«L’isola dei randagi»
Dopo tredici anni sull’isola, la scrittrice italiana ambienta qui il suo nuovo romanzo corale. Tra solitudini, legami e seconde possibilità, una Fuerteventura lontana dalle cartoline, raccontata attraverso le vite di chi la abita. Pugliese di origine, Graziana Morcaldi vive a Fuerteventura dal 2013. Scrittrice e imprenditrice, ha costruito sull’isola la propria vita, la propria famiglia e la propria attività professionale.
Il 7 ottobre 2026 è uscito il suo nuovo romanzo, L’isola dei randagi, una storia corale ambientata proprio a Fuerteventura.
Un libro che nasce da una lunga convivenza con un territorio particolare, spesso idealizzato da chi sogna di lasciare tutto e trasferirsi alle Canarie.
Ma cosa significa davvero appartenere a un luogo? E siamo sicuri che cambiare vita significhi necessariamente cambiare posto?
Ne abbiamo parlato con l’autrice.

Graziana, vivi a Fuerteventura da tredici anni. Come nasce l’idea di ambientare proprio qui il tuo nuovo romanzo?
In realtà, questo romanzo è nato molto prima della sua storia.
Il titolo, L’isola dei randagi, mi accompagna praticamente da quando vivo a Fuerteventura. Avevo la sensazione che questo luogo contenesse qualcosa che meritava di essere raccontato, ma non sapevo ancora come farlo.
All’inizio conoscevo troppo poco l’isola. La osservavo con gli occhi di chi è appena arrivato, ancora incapace di distinguere quello che vede da quello che immagina.
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Poi sono passati gli anni.
Ho imparato a conoscere Fuerteventura senza preamboli, nella sua dimensione più cruda e in quella più poetica. Mi sono amalgamata a questo territorio, a volte quasi senza accorgermene.
E intanto quel titolo continuava a tornare.
Volevo raccontare l’isola attraverso le persone. Non soltanto chi arriva da lontano, ma anche chi ci è nato, chi ha deciso di restare, chi vorrebbe andarsene e chi non sa più dove sia casa propria.
Soltanto molti anni dopo hanno cominciato a prendere forma i personaggi. E con loro, finalmente, la storia.
Il tuo romanzo si intitola L’isola dei randagi. Chi sono questi randagi?
Non sono necessariamente persone sole. E non sono neppure soltanto persone che hanno lasciato qualcosa alle spalle.
Per me un randagio è qualcuno che, per una ragione o per un’altra, fatica a trovare il proprio posto nel mondo.
Può avere una casa, una famiglia, un lavoro. Può vivere da sempre nello stesso luogo. Eppure continuare a sentirsi fuori posto.
I protagonisti del romanzo sono molto diversi tra loro, ma condividono questa ricerca.
C’è chi fugge, chi resta, chi ha paura di tornare e chi non riesce più a partire.
In fondo, credo che tutti attraversiamo momenti della vita in cui ci sentiamo un po’ randagi.

Molti lettori di Voglio Vivere Così sognano di trasferirsi alle Canarie, magari lasciandosi alle spalle una vita che non li soddisfa. Nel tuo romanzo, però, l’isola non sembra essere una soluzione miracolosa.
No, e credo che sia uno degli aspetti più importanti della storia.
Quando si guarda Fuerteventura da lontano si vedono l’oceano, le spiagge, il sole, gli spazi immensi. Ed è tutto vero.
Ma vivere in un luogo non significa soltanto ammirarne il paesaggio.
Significa fare i conti con la quotidianità, con la distanza, con la solitudine, con le difficoltà e soprattutto con se stessi.
Cambiare paese può cambiare profondamente una vita. Ma non cancella automaticamente quello che siamo.
Nel romanzo c’è chi è arrivato sull’isola per costruire qualcosa e chi ci è finito quasi per caso. E poi ci sono persone che a Fuerteventura sono nate, ma che non per questo sentono di appartenerle.
Mi interessava proprio questo contrasto: un luogo che per qualcuno rappresenta la libertà può essere, per qualcun altro, una prigione.
Raccontaci qualcosa della storia, senza svelare troppo.
Il romanzo comincia sulla costa nord-occidentale di Fuerteventura.
Oliver vive in una capanna di fronte all’oceano Atlantico. Ha scelto un’esistenza appartata, scandita dal vento, dal mare e dalla presenza di un guirre, un rapace simbolo dell’isola.
Da undici anni cerca di tenere il mondo a distanza.
Poi un giorno arriva Mercedes, una donna che ha attraversato l’oceano per raggiungerlo.
Porta con sé una notizia che Oliver non è pronto ad affrontare.
Martín ha bisogno di lui.
Da quel momento qualcosa si rimette in movimento.
Ma Oliver non è l’unico protagonista.
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Attorno alla sua vicenda si sviluppa un romanzo corale, con personaggi le cui vite finiscono per intrecciarsi. Ci sono Paula, una farmacista di Lajares, Bianca, una donna che cerca di costruire un equilibrio per sé e per suo figlio, Aniagua, profondamente legata alla propria terra, e altri personaggi che contribuiscono a raccontare l’isola da prospettive differenti.
Non sono storie indipendenti: appartengono tutte allo stesso universo narrativo e, poco alla volta, trovano il modo di incontrarsi.
Fuerteventura sembra essere quasi un personaggio del romanzo. Quanto conta il paesaggio nella storia?
Moltissimo.
Non riuscirei a immaginare questa storia ambientata altrove.
Fuerteventura possiede una geografia che, secondo me, ha qualcosa di profondamente narrativo.
Ci sono luoghi in cui il silenzio è quasi fisico. Distese vulcaniche che sembrano non finire mai, barrancos, scogliere, strade che attraversano territori apparentemente disabitati.
E poi c’è il vento.
Il vento qui non è un dettaglio meteorologico. È una presenza costante. Modifica il paesaggio, accompagna le giornate, a volte sembra perfino condizionare l’umore.
Nel romanzo ho cercato di far entrare tutto questo nella vita dei personaggi.
Non volevo descrivere Fuerteventura come farebbe una guida turistica. Volevo che il lettore la attraversasse, che ne percepisse la polvere, il silenzio, la bellezza e anche la durezza.

C’è un luogo dell’isola che ha avuto un’importanza particolare nella costruzione del romanzo?
La costa nord-occidentale è sicuramente uno dei luoghi centrali.
È lì che ho immaginato la capanna di Oliver, affacciata sull’Atlantico, in un paesaggio esposto al vento e lontano dai centri abitati.
Mi interessava un luogo che potesse rappresentare contemporaneamente un rifugio e una forma di isolamento.
Ma nel libro ci sono anche Lajares, Villaverde, le strade interne, i barrancos e le piccole calette della costa occidentale.
Ho voluto attraversare una Fuerteventura diversa da quella che compare abitualmente nelle fotografie delle vacanze.
Quella delle persone che ci vivono, che lavorano, che si incontrano nei piccoli centri e che costruiscono la propria quotidianità in un territorio tanto affascinante quanto particolare.
Nel romanzo compare anche il guirre, un animale molto legato all’identità di Fuerteventura. Come mai questa scelta?
Volevo che accanto a Oliver ci fosse una presenza appartenente davvero a questa terra.
Il guirre, il capovaccaio delle Canarie, è un animale straordinario. Ha qualcosa di antico, selvatico, quasi solenne.
Mi sembrava perfetto per accompagnare un personaggio che ha scelto di allontanarsi dagli esseri umani.
Il rapporto tra Oliver e questo rapace non ha bisogno di troppe spiegazioni.
Mi piaceva l’idea che un uomo incapace di mantenere certi legami umani riuscisse invece a costruire una forma di familiarità con una creatura selvatica.
È una presenza discreta, ma significativa.
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Tu stessa hai lasciato l’Italia per costruire una vita a Fuerteventura. Quanto c’è della tua esperienza personale nel libro?
C’è moltissimo della mia esperienza con l’isola, ma non si tratta di un romanzo autobiografico.
I personaggi hanno vite, caratteri e vicende proprie.
Quello che appartiene a me è soprattutto lo sguardo sul territorio.
Vivere qui dal 2013 mi ha permesso di conoscere Fuerteventura in una maniera che non avrei mai potuto raggiungere da semplice visitatrice.
Ho visto cambiare i luoghi, ho conosciuto persone con storie molto diverse e ho imparato che l’esperienza di vivere su un’isola non è uguale per tutti.
Credo che questo sia uno degli aspetti che hanno alimentato maggiormente il romanzo.
Non volevo raccontare soltanto il mio rapporto con Fuerteventura. Volevo provare a raccontare le tante forme di appartenenza e di estraneità che convivono nello stesso territorio.
Qual è la domanda che vorresti lasciare ai lettori dopo l’ultima pagina?
Forse questa: che cosa significa davvero sentirsi a casa?
Perché non sempre la casa coincide con il luogo in cui siamo nati. Ma non coincide necessariamente neppure con quello che abbiamo scelto.
A volte è una persona. A volte è qualcosa che abbiamo perduto. Altre volte è una possibilità che non abbiamo ancora avuto il coraggio di considerare.
Il romanzo parla anche di questo.
Della difficoltà di riconoscere ciò che conta e del coraggio necessario per provare a recuperarlo.
A chi consiglieresti L’isola dei randagi?
A chi ama i romanzi in cui i personaggi hanno qualcosa da perdere e qualcosa da ricostruire.
A chi cerca storie di legami complicati, di scelte, di errori e di seconde possibilità.
E naturalmente a chi conosce Fuerteventura, a chi la ama o sogna di scoprirla.
Mi piacerebbe che chi ci vive potesse riconoscere qualcosa della propria isola e che chi non ci è mai stato riuscisse a immaginarla oltre le fotografie.
Ma soprattutto vorrei che il romanzo arrivasse anche a chi non ha alcun legame con questo luogo.
Perché Fuerteventura è il cuore geografico della storia, ma le domande che attraversano il libro non hanno confini.
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