New York: intervista a Salvatore Vella

Di Enza Petruzziello

«Vivere in America è sempre stato il mio sogno sin da quando ero un bambino e guardavo i tantissimi film e telefilm ambientati oltreoceano». Detto, fatto. Salvatore Vella, 35enne di Casal di Principe, in provincia di Caserta, ha realizzato il suo sogno trasferendosi a New York definitivamente 4 anni fa dopo un periodo che definisce da “pendolare” tra la Grande Mela e il suo paese.

In Italia Salvatore aveva una attività di informatica e macchine per ufficio, ma dopo una vacanza in America ha deciso di vendere azienda, macchina e tutto il resto per trasferirsi negli USA. «Nel 2012 sono venuto per la prima volta a New York in vacanza – racconta – e mi innamorai di questa città. La mia vecchia vita mi piaceva, a Casal di Principe sono nato e cresciuto, la porto sempre nel cuore ed è sempre un piacere tornare per salutare gli amici di una vita».

Eppure il richiamo di New York è stato più forte. Qui si occupa di elettronica, principalmente di domotica, lavorando nelle case dei super ricchi e vip per rendere le loro case “smart”, come aprire le finestre o accendere la luce con cellulare e con la voce.

salvatore vella

Da Casal di Principe alla Grande Mela, un cambiamento importante. Da una terra – lo sappiamo difficile e complicata – a una realtà metropolitana tra le più belle al mondo. Come era vivere a Casal di Principe?

«La vita a Casale era non molto differente da quella di un qualunque paese di provincia del sud Italia. Tutto sommato si sta bene, anche se purtroppo spesso un intero popolo è stato discriminato e screditato per una minoranza della popolazione. La maggior parte dei casalesi sono persone splendide con un cuore enorme. Da noi (dico noi perche anche se vivo in America sono sempre casalese) si mangia bene, abbiamo la mozzarella più buona del mondo, per non parlare dei dolci».

Come è, invece, vivere a New York?

«New York è una realtà a parte. Non credo che esistano altre città come New York, o la ami o la odi, ma non puoi restarne indifferente. Il costo della vita è molto elevato, ma devo dire che anche le retribuzioni sono abbastanza elevate e in linea con il tenore di vita dei newyorkers. La città davvero non dorme mai, c’è vita ad ogni ora del giorno e della notte. I servizi funzionano abbastanza bene, e le persone sono molto cordiali, persino l’autista del bus, tanto per fare un esempio, ti chiede come stai e ti augura sempre una buona giornata.

Le opportunità sono smisurate, si può realizzare veramente di tutto, basta volerlo. Qui vige un detto: “If you dream it, you can do it”, vale a dire che se hai un sogno, lo puoi realizzare. I divertimenti infine ci sono veramente per tutti i gusti, sono tantissimi i ristoranti, luoghi da visitare, le attrezzature sportive, locali, e chi più ne ha più ne metta. Si può fare dal picnic a Central Park al giro in elicottero su Manhattan, passando per il cinema all’aperto, lezioni di yoga, giocare a scacchi con perfetti sconosciuti, ballare e cantare con gli artisti di strada, crociere intorno alla Statua della Libertà, giocare a golf, andare al mare a Coney Island, al teatro a Broadway, pedalare sul Ponte di Brooklyn, vedere una partita di baseball, ecc… L’unico limite è l’immaginazione».

Raccontaci i tuoi inizi a New York. Come è stata l’accoglienza dei newyorkesi? In che modo sei riuscito a trovare una sistemazione, ambientarti, trovare un’occupazione? C’è stato qualcuno che ti ha aiutato?

«All’inizio non è stato semplicissimo, ci sono tantissime differenze, non solo linguistiche, ma anche culturali, sociali, nelle unità di misura, la pratica delle mance, e soprattutto la distanza dal tuo luogo di provenienza. Devo dire che sono sempre stato accolto positivamente, i newyorkesi sono gentilissimi ed inoltre amano gli italiani, soprattutto campani (che qui chiamano generalmente napoletani) e siciliani. Capita spessissimo di trovare qualcuno che dopo aver sentito il mio accento si complimenta con me per la bellezza dell’Italia e vanta dei discendenti di origine italica, dicendo con orgoglio le poche parole in italiano che conosce.

I miei primi contatti lavorativi li ho avuti con persone di origine italiana, ci incontravamo per vedere le partite di pallone, soprattutto del Napoli, e si scambiava qualche chiacchiera tra il primo ed il secondo tempo. Quando ho scoperto che c’era addirittura un Club Napoli ho incominciato a frequentarlo assiduamente; sono nate tante belle amicizie, ci sono persone che ho conosciuto qui a cui voglio bene come fratelli. Qualcuno mi ha aiutato a trovare casa, altri un lavoro, insomma ho ricevuto tanto aiuto, ma diciamo che qui vige la regola del passaparola, se ti comporti bene e ti fai una buona “reputazione” le persone tendono sempre a presentarti nuove persone e così via».

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A Casal di Principe, tra le altre cose, ti occupavi di informatica, a New York ti occupi di elettronica e demotica lavorando nelle case dei super ricchi e vip per rendere le loro case “smart”. Parlaci della tua attività nello specifico.

«Appena arrivato iniziai a mandare a mandare “resume” (la versione americana del curriculum) a destra e a manca, e subito sono iniziati i primi colloqui di lavoro e le prime collaborazioni. Ho visto un futuro nel settore della domotica, che amo anche per passione, e ho iniziato a prepararmi in quella direzione. Ho dovuto seguire dei corsi di aggiornamento, ho dovuto studiare gli standard americani, che sono diversi da quelli europei (per quanto riguarda la corrente, voltaggio, normative ecc..) e ho conseguito la mia licenza professionale. L’America è un paese altamente meritocratico, ho notato che qualunque sia il tuo settore, se sei bravo ti fai strada, e non parlo solo di me, ho riscontrato questa cosa in tantissime persone che sono venute da poco in questa nazione avendo successo nei loro campi. Tornando alla domanda iniziale,mi sono state riconosciute delle capacità mi sono trovato a lavorare nelle case dei super ricchi e dei vip di Manhattan».

Quali sono i “vip” per cui hai lavorato? C’è stato qualcuno più simpatico degli altri e viceversa più antipatico?

«Purtroppo per ovvi motivi non posso rivelare chi sono le persone per cui ho lavorato, anche per motivi di sicurezza perche i sistemi su cui lavoro rendono le case “intelligenti” in tutti i sensi, anche per quanto riguarda l’apertura di porte e finestre, password, sistemi di sorveglianza. Però posso dirti che, tra gli altri, sono stato nelle abitazioni di un paio di star di Hollywood, stilisti di calibro mondiale, imprenditori di notevole successo, politici di rilevanza internazionale, personaggi dello spettacolo e della musica. In fondo nessun “comune mortale” potrebbe permettersi di vivere in certi appartamenti di Manhattan. In genere sono tutti molto socievoli e simpatici».

Quali sono le richieste più bizzarre che hai ricevuto?

«Bizzarre proprio non direi, magari “estrose”. Tipo un cliente che dal suo attico di Downtown aveva una bellissima veduta dalla finestra della camera da letto, e per non intralciare il panorama ha commissionato un meccanismo che su comando vocale fa uscire uno schermo 75 pollici da sotto il letto, e che quando hai finito di guardare la tv, ritorna sotto al letto. Un’altra richiesta particolare di un cliente è stata una tv/specchio (si chiamano proprio così mirror tv) installata dentro la cabina doccia con gli speaker sul soffitto, in modo da poter sentire le notizie finanziarie anche mentre faceva la doccia. Un altro ancora, che probabilmente odiava la sveglia, ci ha chiesto di integrare il controllo vocale alle tende della camera da letto in modo che potesse svegliarsi con la luce del sole e non col suono semplicemente dicendo alla casa ad esempio: “Domattina sveglia silenziosa alle 7” e il software sa che a quell’ora deve aprire le tende. E tantissime altre ancora. La domotica non ha limiti, puoi realizzare qualunque cosa».

Insomma una professione affascinante e che ti piace. Che differenze hai riscontrato in ambito professionale, ma anche di qualità della vita, rispetto all’Italia?

«Qui le persone sono estremamente rispettose, ma quello che mi ha stupito di più è la puntualità sui pagamenti. È rarissimo avere un ritardo o che chiedano uno sconto».

Per i visti e i permessi di soggiorno in USA vigono leggi piuttosto severe. A te come è andata dal punto di vista burocratico?

«Diciamolo, è molto difficile avere i permessi per lavorare in America, ma come ho già detto in precedenza, questa nazione è molto meritocratica, se dimostri di eccellere in un settore, di essere veramente bravo in quello che fai, hai praticamente un visto di ingresso e permesso di lavoro garantito. Ciò significa che è praticamente impossibile cercare di avere il visto come cameriere o operaio semplice, ma se sei fortemente specializzato o altamente qualificato è una semplice formalità».

Come è cambiata la tua vita da quando vivi a New York?

«La mia vita è cambiata tantissimo. Qui si fa tutto con lo smartphone, dal pagamento al taxi, dalla prenotazione del ristorante al versamento di un assegno, dalla spedizione di un pacco all’ordinazione della colazione per non aspettare in coda. Dopo un po’ ti abitui alla vita frenetica e alla modernità. Inoltre qui ho conosciuto la mia compagna, quindi posso dire che tra le altre cose a New York ho trovato l’amore».

Lavoro, amore, serenità. Altri progetti per il futuro?

«Tra le altre cose ho la passione per la scrittura, scrivo per diversi blog e siti sia italiani che stranieri sullo stile di vita americano e sull’amore che ho per questa città, cercando di trasmettere ai lettori le stesse sensazioni che io provo sul campo: quindi stavo seriamente valutando l’ipotesi di organizzare un blog tutto mio, in cui parlo del mio percorso, pur comunque continuando a scrivere per altre testate. Inoltre il mio sogno, che spero si realizzerà entro il prossimo anno, è di comprare casa qui, per poi costruire una mia famiglia ed avere dei bambini».

Per contattare Salvatore Vella questo è il suo account Facebook:

www.facebook.com/vellasalvatore