Ricominciare a vivere: la storia di Tony

A cura di Nicole Cascione

La prima volta che ho sentito Tony, la cosa che mi ha colpito è stato il suo carattere gioviale, sempre improntato sull’ottimismo, il suo modo di affrontare la vita e di confrontarsi con me, perché in fondo non è l’età anagrafica a fare la differenza.

Si può essere giovani e si può ricominciare a vivere, a 40 a 50 e anche a 60 anni. Tutto dipende da come si affronta la vita stessa e Tony è una persona che si è trovato a vivere una vita di alti e bassi, tra l’Italia e l’America, fino a toccare quasi il fondo, per poi riemergere grazie ad una mano tesa.

Ed ora…ora è pronto per ricominciare a vivere, perché “non si può sempre vincere, ma bisogna essere ottimisti e prima o poi….”

Mi chiamo Antonio (Tony) Messina, sono nato a New York nel 1952 da genitori italo-americani.

I miei quattro nonni erano siciliani e mia nonna paterna, Carmela Castellano, ha lavorato in fabbrica fin quando incontrò e sposò mio nonno, Antonio Messina, di cui porto il nome.

Da allora rimase a casa ed ebbe tre figli, mio padre Joseph, il maggiorenne e due bambine. Tra i suoi numerosi parenti del quartiere della 29sima strada di Manhattan, Carmela ha vantato due famosi attori: il nipote, Richard Castellano, che interpretò il ruolo di Clemenza nel “Padrino” di Francis Coppola e il cugino Ben Gazzara, che ha avuto una grande carriera sia in USA che in Italia.

Non ho mai incontrato Richard, ma ho avuto la fortuna di conoscere Ben, che per me era come uno zio, infatti da bambino mi riferivo a lui come “zio Ben” e a suo fratello Tony, come “zio Tony”. Quest’ultimo era anche il mio padrino e, avendo svolto il militare in Italia (durante la Seconda Guerra mondiale), ebbe modo di imparare e migliorare l’italiano che aveva già imparato a scuola, fu proprio lui a insegnarmi le prime parole d’italiano.

Mio padre si interessò delle belle arti, in particolare della scultura; dopo qualche anno di college, sposò mia madre, Ida Scudieri e io fui il loro primogenito, seguito, anni dopo, da mio fratello Massimo e da mia sorella Gianna. Mia madre si laureò in inglese presso la Hunter college di NY, con l’intenzione di insegnare presso le scuole medie e i licei.

Nel 1958, eravamo noi tre, Joe, Ida e il piccolo Tony e mio padre decise di trasferirsi in Italia. Con i fondi ottenuti da una borsa di studio, i miei studiarono per un paio di mesi a Perugia, poi ci stabilimmo a Firenze, nell’ Oltrarno, il vecchio quartiere di Palazzo Pitti, Giardino di Boboli e Piazza Santo Spirito, dove abbiamo trovato casa.

Il nostro era un bellissimo appartamento, con un affitto ragionevole. Quello che non sapevo allora (ero bambino) e che ho scoperto molti anni dopo, è che riguardo ai beni immobili, esistevano (ed esistono tutt’ora) leggi, codificate come le regole del cosiddetto Equo Canone, che rendono l’inquilino straniero molto più vulnerabile rispetto a quello italiano. Per questo eravamo i darling del nostro padrone di casa.

Ma quando mi sono iscritto e presentato per il mio primo giorno di scuola alla Carlo Torrigiani, non ero il darling di nessuno. Quelle poche parole d’italiano che avevo imparato da Tony Gazzara, non servirono a niente. E incredibilmente, non riuscii a trovare una sola persona, in una scuola pubblica italiana, che parlasse l’inglese. Io non capivo nessuno e nessuno capiva me.

Fortunatamente però, il problema non durò a lungo. Inizialmente, le pagelle erano disastrose, cominciando dal voto in italiano. Poi, pian piano, quel voto in italiano passò da un quattro nel primo trimestre, a un cinque nel secondo, fino a diventare un sette nel terzo. Nel mio percorso d’apprendimento, fui immensamente aiutato dall’esistenza di una bancarella di vecchi giornali e fumetti, che si trovava all’angolo di Via Sant’Agostino (dove abitavo) e Via de’ Serragli

Quella bancarella per me era una vera gioia. C’erano tutti i fumetti Disney, Paperino, Paperina e Paperone, con Qui, Quo e Qua. Topolino e Minnie, Batman e Robin e Nembo Kid, il misterioso nome italiano dato a Superman. Avevo le stesse storie in inglese, l’unica cosa che differiva era il contenuto delle nuvole di fumo. E cominciai a vedere che, l’arte della traduzione si basava sull’abilità del traduttore di modificare il significato letterale del dialogo o del discorso, per poter accomodare differenze di stile sintattico o differenze inerenti nella natura della grammatica, della cultura e negli idiomi delle due lingue.

Per questo va chiamata arte e non, come molti credono, scienza empirica.

Tony Messina ricominciare

A scuola ero ormai come tutti gli alunni fiorentini e parlavo in italiano con l’accento locale. Se prima mi chiedevano di dire qualcosa in inglese, adesso volevano che dicessi coca-cola con la cannuccia.

Avevo anche scoperto la gioia di giocare a calcio, anche se non ero bravo come certi altri ragazzi che avevano cominciato a giocare prima di me. Ma le cose a casa andavano male.

Mio padre voleva fare l’artista, cioè non lavorare, mentre mia madre stentava a guadagnare abbastanza, insegnando l’inglese. Ero frequentemente solo e privo di alcuna disciplina. I voti a scuola, pur essendo adeguati, non erano abbastanza buoni per i miei, che non capivano che il sistema italiano non era basato su fattori logici, che un sette in qualsiasi materia (tranne la condotta) era una cosa positiva; ed era proprio il voto in condotta che minacciava di allontanarmi dalla promozione.

Ma la situazione con i miei, la loro continua assenza, mi rendeva sempre più nervoso e irrequieto. Nel ’62 ci chiamò dall’America il cugino/zio Ben Gazzara, era stato ingaggiato con David Niven e Daniela Rocca per recitare in un film che avrebbe dovuto essere girato a Roma, a Cinecittà: ”La Città Prigioniera”. Andammo a stare con lui e quell’occasione fu per me un’esperienza indimenticabile. Per la prima volta, misi piede sul set di un film.

Ogni sera si andava in qualche bel posto a mangiare, a Trastevere o altrove e nonostante i continui rimproveri di mio padre che mi diceva in continuazione che ero ingrassato, fu un’estate favolosa. Quello fu l’anno in cui nacque mio fratello Massimo. Terminate le riprese del film, Ben tornò a New York e noi rientrammo a Firenze.

Il film, una deprimente storia di guerra in bianco e nero, non ebbe grande successo. Successivamente, nel ’64, ci fu un altro film a Roma per Ben, “Le Risate di Gioia”, una commedia di Mario Monicelli con due leggendari co-stars, Totò e Anna Magnani, anche in quell’occasione io e i miei andammo a far compagnia a zio Ben.

Furono tutti molto carini con me, purtroppo però il film fu girato a Settembre, periodo in cui io avrei dovuto essere a scuola, così, quando tornai a Firenze a dicembre, mi ritrovai in una situazione pessima, a rischio bocciatura. Ma feci un patto con la scuola: se avessi lavorato sodo per tutto l’inverno, alla fine sarei stato promosso.

Ma i problemi a casa peggiorarono; mio padre con la scultura non riusciva a combinare niente. Adesso eravamo in quattro e mia madre, che non faceva altro che lavorare a scuola e a casa, cominciò a dimagrire e la sua salute peggiorò. La scusa perfetta per fare quello che non avrebbe assolutamente dovuto fare; così rimase nuovamente incinta e nacque mia sorella Gianna, nel 1966.

Dopo la nascita di mia sorella, mia madre ebbe una depressione post partum, un esaurimento nervoso che segue la gravidanza. A questo punto, mio padre decise di rimpatriarci tutti, con la speranza di trovare lavoro negli USA. Per la prima volta nella mia carriera scolastica, fui bocciato in due materie e venni rimandato a settembre. Ma non mi presentai, perché rientrammo a New York, prima di settembre.

Fui ammesso al prestigioso liceo scientifico Stuyvesant High School, a condizione che migliorassi nella lingua inglese, che avevo trascurato durante la permanenza in Italia. Un mese dopo, Firenze fu allagata e in gran parte distrutta, da un alluvione che si rivelò la peggiore di tutta la sua storia. Ciò nonostante, desideravo tornarci, perché non riuscivo ad ambientarmi del tutto a New York.

I miei trovarono un appartamento piccolissimo nel palazzo dove abitava mia nonna ed io andai a vivere con lei; fu una grande gioia per me, perché avrei potuto, per la prima volta nella mia vita, fare più o meno quello che volevo.

E arrivò il 1967, l’anno del Summer of Love, anno in cui non c’era altro da fare che rifugiarsi nel rifugio di tutti i miei coetanei: droghe e hard rock music. C’era un aria di ribellione, molta rabbia per via della ridicola guerra nel Vietnam e per il violento razzismo americano, che culminò, l’anno dopo, con l’assassinio di Martin Luther King jr., seguito da quello di Bobby Kennedy.

La mia famiglia ormai non funzionava più. Mia madre era ormai diventata quasi un fantasma. Avevamo tutti la nostra droga preferita: lei aveva la sua versione mangiare e a non dormire più, così da rovinarsi ulteriormente la salute. Mio padre invece, si dedicò al vino. Aveva trovato un lavoro ben pagato, come rappresentante e piazzista, ma non gli andava a genio; così prese in affitto uno studio in cui esprimeva la sua arte, quel poco che gli bastava per invitare e sedurre altre donne. Io invece avevo scoperto la marijuana, la birra e l’LSD.

Mio fratello invece, disperato perchè giovanissimo e con una famiglia completamente allo sbaraglio, scoprì l’eroina. Non c’era nessuno che badava a noi ed io che ero il suo fratello più grande, cercai di aiutarlo per quel che potevo.

Fortunatamente riuscì a venirne fuori quasi per miracolo. Quattro orrendi anni dopo, un mio caro zio, marito di Maria, sorella di mio padre, mi invitò a stare da loro, a Filadelfia, dove nel 1971 cominciai a frequentare il college, Temple University. Questi zii erano ben diversi dai miei genitori; avevano ambizione e disciplina, disciplina che impartivano ai loro quattro figli, i miei piccoli cugini.

Mi trovai molto bene a Filadelfia, una città più piccola di New York e più vivibile. Ma pur avendo l’appoggio degli zii, continuai a fare quello che avevo fatto per tutta la vita: crescere solo. Continuavo ad essere indisciplinato a discapito della rendita scolastica, tanto che mio zio mi consigliò di iscrivermi alla facoltà di legge, perchè, secondo lui,” ero bravo a litigare”.

Così decisi di cambiare la mia materia di specializzazione. Cominciai a studiare il curriculum d’italiano e in questo sono stato fortunato, perché molte scuole non offrono questo curriculum. Da quel punto in poi, la mia carriera scolastica ebbe un’impennata, anche se ero costretto a studiare la letteratura di secoli passati che, francamente, era terribilmente noiosa. Ma l’idea era di mantenere una buona media scolastica e di avere i voti più alti possibili, così da essere ammesso alla facoltà di legge.

Mi diplomai nel 1976 e mio padre riuscì a convincermi a tornare a New York, perché mi aveva trovato, tramite un amico, un impiego come assistente al redattore per la network NBC. Non pagavano molto e l’ambiente lavorativo era deprimente, ma ero stufo di stare senza soldi così accettai, dimenticandomi del mio progetto di studiare giurisprudenza.

Il mio lavoro di routine alla NBC, mi portava spesso nelle sale di montaggio, a quell’epoca ci fu il passaggio dal film, che richiedeva un processo di sviluppo e montaggio molto lento ed elaborato, al nastro, che era praticamente istantaneo e molto più semplice.

Così cominciai a pensare al montaggio come ad un lavoro che avrei potuto svolgere io e da quel momento in poi, la mia è stata una vita meravigliosa.

Il mio servizio più bello lo svolsi nel 1990, quando, assunto dalla Visnews, una ditta che fu poi assorbita dalla Reuters, fui inviato in Italia come producer dei Mondiali. Trascorsi un mese a Roma, a tre passi da Piazza Navona. Un periodo bellissimo, in cui ho avuto l’occasione di incontrare personaggi famosi, come Renzo Arbore, la compagna Mara Venier e sua figlia Elisabetta Ferracini, che poi diventò la conduttrice dell’Albero Azzurro, un programma RAI per bambini. Fu un’estate stupenda, lavoravo in Piazza Balduina, nella sede di Telemontecarlo, un’esperienza indimenticabile, specialmente con le ragazze italiane, una delle quali mi accusò di essere “troppo simpatico”.

Feci il bis con i Mondiali quattro anni dopo, quando si svolsero negli USA. A quei tempi lavoravo per la New York 1, un nuovo servizio cavo di TV news locale. Anche in quell’occasione, la squadra italiana, dopo un inizio incerto, trionfò fino al punto di conquistare il secondo posto nella finale contro il Brasile. L’Italia giocò la semifinale a New York contro la Bulgaria, fu una partita meravigliosa ed io ero lì con il nostro reporter sportivo. Al termine della partita, intervistai Roberto e Dino Baggio e il resto della squadra per la NY1.

Tornati in sede, montai il servizio e il reporter durante la ripresa disse: “I fluidi movimenti di Roberto Baggio non hanno bisogno di traduzione; ma le sue parole sì. E per questo, ecco il nostro Tony Messina”. Fu un altro momento indimenticabile della mia vita.

Due anni dopo, ero l’assistente di Ippolito Leotta, operatore, montatore, regista, uomo tuttofare, padrone dell’azienda di produzione Global Vision Group, gruppo che adesso conta uffici sia a New York che a Roma. Con noi collaboravano le due giornaliste del Mediaset/RT, Francesca Forcella e Maria Luisa Rossi Hawkins. Un giorno venne a trovarci la mamma della Hawkins, che si innamorò del mio accento, descrivendolo così: “Un bellissimo misto di italiano puro e di toscano, con un pizzico di anglosassone.”

Anni dopo, quando mi iscrissi a Italiansonline.net, scelsi come nick “Italosassone”. L’errore fatale che ho commesso durante la mia carriera professionale, è stato quello di fare un po’ di tutto, invece di specializzarmi nel montaggio e di seguire attentamente l’evoluzione dell’informatica, non rendendomi conto che ormai il montaggio si stava dirigendo verso il “timeline” non-lineare di prodotti come l’Avid e Final Cut Pro.

Ormai alle mie spalle, c’era una generazione di ragazzi cresciuti con il computer, dalla culla fino all’università, con cui non avevo modo di competere. Lasciai la GVG per tornare alla NBC, dove riuscii a trovare del lavoro freelance, ma a un certo punto mi resi conto che, non essendo impiegato fisso, ero molto più vulnerabile, poiché solo gli impiegati fissi, quelli protetti dal sindacato, sarebbero sopravvissuti con i computer e la tecnologia che aumentavano l’efficienza.

E avevo ragione. Dopo cinque anni fui licenziato. Cercai di cambiare carriera, ma fu quasi impossibile, perché gli anni di Bush stavano distruggendo l’economia americana. Solo i miei risparmi riuscirono a tenermi a galla, finchè non finirono anche quelli.

Alla fine del 2010, non avevo neanche i soldi per pagare l’affitto, ero estremamente depresso e stavo per essere buttato fuori di casa. Per una stranissima coincidenza, mi arrivò una lettera da una mia ex, da cui ero separato da trent’anni. Le spiegai tutto e lei si offrì di ospitarmi a casa sua a Los Angeles; i suoi erano morti da tempo, a lei non andava di stare sola e a me non andava di essere homeless. Fui salvato in extremis.

Adesso finalmente mi sono ripreso dalla depressione e ho cominciato a impartire qualche lezione d’italiano, mantenendomi anche con il sussidio. Mettendo insieme qualche documento, sono anche riuscito a diventare cittadino italiano (e quindi cittadino europeo) e questo potrebbe essere importante; c’è una grande richiesta mondiale per insegnanti d’inglese, specialmente se sono “indigeni” dei luoghi dove l’inglese è la lingua ufficiale. Sto cercando di mettere insieme una cifra di mille dollari, per ottenere il certificato TESOL, così da insegnare l’inglese agli stranieri. Se volessi, potrei sicuramente trovare lavoro in Italia o in qualche altro Paese europeo e, avendo la doppia cittadinanza (americana ed europea), non avrei bisogno del visto.

Per il momento il mio primo obbiettivo è quello di lavorare in Italia e chissà se ci riuscirò, ma intendo provarci ugualmente.

Ricordo una partita in cui l’Italia giocava contro la Nigeria nei Mondiali del ’94. Il primo tempo finì con l’Italia che perdeva 0-1 e durante la pausa, intervistarono la vecchia belva, Enzo Bearzot. Non dimenticherò mai quello che disse: “bisogna essere ottimisti”. Infatti l’Italia non si arrese e vinse 2-1. Quella frase la porterò sempre nel cuore e nella mente. Non si può sempre vincere, però…”bisogna essere ottimisti” e prima o poi…..

Antonio Messina

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