«La nostra Africa»: come è cambiata la vita di Chiara e della sua famiglia

«Ciao, sono Chiara e sto nel mappamondo con la mia famiglia composta da mio marito Matteo e i nostri tre bimbi Greg, Gere e Gulli». Si presenta così Chiara Conti. Una vita in movimento la sua, che inizia a 18 anni quando con il gruppo scout fa il suo primo viaggio in Africa. Ora che di anni ne ha 37, continua a spostarsi tra un Paese e un altro, tra una poppata e i compiti di scuola. Laureata in Scienze internazionali e diplomatiche, durante gli anni dell’università conosce quello che sarebbe poi diventato suo marito e con cui, nel 2006, parte per un villaggio remoto della Tanzania. Entrambi come volontari in un progetto di cooperazione internazionale. Tornati in Italia per il matrimonio e la nascita del loro primogenito, Gregorio, dopo un anno ripartono per l’Africa. Prima in Uganda, poi Angola, Etiopia e Mozambico dove attualmente vivono, anche se ancora per poco. La prossima destinazione sarà la prima, il punto di partenza dove tutto ha avuto inizio: la Tanzania. Dopo due anni e mezzo in Mozambico, tra meno di un mese rivedranno la terra che per prima li ha ospitati. Paesi affascinanti, ma non facili dove crisi e povertà stridono con la bellezza dei paesaggi e il calore della gente locale. Chiara sta per finire un master online in comunicazione sociale, mentre Matteo si dedica a tempo pieno al suo lavoro di cooperante internazionale.

Dal 2008, inoltre, Chiara ha un blog per informare parenti e amici delle sue esperienze. All’inizio erano lemondialiavventuredigreg a raccontare le peripezie di un bimbetto bianco nei villaggi africani. Il bimbetto oggi è cresciuto e ha quasi 9 anni, ha due fratelli – Geremia 6 anni e Guglielmo 2 e mezzo- e le sue mondiali avventure continuano nelmappamondo.com, un luogo virtuale per chi ha voglia di seguirli intorno ad un tavolo con un globo al centro, e guardare insieme a loro le cose che succedono, le persone che si incontrano, con gli occhi degli adulti ma anche dei bambini.

Riusciamo a rintracciarli alle prese con il trasloco, tra gli scatoloni e tante valigie piene di ricordi.

Come e quando è nata la vostra avventura in Africa?

«Nel 2006 dopo un anno di servizio civile presso una Organizzazione Non Governativa italiana abbiamo deciso di partire come coppia come volontari per un progetto di cooperazione internazionale in Tanzania. Da lì abbiamo proseguito tra Uganda, Angola, Etiopia, Mozambico e tra poco ci trasferiremo di nuovo in Tanzania, questa volta in cinque».

Perché avete deciso di partire. Cosa non vi piaceva dell’Italia?

«Già dalla scelta dell’università e per tutti gli anni di studio abbiamo sognato l’Africa, credevamo nella cooperazione internazionale come forma di scambio culturale, conoscere nuovi popoli e nuove terre in maniera approfondita. Non ci bastava un viaggio breve di conoscenza, volevamo vivere con la gente dei luoghi che visitavamo. Inoltre avevamo molta voglia di scoprire, di aprire gli orizzonti, ma allo stesso tempo apprendere le dinamiche delle disuguaglianze e metterci a servizio. In Italia ci sentivamo “stretti”».

Siete dei cooperanti internazionali, in cosa consiste il vostro lavoro?

«La cooperazione internazionale lavora su molti aspetti, a seconda dei progetti per i quali si viene inviati. Abbiamo ad esempio ricoperto ruoli di gestione di progetti di educazione (asili, sostegno a distanza), sanitari ( consulenza ad attività con le comunità nei villaggi e presso i centri di salute), mio marito ha fatto da consulente all’amministrazione di ospedali rurali o in generale l’amministrazione dei progetti nel Paese dove ci troviamo per l’Organizzazione. E io trovo in loco ruoli come consulente o gestione progetti sempre nell’ambito della cooperazione internazionale».

Quali sono le difficoltà principali che avete incontrato in questi meravigliosi, ma allo stesso tempo problematici Paesi?

«C’è un aspetto legato alle problematiche logistiche: rimanere molto tempo senza energia elettrica o senza acqua corrente, l’automobile impantanata nel fango, imparare ad avere molta moltissima pazienza perché tutto quello che ti eri programmato lo devi riprogrammare centinaia di volte a causa di imprevisti. Insomma devi sempre avere un piano B, spesso anche uno C e D. La sanità non è il massimo, se ti capita qualcosa di grave sai che devi prendere un aereo e questo ti mette in una condizione di ansia, soprattutto quando cominci a viaggiare con i bambini. Ora con i figli anche le scuole sono diventate una preoccupazione, dare loro un’istruzione buona e continuativa non sempre è facile. E c’è un aspetto emotivo: la nostalgia dell’Italia, dei parenti e degli amici, a volte anche di un cinema e una libreria».

Come vi ha accolto la gente del posto?

«Dipende molto dai Paesi, ma in generale posso dire che la prima cosa da fare è imparare la lingua locale, se possibile anche il dialetto. L’atteggiamento verso lo straniero cambia in maniera impressionante se si parla la lingua che utilizza la gente del posto. Inoltre l’accoglienza varia molto se si è in un villaggio, spesso siamo gli unici bianchi, o se si è in una grande città dove ci sono molti espatriati. In villaggio i miei bambini (biondi con gli occhi azzurri!) venivano “assaliti “ per toccargli la pelle e i capelli ma allo stesso tempo ci sentivamo protetti, tutti sapevano chi eravamo, dove eravamo e cosa facevamo, conoscevamo tutti e spesso passavamo feste ed eventi in casa della gente. Nelle grandi città purtroppo spesso il rischio è di essere visti solo come una opportunità da sfruttare».

In che senso da sfruttare?

«Spesso come stranieri europei si viene visti come “ricchi” a prescindere,  solo per il colore della pelle. E ciò porta al rischio di essere più facilmente vittime di borseggi, richieste di denaro, assalti alle case etc. A noi è capitato molto poco fortunatamente, ma è successo a molti amici e colleghi. Ritengo che sia più probabile avvenga nelle grandi città innanzitutto per l’elevata criminalità che esiste e perché più difficilmente si riesce a far parte della comunità locale».

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Dieci anni e tre figli. Cosa significa crescere 3 figli in 5 Paesi diversi e così lontani dalla cultura italiana?

«Casa nostra, ovunque, è permeata di cultura italiana. Mangiamo pasta e pizza a volontà, in casa si parla italiano, c’è un planisfero e una mappa dell’Italia appesa al muro, le fotografie di nonni e cugini appese al frigorifero, libri in italiano sugli scaffali. In Italia in genere torniamo una volta all’anno in vacanza, e i nonni sono sempre venuti a trovarci nei Paesi dove viviamo, quindi le radici sono ben salde e chiare a tutti quanti. La scoperta delle nuove culture nei diversi Paesi, la scuola inglese, i nuovi amici di tutti i colori sono ricchezza e facciamo sempre in modo che i bambini apprezzino tutto quello che di nuovo incontrano. La nostalgia c’è sempre, per i bimbi l’Italia è il Paese dei balocchi perché l’hanno quasi sempre vissuta in vacanza e con amici e parenti che li riempiono di regali e di coccole a ogni rientro. L’importante per noi è che sentano casa dove siamo tutti insieme, non importa sotto quale tetto. Manteniamo in ogni spostamento le nostre piccole abitudini, oltre a una consultazione frequente delle fotografie che ripercorrono la nostra storia».

Ogni posto ci lascia indelebilmente qualcosa di unico. Qualcosa che non è possibile mettere in uno scatolone o in una valigia, ma che rimane dentro di noi. Così come un pezzo del nostro cuore resta lì. Qual è il paese africano che più vi ha colpito e perché?

«Ogni Paese ha una caratteristica, una storia, un’immagine. Difficile sceglierne uno. La Tanzania è dove abbiamo cominciato questo viaggio e dove dopo dieci anni torniamo, forse è il primo amore che non si scorda mai. Ma quello che più ci ha sorpreso credo sia stata l’Etiopia, completamente diversa dal resto di Africa che abbiamo conosciuto. Probabilmente perché a differenza di altri Paesi non ha una storia di colonizzazione, un popolo estremamente orgoglioso, con una storia millenaria ricca e profonda, una diversità di etnie, paesaggi, culture davvero interessante e il cibo locale ci è piaciuto particolarmente».

Si parla spesso del mal d’Africa, la sensazione di nostalgia di chi ha visitato l’Africa e desidera tornarci. Voi siete sempre nel grande continente, anche se in Paesi diversi. Avete mai provato questa sensazione?

«Si, i miei figli sono tutti nati in Italia e sono sempre ripartita quando avevano qualche mese quindi ho vissuto anche alcuni mesi di seguito in Italia e ho sempre avuto il mal d’Africa: avevo come dei flash di nostalgia improvvisa di colori, odori, sapori. Però quando sto tanto tempo via mi viene anche il mal d’Italia!».

Chiara, dal 2008 hai aperto un blog per informare amici e parenti delle vostre esperienze. Nelmappamondo racconti di quelle che definisci “avventure”. Parlaci un po’ del sito e della tua passione.

«Quando siamo partiti per l’Uganda con il nostro primo figlio ho aperto un primo blog chiamato “lemondialiavventuredigreg” per raccontare le sue peripezie in un villaggio ugandese. L’idea è piaciuta a molti e sempre più persone quando tornavo in Italia mi dicevano che seguivano il blog. Nei ritagli di tempo ho cominciato a fare qualche piccolo corso online per provare a migliorarlo, ed è così che è nato poi nelmappamondo.com, un blog più corposo con diverse pagine, aggiornamenti, link, per un target sempre più ampio che vada oltre ad amici e parenti ma che possa essere interessante anche per espatriati, famiglie, viaggiatori e curiosi di Africa. E’ sempre in costruzione. Intanto le esperienze vissute nell’ambito del volontariato prima, della cooperazione poi, e il gusto per la scrittura mi hanno spinto a rimettermi a studiare a dieci anni dalla laurea per unire le mie passioni. Sto infatti per terminare un master online in Comunicazione Sociale».

Quali sono le differenze con l’Italia?

«In Africa niente è come te lo aspetti e come lo avevi programmato, spesso è tutto fuori dagli schemi ma in un modo o nell’altro si trova sempre la soluzione. Bisogna imparare ad adattarsi ad ogni situazione, dal più piccolo gesto quotidiano come quando al mattino apri il rubinetto e non c’è acqua ma hai sempre i secchi pieni di scorta, oppure quando devi prendere un aereo e la compagnia nazionale cambia l’orario del volo cinque volte nell’arco di pochi giorni fino a cancellarlo, dormi una notte in più nel posto dove ti trovi e viaggi il giorno successivo, non puoi fare altrimenti».

Vi manca il nostro Paese e ci tornereste?

«Si, ci manca molto. Quando si sta all’estero molto tempo poi si tende a idealizzarlo. Spesso raccontiamo ai bimbi dei posti meravigliosi che ci sono in Italia e che un giorno visiteremo insieme. Abbiamo sempre avuto l’intenzione di tornare prima o poi , sappiamo che non staremo in Africa tutta la vita. Arriva un momento in cui senti di dover tornare e prenderti cura dei tuoi genitori, devi decidere che tipo di istruzione secondaria dare ai bambini, contribuire alla crescita del tuo Paese anche se ogni anno che passi fuori sai che sarà sempre più difficile rientrare».

Come vi immaginate il vostro futuro e quello dei vostri figli?

«Fino ad ora il disegno del nostro futuro lo abbiamo adattato di anno in anno, ogni due anni al massimo. Quando finirà il ciclo primario della scuola del figlio maggiore e i nostri genitori non riusciranno più a venire a trovarci credo che sarà il momento di decidere se comprare un biglietto di sola andata per l’Italia».

Potete leggere le avventure di Chiara, Matteo e i suoi tre figli sul loro blog:

www.nelmappamondo.com

Qui troverete anche tutti i contatti per poterle scrivere se vi va.

Di Enza Petruzziello