Così l’aspirazione al viaggio, elemento distintivo dell’animo umano e probabile retaggio di epoche in cui eravamo nomadi per esigenze di sostentamento, è divenuta pulsione irrefrenabile ad andare oltre, si tratti di vita quotidiana, dei confini di terre lontane, dei propri limiti e paure.

Valvola psicologica nei momenti di crisi, il viaggio può nascondere motivazioni molto complesse.

Le piccole cose quotidiane

Per molti corrisponde a servirsi di ampie fette di realtà sconosciute o solo intuite, in una vorace assimilazione di ciò che la vita può offrire. Altri viaggiatori sono spinti dal desiderio di catturare le diversità nel viaggio o dare pieno sfogo alle proprie aspirazioni e passioni siano esse cavalcare l’onda perfetta, scalare tutti gli 8.000 metri, costruire un ospedale da campo in zone di guerra o sedersi e condividere una tazza di tè con i pastori nel deserto del Gobi.

Il viaggio definitivo, in particolare, è quello che si allaccia strettamente alla ricerca di luoghi e attività adatti alla propria identità in sofferenza nella vita di tutti i giorni, quando ci si rende conto che la quotidianità non ci assomiglia più e si decide di cambiare la propria traccia umana sul pianeta.

Si tratta in fondo di un modo per nascere una seconda volta, con il privilegio di esprimere la libertà di modo, tempo e soprattutto latitudine della propria rinascita.

Prima del viaggio radicale, non alla portata di tutti per condizioni personali o soltanto coraggio, spesso però trascuriamo viaggi minori, che meriterebbero di esseri compiuti attorno a noi stessi, per cercare di rimuovere o allentare quei piccoli lacci che tutti insieme ci fanno arrivare a fine giornata in debito di ossigeno e più stanchi di quanto una giornata di normali occupazioni dovrebbe comportare.

Gulliver, viaggiatore per antonomasia, all’inizio delle sue esplorazioni e nonostante fosse un gigante nella terra dei pigmei, si trovò disteso per terra e strettamente legato da piccole corde che tutte insieme lo tenevano ben fermo, nonostante ciascuna di esse rappresentasse un’inezia rispetto alla sua forza e alla mole del suo corpo.

Gli abitanti di Lilliput, corda dopo corda, con il gigante incosciente, avevano intessuto una ragnatela di canapa attorno all’ipertrofico Gulliver che, svegliandosi, non aveva creduto ai propri occhi e non aveva potuto fare altro che rilevare la propria momentanea impotenza.

GULLIVER

Qualche settimana fa in vacanza al mare, mi godevo il fresco di un pino seduta su un mattone di cemento vicino ad un basso muretto che iniziava poco oltre. Di lì a poco un bimbo di poco più di un anno ha iniziato a trotterellare verso di me con il solo pannolino indosso e mi si è seduto accanto, la tenda dei suoi genitori poco distante.

Ha iniziato a chiacchierare con me nel suo fantastico ma incomprensibile idioma, sembrava avesse moltissimo da dire, indicava gli alberi, la tende, le auto, cercava, interrompendosi e guardandomi, il mio consenso. Mi avrà raccontato diverse cose, immagino, io annuivo soltanto, non lo interrompevo. Come molti adulti, il bambino aveva solo bisogno di parlare ed essere ascoltato.

Poi ha iniziato a darsi dei colpetti con le piccole dita sulle cosce e sulle ginocchia. Sempre più velocemente. Ho guardato verso le sue gambette, e mi sono accorta con orrore che si era seduto su un formicaio alloggiato in alcune fessure del muretto e che aveva almeno un centinaio di piccole formiche che giravano impazzite per il suo corpicino. L’ho preso in braccio l’ho portato di corsa alla mamma che l’ha privato seduta stante di quell’unico pannolino e annaffiato con una bottiglia d’acqua a portata di mano, stessa sorte toccata poi alle formiche.

Il bimbo avrà avuto circa 20 mesi, un maggiorenne di mesi ne ha già accumulati almeno 216 ed è perfettamente in grado di scacciare le piccole cause di disturbo, che come le formiche del mio piccolo amico e i Lillipuziani di Gulliver, rischiano di metterci fuori uso.

Affrontiamo quotidianamente situazioni di disagio minime – il traffico, i colleghi invadenti, la giornata che stenta a trascorrere e sembra dilatarsi oltre misura – che saremmo perfettamente in grado di disinnescare una alla volta, all’apparenza (ma solo all’apparenza) innocue e che per trascuratezza lasciamo ci creino delle strette gabbie, finché ad un certo punto, il viaggio non è più un’aspirazione, ma una necessità, uno dei pochi modi sani di liberarsi di un po’ di zavorra.

Traffico cittadino

Così per una coppia brasiliana che vende tutto, mette il due alberi in giardino e vive nella barca immersa nell’erba per alcuni mesi per abituarsi agli spazi angusti prima della navigazione, ci sono centinaia di persone che navigano su internet confezionando viaggi che non acquisteranno mai e sentendosi irrimediabilmente scontenti.

E qui ci sono buone notizie, ci sono viaggi nelle piccole cose quotidiane che possono essere intrapresi per disattivare le piccole cause di insoddisfazione, o permettersi dei piccoli e preziosi itinerari nei ricordi, in un nuovo lavoro, nella scrittura di un libro, nella riscoperta di quanto siano belle le città in cui viviamo e che ci ostiniamo a guardare con occhi distratti.

Un periplo attorno noi stessi come fossimo isole, continenti da esplorare fatti anche di piccole storie quotidiane.

E non per eliminare il viaggio che rappresenti il sogno della propria vita, ma per tralasciare tutti quei piccoli malumori, quei rumori di fondo, che non fanno emergere a pieno l’appagamento del desiderarlo, dell’essere già in marcia con il pensiero.

Questa è la nuova rubrica di “Voglio Vivere Così “che vi seguirà regolarmente, per iniziare il viaggio nelle cose quotidiane, perché piccolo o grande che sia, il viaggio è un meraviglioso luogo dell’anima.

Ed è sempre un inizio.

Paola Giannelli

[email protected]