La passione di Paola per le piante

Sono diventata proprietaria da poche settimane di un minuscolo cactus e, a onor del vero, avevo dimenticato la mia piccola pianta, posta su un balcone ben esposto al sole. Un cactus – grazie a Dio – è perfettamente in grado di pensare a se stesso per lunghi periodi, per questo eletto a mia pianta ideale. Seduta sulla mia sdraio da balcone a godermi una serata più fresca delle altre, vagavo con lo sguardo lungo il davanzale che ospita la giovane pianta, scorgendo nel suo vaso una nuova arrivata che conoscevo benissimo, ma non vedevo da almeno trent’anni. Si chiama portulaca oleracea ma è conosciuta nel sud dell’Italia con nomi piuttosto curiosi.

portulaca oleracea

Non crediate che appena vista l’abbia riconosciuta e pronunciato mentalmente il suo dotto nome botanico. Nei miei ricordi era un’erba spontanea, ottima per le insalate, chiamata “perchiazza (lo so, non tutti i nomi popolari sono armoniosi). Mia nonna raccoglieva la portulaca che cresceva spontanea nel podere della sua casa estiva a poche centinaia di metri dal mare, la riponeva nel grembiule per poi servirla come insalata insieme ai pomodori dello stesso orto.

Si può facilmente immaginare come – fissate nei ricordi d’infanzia – quelle insalate siano rimaste irraggiungibili per qualsiasi combinazione di vegetali consumata negli anni successivi. Per raccontarvi meglio della portulaca clandestina sul mio balcone urge una digressione su come sia arrivato a me il piccolo cactus.

Raccogliere le piante orfane

Un mio caro amico ha l’abitudine di raccogliere piante orfane e prima di conoscerlo non ero consapevole di quanto fossero numerose. Un gruppo di foglie strappate dal vento, ma ancora saldamente unite tra loro, rametti recisi forse dalla disattenzione di un bambino, un frammento di pianta grassa abbandonato lungo un marciapiede e caduto da chissà quale balcone. Certo ci vuole un po’ d’occhio, ma simili ritrovamenti non sono infrequenti.

Quando ci siamo conosciuti, trovavo il mio amico vagamente eccentrico e ogni tanto quasi imbarazzante dato che aveva la tendenza, per così dire, agli espropri delle piante che gli piacevano.

Verde e piante

In men che non si dica recideva pezzetti di vegetali che sporgevano oltre – poniamo – una recinzione e li portava con sé, indipendentemente da chi fosse nei paraggi, inclusi i proprietari dei giardini che fortunatamente non si accorgevano di nulla.

Sì certo, non erano furti di gioielli, ma penso che a nessuno piacerebbe vedere estranei che spezzano furtivamente rametti di piante curate con dedizione parentale.

Sia come sia, nella cucina del suo appartamento ha organizzato una specie di nursery per piante composta da vasetti di vetro disseminati un po’ ovunque, tavolo, mensole e davanzali per accogliere frammenti di verde immersi in acqua che dopo poche settimane, puntualmente, mettono radici e possono essere piantati in vaso.

In anni recenti i botanici sono arrivati alla certezza che le piante sono in grado di comunicare ai propri simili situazioni di pericolo, come per un’acacia la circostanza che abbia a che fare con degli insaziabili kudu, una varietà di antilope africana. Nei casi in cui esemplari di kudu sono stati rinchiusi in recinti per loro protezione, hanno preso a brucare intensamente e ininterrottamente sempre le stesse malcapitate acacie, anziché disperdersi su più alberi e aree più estese, come normalmente avviene in natura.

Le antilopi sono animali voraci e piuttosto rudi che strapazzano ben bene le piante che rosicchiano e le acacie reagiscono aumentando bruscamente ma temporaneamente il quantitativo di tannino, comportamento che viene replicato dalle acacie oltre le recinzioni. Si difendono, in sostanza, diventano indigeste. I kudu condividono le classificazioni zoologiche di pecore e capre, altri animali dalla masticazione inappagabile come ben sapeva il Piccolo Principe di Saint- Exupéry.

 

Il fanciullo aveva chiesto all’aviatore in panne nel deserto di abbozzare una museruola per il disegno del suo agnellino in modo da proteggere i fiori rari o addirittura unici in grado di crescere una volta sola tra milioni di stelle.

Quindi le piante comunicano, e questa è l’informazione scientifica.

Dal mio punto di vista, sospetto che le piante a casa del mio amico, allegre e rigogliose, informino le proprie simili di essere capitate in un incantevole luogo di villeggiatura. Immagino ci sia sempre un allegro chiacchiericcio vegetale in corso e magari si facciano trovare riverse davanti al suo portone a bella posta. Solo così riesco a spiegare il fatto che qualsiasi cosa lui ponga in acqua, al massimo in due settimane, metta radici e vi assicuro che ci ho provato a mia volta, con il solo risultato di generare un triste cadavere vegetale riverso in acqua stagnante.

Un’altra cosa che non fa mai è estirpare le piante che crescono spontaneamente nei vasi lasciati con il terriccio a riposo per qualche tempo. Si tratta di piante che hanno una capacità di crescita prodigiosa, sono forse meno belle delle piante ornamentali, ma verdi e rigogliose, e il mio amico le ospita per l’estate, premiandone l’intraprendenza e trasformandosi anche in bed & breakfast botanico. Le piante in nursery vengono in genere regalate e complice un gelato di inizi d’estate, sono tornata a casa con la mia pianta bebè – un piccolo cactus – e la portulaca clandestina non ancora visibile.

Nei giorni scorsi, con il portatile in grembo sulla mia sdraio da balcone, sicura che mai e poi mai sarei riuscita ad attribuire un nome significativo alla mia erba da tavola, mi sono imbattuta – al contrario – in una varietà di nomi popolari distribuiti lungo l’Italia meridionale e non solo, tra cui procaccia, porcacchia, andraca, purslane in Inglese, verdolaga in Spagnolo, Flor de las once in Colombia, pourpier in Francese, Ma-Chi-Xian in Cinese, oltre al nome scientifico di portulaca oleracea. La portulaca viene da molto lontano, di probabili origini asiatiche, deve la sua diffusione nel Medio Oriente e nel bacino del Mediterraneo alla capacità di prosperare anche su terreni poveri di nutrienti. Da un punto di vista botanico è considerata una pianta infestante, ma nelle zone in cui prospera è annoverata tra le erbe commestibili ed è molto gustosa. Infestante o no, sembra che la portulaca oleracea fosse conosciuta già in epoca medievale dal momento che i contadini, affamati dai feudatari, dovevano industriarsi provando a consumare tutto quello che di commestibile cresceva spontaneamente nei campi ed erano diventati esperti conoscitori di erbe e radici alimentari.

Sul mio davanzale è cresciuta una pianta che cresce allo stesso modo in Spagna, in Portogallo e in alcuni Paesi del Nord-Africa e – al di là di ogni considerazione – la portulaca e il cactus sul mio balcone insieme stanno benissimo. Le piccole foglie carnose della pianta spontanea ricordano vagamente quelle di una pianta grassa e le due sfumature di verde si amalgamano cromaticamente creando un insieme molto gradevole.

Questo per dire che le piante – esseri viventi stanziali per antonomasia – sono capaci di lunghi viaggi e qui riporto un ultimo aneddoto che ci trasporta in Francia ai primi del ‘900, raccontato da Giorgio Celli, etologo ed entomologo con una vera passione per le piante. Montpellier a quell’epoca ospitava dei grandi magazzini lanieri che ricevevano materia prima da svariate parti del mondo. Lane provenienti dall’Australia e dalla Nuova Zelanda, Argentina, Pakistan e Irlanda una volta giunte a destinazione venivano lavate con energici getti d’acqua e liberate dalle impurità. I botanici dell’epoca osservarono stupefatti che in prossimità dello scarico delle acque di lavaggio, si era creata una flora assolutamente inconsueta per quelle latitudini. Alcune piante incapaci di adattarsi erano perite miseramente all’inizio dei primi freddi, altre si erano adattate perfettamente. I semi avevano utilizzato il vello degli animali per cercare un posto dove germogliare ed avevano percorso, complici i trasporti per nave, lunghe distanze.

Come la mia portulaca.

E così godendomi una serata un po’ più fresca delle altre, dopo il caldo impossibile dell’avvio d’estate, in una Milano deserta che si è scrollata di dosso un po’ di polvere e smog dell’inverno, ho appoggiato il laptop sul pavimento accanto alla sdraio e ho ripreso a vagare con il pensiero tra i viaggi della portulaca della mia infanzia.

Mi è sembrato di sentire il suono della risacca sulle spiagge del Mediterraneo, i passi dei contadini lungo le strade dimenticate dei poderi medievali e delle campagne della Cina, ho visto le erbe spontanee vendute nelle botteghe e nei mercati del Medio Oriente e lavorate dagli speziali per ricavarne rimedi contro le malattie, ho inspirato il profumo dei limoni di Spagna e Sicilia e percorso le strade poderali ricoperte di erbe spontanee dalle mille sfumature di verde.

Sarà stata la suggestione, sarà stata una fortunata coincidenza, ma è stata una delle rarissime volte in cui a Milano, mi è sembrato di sentire il profumo del mare.

Paola Giannelli

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