizzato troverete solo la nostra guida e i transfer in quanto avrete bisogno di supporto e traduzioni per tutta la vostra permanenza. Si vedranno i famosi tramonti africani, i mercati, i maasai con il baratto del bestiame, la varietà di frutta, stoffe coloratissime e le vere cerimonie masai nei periodi indicati secondo la loro cultura e non in base alla richiesta dei viaggiatori. È un viaggio vero, non un’attrazione turistica. Noi viviamo nella steppa maasai, dove è normale svegliarsi nelle ore notturne e ascoltare il verso delle iene in lontananza, magari camminando nella foresta con i maasai. Con un pizzico di fortuna si potrà avere la possibilità di incontrare qualche animale. Conviviamo con i babbuini, anche se tendono a non mostrarsi».

Si sente spesso parlare del “mal d’Africa”. Anche tu Cristina dopo i primi viaggi sperimenti questo sentimento di nostalgia per il grande continente. In cosa consiste esattamente?

«Chi ha avuto la fortuna come me di conoscere l’Africa vera senza filtri, quella lontana dai circuiti turistici, torna a casa con un bagaglio di esperienza unico e completamente cambiato. Si impara ad apprezzare ed accontentarsi di ciò che sia ha, compresa quella cosa che prima si considerava futile. Rimane dentro il desiderio di tornarci il prima possibile. Quando sono in Italia ci sono fisicamente, ma la mia testa, il mio pensiero e il mio futuro sono sempre da “mama savana”, mi sento come con un piede in due scarpe, non sto bene finché non riparto!».

Che consigli daresti a chi come te sta pensando a un cambiamento radicale di vita?

«Spesso mi vengono chieste informazioni al riguardo. Non è semplice consigliare cambiamenti radicali di vita nemmeno se vi conoscessi personalmente. Nel mio caso, ad esempio, dico sempre che la Tanzania è bella e maledetta, o la ami o la odi. Prima di decidere di farne una scelta di vita ho avuto modo di conoscerla in tutti i suoi lati positivi e negativi, direi che quest’ultimi sono stati determinanti nel prendere una decisione definitiva. È stata insomma una scelta basata sulla conoscenza dei miei lunghi anni di percorso e convivenza in Tanzania. Ad esempio mai riuscirei a vivere sulla costa in mezzo al turismo di massa proprio perché la conosco e ho avuto modo di notare la differenza con il villaggio maasai.

L’amore per un uomo o l’aiuto di un abitante del posto fidato è sicuramente importante per fare un cambio radicale, ma soprattutto credo prevalga l’essere in grado di sentirsi autosufficienti che non significa esserlo solo economicamente. I soldi potrebbero offuscare le idee di qualcuno, non sempre sono d’aiuto. Siate sicuri di aver prima imparato abbastanza così da potervi muovere senza esserne dipendenti da nessuno. Se ad esempio vi capitasse qualcosa lontano dalla costa senza poter contare su nessuno, come fareste a cavarvela da soli?».

Come è cambiata la tua vita da quel primo viaggio? Quali sono i sogni (e progetti) che tu e William avete in serbo per il futuro?

«La mia vita è completamente cambiata in meglio ed io finalmente mi sento un’altra persona. Sono serena, felice come non lo sono mai stata in vita mia, amo e mi sento amata dall’uomo che sta al mio fianco, amo le mie tribù e la savana che tanto mi ha dato e insegnato. Sogni per il futuro? Continuare la nostra vita al villaggio maasai con il nostro progetto».

Per contattare Cristina e William e leggere la loro vita in savana potete seguirli qui:

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