Silvia: ho scelto di avere una vita fuori dal comune

Silvia è una ragazza coraggiosa. Questo è il racconto che ci ha mandato in redazione e che consigliamo a tutti di leggere.

Questa è la mia storia di viaggiatrice. É la storia di una ragazza che a 30 anni ha scelto di non avere una vita fuori dal comune.

Premetto: se vi aspettate di leggere la storia di un’immigrata che ha trovato successo e ricchezza all’estero o che guarda con nostalgia/rabbia il paese di origine o che dice qua è meglio di casa mia è meglio che continuiate a leggere il libro che avevate in mano ieri sera. Molto semplicemente la mia è la storia di una ragazza che ha voglia di scoprire il mondo nel vero senso della frase. C’è chi si sente felice con la promozione sul lavoro, il 30 e lode, l’acquisto dell’ultima borsa griffata, la vittoria della squadra del cuore, l’offerta sui prodotti del supermercato. Io no.

Io mi sento felice seguendo la meta che mi porta a conoscere una nuova realtà e un nuovo punto di vista. Non sono nulla di speciale, a dirla tutta non sono mai stata niente di straordinario o fuori dalla norma. Non una bellezza mozzafiato (nel gruppo sono la classica “tipa simpatica”), non una studentessa eccellente (laureata fuori corso) non una sportiva da guinness (se mi date un materassino gonfiabile al mare, state freschi che mi metto a nuotare).

Sono però sempre stata investita da una grande fantasia ed entusiasmante curiosità per il diverso, fin da bambina. E infatti il panda che dormiva nel mio letto parlava (e parla tutt’ora, ma solo io e mia sorella lo sentiamo), le mie Barbie avevano il maglione ultimo modello (ossia calzino vecchio e bucato di papà) e una Ferrari formato famiglia (ossia una sedia rovesciata) e ai videogiochi così noiosi e monotoni, preferivo le stalle del mio castello dove liberavo il mio esercito di cavalli purosangue che cacciavano e uccidevano i feroci draghi (ossia aprivo la porta del pollaio di mia nonna per far uscire le galline e vederle nutrirsi di vermi).

Quella sfigata di Cenerentola che si piangeva addosso e si faceva mettere i piedi in testa non mi è mai piaciuta, ma quell’avventuroso Peter Pan che stuzzicava i pirati e un coccodrillo su un’isola che non c’era aveva tutta la mia stima. Einstein e Galileo avrebbero dato le dimissioni e lavorato in un circo piuttosto che vedere i miei compiti di matematica e fisica, ma in storia e geografia non ero per niente male, anzi mi affascinava studiare in che modo aveva vissuto la gente di un’altra epoca e vedere tutte le diversità che esistono nei paesi lontani, e forse perché non ho mai avuto la possibilità di fare le vacanze lontano da casa, restavo ore a sfogliare i libri con le fotografie delle tribù in Asia o degli animali della Savana.

 fuori dal comune Silvia Muscas per Voglio Vivere Così

Studentessa universitaria che come tanti altri ha fatto l’Erasmus e di quella città conosce più la strada dei vari locali che quella per l’università, una volta laureata ho cercato la mia indipendenza da mammà inviando curriculum a tutti gli annunci che iniziavano con la parola “cercasi”. Chi abita nel sud sa bene quanto trovare lavoro nella propria terra sia più un miracolo del Vangelo che un diritto della Costituzione e così, seguendo il principio “chi ha tempo non aspetti tempo” a un certo punto ho trovato più produttivo cercare lavoro all’estero che in patria.

Eccomi così nella mia prima esperienza di lavoro in Francia, a Nantes. Niente più sole della Sardegna, ma piogge e giornate uggiose, niente più chiassosi pranzetti domenicali in famiglia, ma veloci pasti nella mensa scolastica, niente più pizzate il sabato sera con gli amici, ma liceali scapestrati e ribelli che odiano tutto e tutti.

In Francia esistono degli istituti chiamati internati educativi dove gli studenti fuori sede possono soggiornare durante la settimana ed essere seguiti da educatori essendo per la maggior parte dei minorenni. E questo era il mio lavoro, fare l’educatrice. Premetto, non avevo nessuna esperienza nel campo dell’educazione, mai fatto nemmeno la baby-sitter e i miei son stati studi umanistici in campo turistico, ma ecco finalmente un paese in cui “se l’esperienza non ce l’hai te la facciamo fare noi”. Non era passato tantissimo dalla fine della mia adolescenza, avevo infatti 24 anni, eppure avevo dimenticato quanto è difficile affrontare un’età dove non si capisce che non è il mondo ad avercela contro di te ma sei tu che ce l’hai con il mondo, dove non si è né carne né pesce ma si cerca una propria identità e un percorso da seguire attraverso le mode, dove gli amici sono il bene più prezioso e contano più di ogni altra cosa al mondo, dove i complessi son grandi come l’acne sul viso o le scarpe che hanno tutti tranne te.

C’è da dire anche che i “miei” adolescenti avevano problemi un po’ più complessi, famiglie disastrate o assenti, precedenti penali e di droga, e di certo non volevano ascoltare una straniera dall’accento buffo che poteva avere l’età della loro detestata sorella. Eppure li ricordo ancora tutti, nomi e cognomi, ricordo quella volta in cui mi dissero che non avevano bisogno di una come me e quella in cui hanno firmato una lettera per farmi tornare il prossimo anno.  Ma che colpa ne ha, il cuore di una viaggiatrice è uno zingaro e va… Per la Spagna e il Portogallo stavolta, ad affrontare 6 fantastici mesi vivendo in un furgone casa/viaggiante con uno straordinario compagno di viaggio.

Silvia Muscas fuori dal comune

Risate scoperte e avventure a bordo del nostro “Verdone”, che meraviglia i parchi del Portogallo, il cibo spagnolo e il calore iberico, ma dopo tanta cultura latina era arrivato il momento di cimentarmi in quella anglosassone. Emigrata in Inghilterra pensando di avere trovato l’Eldorado, facevo un lavoro che odiavo tra colleghi che invece adoravo (non si può avere l’uovo e la gallina) e allora ho smesso di sognare tra il mio desk e il mio computer e ho preso nuovamente la mia vita in mano, direzione il regno di Oz ossia l’Australia.

Sapevo che molti coetanei emigrano qua in cerca di fortuna, ma io cercavo esperienze e nuove storie, una natura incontaminata, animali mai visti e individui dalle vite più strane e in questo l’Australia offre davvero tanto. Ho esplorato tutto un continente, ho conosciuto le sue diverse prospettive, le realtà e le contraddizioni, la sua vita rilassata e il suo lato frenetico facendo di tanto in tanto un salto nell’affascinante continente asiatico. Ho fatto i lavori più diversi, lavapiatti, cameriera, aiuto cuoco, manager di notte e donna delle pulizie di giorno in un ostello, ho raccolto mele, uva pomodori e peperoni, selezionato cipolle e patate, impacchettato verdure per supermercati e tanto altro. Uno dei lavori più strani è stato sicuramente fare l’ ”acchiappatrice” di cavoli. Il mio compito era questo: stare su una grossa cassetta di legno trainata da un trattore e afferrare i cavoli che mi venivano lanciati da tutte le direzioni dai ragazzi che li raccoglievano sotto di me. Mi sembrava di giocare a rugby e lo trovavo molto divertente, ma dopo 10 ore la mia schiena un po’ meno…

Ora mi trovo in Nuova Zelanda, nella terra dei Maori che tanto mi affascinava al liceo con i suoi vulcani e il suo popolo dai grandi tatuaggi che simboleggiavano la loro storia. La loro natura lascia senza fiato. Vulcani, fiordi, paesaggi alpini, foche, pinguini, balene e delfini, geyser e cascate bianchissime.

Viaggiare mi ha insegnato gran parte del mio sapere, coraggio e avventure, mi ha aiutato ad avere un nuovo carattere, a non finire di meravigliarmi, ad apprezzare i piccoli gesti ed imparare il piacere di tornare a casa. Mi ha insegnato a vedere le cose con i miei occhi e non viverle attraverso i racconti degli altri, fare un po’ come san Tommaso “se non lo vedo non ci credo”. E che emozione vedere che Nemo esiste davvero e si aggira indisturbato senza papà nella barriera corallina, che il diavolo della Tasmania non è un aggressivo coso marrone che gira come una trottola ma è un batuffolo nero che ha bisogno di tante cure per una malattia che lo sta portando all’estinzione, che in Indonesia le scimmie si aggirano in mezzo agli uomini e i Maori non sono solo giocatori di rugby che incitano gli incontri con danze guerriere ma un popolo pacifico e ospitale che canta rilassanti ed allegre melodie.

Silvia Muscas fuori dal comune

Viaggiando ho imparato ad avere un senso del rispetto molto profondo, a capire che per alcuni Dio può avere le sembianze di una vacca o il volto di un elefante, a non trovare strane le culture altrui ma capirle e integrarle nella mia, a non ridere delle tradizioni popolari ma incuriosirmi e domandarmi il perché, ad adattarmi, a non dire “di questa minestra non ne mangio” perché il giorno dopo potrebbe rivelarsi una soluzione utile per continuare il mio percorso.

Con questa mia lettera aperta non voglio convertire nessuno al mio stile di vita. Questo è il mio modo di affrontare la vita, di viverla e realizzarla. Capisco che non è da tutti alzarsi la mattina e non farsi prendere dall’ansia non sapendo dove si andrà a dormire o su quale muro sbattere la testa per trovare un lavoro che ci faccia campare per la fine del mese.

La casa e l’ambiente familiare ci danno sicurezza, il nuovo e il diverso paure ed ansie. La mia vita non è per niente rose e fiori, anzi, è fatta di fallimenti, occasioni perdute, arrancamenti finanziari (altro che salti mortali per arrivare a fine mese, a volte devo fare le capriole con tuffo carpiato), ma cerco di fare ciò che mi rende felice, inseguire quel sogno seppur banale che mi passa per la testa (i sogni non son mai banali o superflui se riescono a regalarci la felicità).

Ognuno ha il suo mondo, siamo miliardi di vite diverse su questo pianeta e non possiamo volere tutti la stessa cosa, abbiamo tutti diversi modi per realizzarci e arricchire le nostre giornate. Ma se non siamo contenti, se non siamo soddisfatti del nostro quotidiano bisogna trovare una via d’uscita e non aspettare domani, non aspettare che la fortuna ci piova addosso perché la vita che vorremmo non verrà di certo a bussare al nostro portone.

Se la vita non ci propone niente, siamo noi a doverle mettere delle alternative davanti.  E quante, ma quante volte mi son sentita dire “beata te che puoi”. Cari miei, vi direi beata me che voglio! L’uomo non è come gli animali, può veramente scegliere la vita che vorrebbe! Anzi aboliamo il condizionale, la vita che vuole! L’università, il fidanzato/a, il lavoro, la famiglia… son questi gli impedimenti? E se li consideriamo impedimenti, vuol dire che non siamo liberi, giusto? E allora non viviamo una vita che non ci appartiene ma facciamo qualcosa, e se proprio non vogliamo… be’ significa che è la vita che decide ciò che farne di noi e non il contrario. E continuiamo pure a consolarci col fatto che ce ne sono tanti nella stessa barca.

Ma se cambiamo idea, se un giorno ci svegliamo con un’energia diversa, con un pensiero nuovo o con un “se” che prima non c’era… non perdiamo tempo e cogliamo quel momento così fortunato, facciamone tesoro e mettiamo in atto ciò su cui stiamo riflettendo e allora si che ci sentiremo vivi!

Vorrei scrivere questa lettera in tante lingue tante quante quelle parlate dalle persone che ho incontrato nel mio cammino, persone speciali che mi hanno aiutato ad essere quella che sono oggi, che mi hanno aiutato a non arrendermi, a rialzarmi dopo le cadute, a sorridere nella solitudine, ad aiutare il prossimo senza avere nulla in cambio, a capire i miei limiti senza arrabbiarmi, a cancellare i brutti vizi e a continuare a sognare. Vorrei rincontrarli un giorno e dire GRAZIE ad ognuno di loro, vorrei dirlo alla mia famiglia che mi sostiene e mi incoraggia nelle mie scelte, alla mia mamma che mi dice ancora come stai amorri mio stimmau e adorau (amore mio stimato e adorato) come quando cadevo dal triciclo, al mio papà che si emoziona sempre quando sente la mia voce al telefono, a mia sorella che usa con me lo stesso linguaggio di quando eravamo bambine che ci fa sentire ancora così complici, a mia nonna che va ogni giorno in chiesa e nonostante tutto prega per me sperando che mi sposi e metta la testa a posto, al mio fratellone acquisito che mi vuole ancora bene nonostante non sia andata al suo matrimonio, alla mia migliore amica che sta invece avanzando i preparativi del suo senza le nostre risate, ai miei colleghi passati che tanto mi hanno aiutato e a quelli futuri che tanto pazienteranno, ai miei amici che anche se non lo sanno con i loro aneddoti e messaggi mi aiutano ad affrontare le giornate no, ai compagni di viaggio che hanno condiviso il loro cammino con me e a coloro che lo faranno, a chi mi ama nel bene e nel male e alla vita, che ogni giorno mi regala un motivo per cui sorridere e dopo tanti anni non mi ha fatto perdere la voglia e l’entusiasmo di viaggiare!

Silvia

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