Decrescita felice: il progetto “Low Living High Thinking”

Andrea Strozzi, nel 2012, ha dato vita ad un ambizioso progetto: “Low Living High Thinking”, un progetto che mira a riunire due mondi a prima vista lontani fra loro, ma strettamente connessi. “Vivere cioè più vicino al suolo e lasciare la testa libera di esprimersi ai massimi livelli, decolonizzando l’immaginario dominante e – perché no? – architettandone uno nuovo”. Si tratta del primo think-net italiano in cui, mediante fonti qualificate e testimonianze di professionalità diversissime fra loro, si discute sui postulati della “decrescita felice” e sulla loro applicabilità sul territorio.

Andrea, parlaci del tuo progetto “Low Living High Thinking”. Quando e come è nato?

L’idea di LLHT.org nasce a metà 2012, durante il viaggio di ritorno da uno dei primi workshop italiani dell’Ufficio di Scollocamento, in cui avevo tenuto un intervento sulle ragioni della mia scelta, risalente al 2004, di ristrutturare una vecchia stalla in Appennino, al fianco di un ettaro di campi e uno di boschi. Ripensandoci adesso, per un ragazzo che all’epoca aveva 30 anni, quella fu una decisione decisamente inusuale: mancavano ancora tre anni allo scoppio della crisi e niente faceva pensare che, a dieci anni di distanza, un appezzamento di terreno seminativo sarebbe diventato per molte persone una forma di investimento più appetibile di un titolo obbligazionario.  Per lavoro mi sono sempre occupato di analisi di mercato, pianificazione strategica, studi di scenari, modelli dinamici e business-plan: evidentemente, anche in quell’occasione, avevo presagito che nel modello socioeconomico occidentale si stessero aprendo le prime, enormi falle. Seguendo più un istinto che un progetto, ero così passato alle contromisure, compiendo, molti anni prima di altri, una scelta di resilienza. Dopo aver parlato di queste cose alla platea di quel giorno, dicevo, mi sono chiesto: “Perché, anziché parlarne e basta, non dare vita a un vero e proprio spazio divulgativo?” Economia e sociologia sono due discipline che mi appassionano, che studio e applico da sempre. E credo che tutto l’impianto economico che orbita intorno all’idea di decrescita abbia bisogno, tra le altre cose, anche di solide fondamenta concettuali, così da rendersi il più possibile credibile ed autorevole, diventando la vera alternativa al paradigma dominante. E così, sfruttando un po’ di conoscenze di web-designing, che avevo nel frattempo acquisito, ho dato vita a quello che è oggi il primo think-net italiano in cui, mediante fonti qualificate e testimonianze di professionalità diversissime fra loro, si discute – a volte animatamente – sui postulati della decrescita e sulla loro applicabilità sul territorio.

Per quale motivo hai sentito la necessità di dare vita a questo progetto?

Perché convinto che nell’espressione “Low Living High Thinking” siano magicamente custoditi i due più importanti precetti che questa difficile congiuntura storica, economica e sociale, ci suggerisce di applicare: vivere basso e pensare alto. Vivere cioè più vicino al suolo e lasciare la testa libera di esprimersi ai massimi livelli, decolonizzando l’immaginario dominante e – perché no? – architettandone uno nuovo. Tutte le persone che incontro concordano su questa impellenza. Le domande ci sono. Ce ne sono troppe, a volte. Tutte legittime. Molte però ridondanti e, purtroppo, inevase. Occorre invece che chi ha avuto il privilegio di conoscere più a fondo le cose, metta le sue conoscenze a disposizione delle persone a cui potrebbero essere utili per farsi un’idea più chiara di dove stiamo andando.

Da cosa è dipesa la scelta di questo nome?

La scelta del nome è stata contestuale alla nascita dell’idea. Low Living High Thinking è il motto che compare nella prefazione all’edizione italiana di “Walden, ovvero vita nei boschi” di H. D. Thoreau. La prima volta che mi ci sono imbattuto, ricordo di essermi stupito di come lì dentro ci fosse davvero tutto: l’esigenza di condurre una vita sobria e la valorizzazione della facoltà che ci distingue dagli altri esseri viventi, cioè il pensiero. Sono profondamente convinto che, coniugando efficacemente queste due attitudini, si possa superare qualunque ostacolo.

Qual è l’obiettivo del tuo progetto?

L’obiettivo è duplice, da un lato c’è la volontà di promuovere l’emancipazione volontaria e consapevole della perversa logica dell’accumulo incondizionato, dai quali è impregnato da quasi tre secoli il tessuto socioeconomico occidentale. Per riuscirci, occorre fare i conti con i propri bisogni primari, escludendo dalla propria agenda tutto ciò che si rivela accessorio. Chi volesse farsi un’idea più approfondita di questi concetti, non dissimili dai postulati della decrescita, può fare riferimento al mio articolo “Ma quanto low” in cui spiego meglio cosa intenda con “vivere basso”. Ma le mie finalità si esauriscono proprio nell’altra metà del nome (high thinking), essendo il progetto di natura essenzialmente divulgativa: vorrei cioè far convergere, su un unico terreno di confronto, le troppe certezze di cui è impregnato il “mondo” che ho abbandonato, quello competitivo e alienante che ha nel profitto il suo unico dogma, e le troppe titubanze che purtroppo registro nel “mondo” che nel 2004 ho cominciato ad abbracciare, quello cooperativo e rigenerante, che ha nelle dinamiche vernacolari il suo principale valore aggiunto. Il secondo obiettivo è infatti quello di mettere fecondamente in contatto due concezioni della realtà destinate a incontrarsi, ma oggi ancora troppo distanti. I due mondi di cui parlavo prima e che potremmo simbolicamente rappresentare con i nostri due emisferi cerebrali, appaiono infatti animati da obiettivi diversi, ma – a uno sguardo più attento – hanno invece più di un elemento in comune. C’è un mondo razionale e calcolatore che, come tutti sanno, fa dell’accumulo di denaro la sua unica stella polare: un mondo, cioè, che potremmo definire individualmente utilitarista. E, specularmente a questo, c’è un mondo meno spregiudicato e più attrattivo che invece considera i beni relazionali e la salvaguardia del proprio habitat come le principali risorse per il benessere collettivo. Un mondo, diciamo, socialmente utilitarista. Ma sempre di utilità si tratta! Credo che chi abbia sperimentato dall’interno entrambe queste dimensioni – magari potendo esibire sulla carne qualche cicatrice – possa raccontare più autorevolmente di altri quanto sia spettacolare e formativo sintetizzarle in qualcosa di nuovo e, per molti aspetti, nobilitante.

A chi si rivolge principalmente il progetto?

Principalmente cerco di parlare a chi, ancora riconoscendosi appieno nel proprio mondo di appartenenza, non si è mai posto il problema di cosa ci sia di interessante nell’altro mondo. Ma mi rivolgo anche a chi – pur non afferrandone in pieno le ragioni – si è già fatto sedurre dalla prospettiva di un cambiamento nella propria vita e, infine, anche a tutti quei “blocchi monolitici” in cui è comunque presente una fessura, una piccolissima crepa in cui insinuare il dubbio.  E’ un obiettivo ambizioso, ma oggi più che mai a portata di mano. Sta infatti già emergendo un mondo costruito sull’architrave di concetti come “decrescita” e della (usatissima) espressione “cambio di paradigma”: è il mondo che fa della convivialità il suo obiettivo prioritario. Non a caso, poco fa ho usato l’aggettivo “vernacolare”: il recupero della dimensione vernacolare dell’esistenza è il principale punto fermo dell’intera e vastissima trattazione di Ivan Illich, a mio parere il più grande pensatore del Novecento. Vernacolare è ciò che si ispira ai criteri di mutualità, di scambio e di condivisione su base domestica e comunitaria, con il denominatore comune del piacere della reciprocità. Appuntatevelo questo termine: ho l’impressione che tornerà presto di moda.

In che modo pensi sia possibile un collegamento tra il mondo del profitto e quello vernacolare?

Creando innanzitutto un linguaggio nuovo. Penso cioè a un nuovo codice espressivo che sia in grado di creare connessioni – concettuali e progettuali – fra i due mondi di cui abbiamo parlato. Un linguaggio che sia capace di suscitare interesse e di essere ascoltato dai rispettivi abitanti, i quali oggi, non conoscendosi fra loro, nella migliore delle ipotesi si ignorano. Più spesso si detestano. Perché farlo e perché adesso? Semplice: perché il mondo della trickle-down economy è miseramente franato. Con questo termine inglese ci si riferisce alla dottrina, poi evolutasi nel neoliberismo di matrice capitalista, che – fin dal verbo del suo profeta Adam Smith, nel 1776 – sostiene che la ricerca dell’interesse individuale si rifletta necessariamente nell’interesse collettivo, tramite le proprietà equilibratrici del libero mercato. Oggi questo postulato è una barzelletta sotto gli occhi di tutti. Che però non fa ridere Si pensi alla spaventosa iniquità distributiva della ricchezza nelle economie sviluppate, ma si pensi anche all’imminente esaurimento dei combustibili fossili, allo sfruttamento pornografico del territorio e all’impoverimento culturale del genere umano, frutto di un preciso disegno a tavolino che ipnotizza i cittadini per trasformarli in consumatori.

Che riscontro stai ottenendo?

Incredibile. Di gran lunga superiore alle aspettative. Tant’è che, se inizialmente LLHT era per me un semplice hobby, oggi sta diventando un vero e proprio mestiere. Solo negli ultimi dieci giorni, ho ricevuto quattro candidature, corredate di curriculum: ragazze e ragazzi che credono nell’idea e si candidano per darmi una mano, qualificando il progetto con le loro conoscenze. E’ davvero emozionante per me, non trovo altre parole. Poi ci sono le citazioni: visto che rilasciamo in media un paio di articoli alla settimana, sono ormai molti i siti e le altre testate che vengono ed attingono dal blog materiale divulgativo. Per ora è tutto completamente gratuito, in futuro si vedrà.

Quali sono appunto i tuoi progetti futuri?

Attualmente, oltre ad ampliare il network, sto perfezionandolo. Nel senso che, come ho detto, stanno arrivando decine e decine di proposte, inviti, collaborazioni. Ed io, adesso, devo capire come ottimizzare i miei sforzi e quelli dei miei collaboratori. Per ora siamo in tre, poi c’è un’altra persona che entrerà a breve. Per quanto riguarda la LLHT, l’idea è quella di strutturarlo al meglio, in modo che un giorno possa magari procedere anche senza il mio intervento diretto (ovviamente, mantenendo la supervisione di tutto). Sono in procinto anche di far uscire un piccolo e-book, in cui vorrei raccontare più nel dettaglio la mia esperienza personale. E, oltre a tutto questo, sto affiancando PAEA, una prestigiosa realtà italiana che, formatasi molto tempo fa in Germania, opera da quindici anni in Italia nel campo della bioedilizia e della progettazione energetica alternativa.

Le sollecitazioni di certo non mancano. Quindi, non posso che dirvi: arrivederci su LLHT.

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