Dalle multinazionali alle fattorie: non è coraggio, solo libertà

Di Paolina Giannetti

(la foto di copertina e’ di Alice Gonçalves)

 

Volevo fare qualcosa di straordinario, sfidarmi. Riservavo ancora la sensazione di dover dimostrare qualcosa a me stessa.

Un viaggio senza biglietto di ritorno, senza risparmi, senza sostegno familiare sarebbe stato perfetto, ma non bastano queste motivazioni per lasciare tutto e partire.

Il viaggio lo senti dentro ancor prima di partire, grida la sua voce, ti accompagna inconsapevolmente nelle scelte di vita. Incosciamente lo hai già organizzato con minuzia.

Non c’è un momento in cui ti senti pronto, ma solo uno in cui non puoi più rimandare.

E vorresti una vita definita normale, vorresti non dover partire ogni volta da zero, non lasciare le persone care, avere un armadio con i tuoi vestiti, il tuo cibo preferito, un salario fisso, ma non puoi, non ci riesci. Inizialmente hai paura che stai solo scappando da te stesso. Dove andrò? Cosa farò? Come mi finanzierò? E se non ritorno? E la mia famiglia?

 Paolina Giannetti

Foto di Alice Gonçalves

Lavoraro in una multinazionale a Budapest, quel lavoro a tempo indeterminato aveva dato il giusto epilogo ai miei studi conclusi qualche anno prima in economia aziendale. Era la garanzia che meritavo, si, per gli altri, non per me. Lo scoprii dopo due anni, quando un grande conflitto interiore cominciò a covare dentro fino a esplodere.

Quei pochi risparmi in fiorini non sarebbero bastati per un viaggio del genere. Sin da piccola mi affascinava l’idea di rovesciare le stagioni, di vedere un altro cielo, la Luna crescere al contrario. Pensavo che fosse una delle tante passioni passeggere che mi entusiasmano. Avevo la sensazione che fosse una terra conosciuta e questo non faceva altro che rendermi sempre più curiosa. Fu così. Non arrivai in Brasile, ci ritornai appena. Nell’anno della partenza mi licenziai, non sopportavo di lavorare in un ambiente chiuso, con aria condizionata.

Gli unici uccelli che potevo scorgere dalla finestra erano le aquile appiccicate alle pareti di vetro dell’edificio di fronte alla mia vecchia scrivania. La luce del tramonto era bianca, sempre la stessa, riflessa da quei grandi neon sulla tastiera del computer. Volevo vivere a contatto con la natura, imparare dai suoi cicli. Non sapevo esattamente cosa avrei fatto, ma sapevo quello che non mi piaceva, come tanti del resto. Ricevevo ogni anno borse di studio per saldi pregressi dal mio Ateneo.

Quell’anno, nel 2016, arrivò puntulmente l’assegno. Trovai nello stesso giorno un biglietto aereo per il Brasile: Milano – Fortaleza (Cearà, Nord-Est), 330 Euro. Lo comprai. Solo andata.

Fu solo l’inizio dei 12.647 Kilometri che avrei percorso, rigorosamente su strada. Su strada, perchè dopo 90 giorni il mio visto era scaduto ed ero ufficialmente una clandestina. Non potevo comprare biglietti aerei senza documenti. Arrivai in Brasile nel Novembre del 2016, ritornai dopo circa 365 giorni. Percorsi lo Stato del Cearà, di Pernambuco, la Bahia, Goiás, San Paolo, Mato Grosso do Sul. Varcai il confine con la Bolivia per il Sud-Est Ciquitano, la percorsi tra le vette della Cordigliera delle Ande con i suoi 4000 metri s.l.m..

Raggiunsi l’ultima tappa: il Peru, ancora Ande che dolcemente scomparsero nella giungla, nella foresta amazzonica. Partii con uno zaino di 17 Kg, non sapevo nemmeno cosa portare per un viaggio senza tempo. I vestiti presto lasciarono il posto agli utensili da cucina, a pentole, ciotole, spezie e semi di ogni genere, sacco a pelo, tenda, la “barraca” come la chiamano i brasiliani.

Dopo i primi 6 mesi ero stanca, i miei vestiti erano consumati, li lavavo in pentoloni di acqua bollente, avevo imparato a fare e disfare lo zaino in pochissimo tempo. Ero stanca fisicamente, psicologicamente. Ogni volta che lasciavo un posto con le sue persone speciali mi prendeva una stretta al cuore, la sensazione di vuoto. Ma dovevo andare e condividere tutta la bellezza che ricevevo. In fondo solo lasciando le zone di conforto si aprivano sempre nuove meraviglie.

Questo mi confortava. Iniziai a fidarmi realmente della vita, a viverla, a vivermi. Il mio intuito si era affinato molto, il mio istinto mi guidava nella scelta dell’itinerario, dei luoghi, delle persone di cui potevo fidarmi. Non si sbagliò mai, arrivavo sempre nel posto giusto. Spesso ho avuto paura, paura di essere assaltata, paura di morire, di subire violenze fisiche. Vivevo quasi sempre in villaggi, i posti rurali che mi accolsero con i loro svariati ecosistemi mettevano a dura prova la mia paura per serpenti, ragni, animali velenosi. Tutto era gigantesco, persino le formiche erano pericolose e pungevano, alcune tagliavano.

Vissi in tenda per almeno la metà del mio viaggio, una scelta obbligata quando il letto è di paglia e il soffitto di palma intrecciata è la casa di topi e ragni. In fondo amavo dormire in tenda, ascoltare tutti i rumori della notte, guardare il cielo stellato qualche istante prima di dormire aprendo un pò la zip.

La tenda, anche quella fu un regalo di una cara persona che presto diventò amica e che rincontrai varie volte nel mio viaggio, Alice Gonçalves, fotografa sensibile, autrice di molti scatti preziosi. Sono stata una volontaria nelle fattorie e villaggi più remoti. Imparai a lavorare con la terra, a piantare, creare vivai, costruire in terra cruda, curare gli animali, fare olio di cocco e cioccolato, le proprietà delle piante officinali e creavo cosmesi naturale.

Santa Rosa del Yacuma (Bolivia)_Volontariato Fattoria Picacho

Erano quasi sempre riserve e progetti di proprietà di persone straniere che avevano deciso di vivere in quelle terre, ma sempre accoglievano nativi e custodi di antichi saperi. Non li trovi su Internet, ma solo su passa parola. Impossibile certe volte entrare in contatto prima di raggiungere il posto, la tua fiducia sarà il tuo biglietto da visita. Spesso non c’era la linea telefonica, no connessione WI-Fi, no lavatrice, cucina con fuoco a legna, elettricità solo nell’area comune.

Durante la lunga permanenza brasiliana, ebbi l’idea di vendere focacce italiane. Un prodotto semplice nelle materie prime che i brasiliani amano perchè fatto da una “italiana vera”. Finanziai gran parte dei miei spostamenti con la vendita di focacce nei mercatini organici, nei bar, all’università di Brasilia. All’inizio non credevo fosse possibile, non avevo autorizzazioni, non certificati HACCP. I brasiliani sorridevano e ironicamente mi dicevano: “Non sei in Europa. Qui tutti lo fanno”.

In Bolivia riuscii a vendere i semi di piante brasiliane che avevo raccolto con cura. Molte furono le persone che mi aiutarono, infiniti i momenti di condivisione sincera: imparai la gratitudine. Quelle terre mi abbracciarono, mi sorrisero, si mostrarono in tutta la loro bellezza quanto più mi abbandonavo, quanto più amavo quella gente e quelle culture in maniera incondizionata. La natura mi avvolgeva, mi teneva compagnia, mi cullava la sua forte melodia. Imparai che la solitudine è una preziosa compagna. La natura diventò una maestra. Apprendevo dai suoi cambiamenti.

Il suo nascere, morire, e rinascere senza sosta mi donavano forza. La forza che arriva quanto appare il manto di fiori maestosi che colorava i campi neri e reduci da incendi, per esempio. Quando sei a stretto contatto con la natura e per così tanto tempo inizi a comprenderla, a respirarla, ad avere i suoi ritmi. Presto capisci che non sono diversi dai tuoi di ritmi, te li hanno solo tolti nella corsa di un quotidiano che non si stanca, in un posto che ti vuole sempre performante e produttivo.

Mi incantarono quei posti. Il Brasile i colori della sua gente, la musica, l’allegria, il ritmo antico che risucchiava come un vortice, con la sua diversità e la sconfinata grandezza, la religiosità, quel modo tutto singolare di spiattellare in pochi istanti i drammi di una vita intera a una sconosciuta, con le spiagge d’oro che incontravano l’Oceano, i pappagalli Ara, i tucani.

La Bolivia, dalla semplicità disarmante, con la sua terra rossa, la spensieratezza del suo popolo, la rassegnazione e l’arte di chi può vivere solo alla giornata, le centinaia di farfalle tutte colorate, l’abbraccio e la maestosità delle Ande. Il Peru che tutto calma con la sua gente tanto spirituale, l’energia Inca, il profondo legame del suo popolo con la natura, Pachamama, di cui sentono lo spirito, con cui parlano, a cui si affidano e ringraziano. Di tutti i posti mi divertiva l’arte con cui si inventavano i lavori, l’ingegno. Di tutti i posti custodisco l’emozione di trovarsi in una natura tanto selvaggia, incontaminata, ma mai ostile.

Non mi sono mai pentita di essermi licenziata e di non lavorare più in azienda, mi sento libera. La libertà di scelta che sento non è esente da sacrificio. Questo tipo di libertà si paga spesso con la precarietà lavorativa, l’assenza di un posto dove ritornare, la mancanza degli amici lontani. Tutto dipende dal proprio sistema di valori e dalla percezione del proprio posto nel mondo. Non sono più la stessa, mi sento figlia di quelle terre, spesso mi mancano e so che le raggiungerò nuovamente.

Specialmente il Brasile dove ritrovai nella spensieratezza, e la leggerezza di quei mesi, la mia bambina interiore. Il Sud America è il primo mondo per il valore delle relazioni umane, il tempo che le persone investono per le affettività, la solidarietà, la condivisione, l’autenticità della sua gente, l’amore. Il popolo sud americano sa ascoltare con gli occhi, vedere con il cuore, non ha filtri, non ha paura. Non hanno bisogno di fronzoli, la necessità di apparire è nulla, e l’assenza degli specchi in quasi tutti i posti che mi hanno accolto lo conferma. Sarai accolto per quello che sei realmente, a loro basta uno sguardo per capire.

“Hai un buon cuore, sei un’anima antica. Vai con Dio!”, mi dicevano sempre negli abbracci di saluto. Non ho avuto spiacevoli episodi, non sono stata rubata, assaltata, struprata, ma sono stata attenta, e soprattutto sincera nelle relazioni. Ai tanti che mi chiedevono perchè ci fossi andata dato che avevo tutto in Europa rispondevo: “Io ho quello che voi non avete, ma voi avete tutto quello che io non ho!”.

Tutto quello che era minimale mi attraeva, e così lo scelsi come meta. Volevo ritornare dentro, al contatto con la mia vera essenza, scoprire la mia forza. Se scappi non ci sono kilometri che possono far perdere le tracce di chi o cosa ti insegue.

Un pò alla volta ti tocca aprire la cassaforte la cui chiave conservi chissà dove. Il viaggio la riconsegna, ma sei solo tu a poter aprire. Succede per caso, nella notte della foresta peruviana per esempio. Quando tra le centinai di vite notturne che popolano la foresta, hai paura e non riesci a dormire e ti chiedi: chi me lo ha fatto fare?

Volevo incontrarmi, volevo scoprire la mia missione, il volto dell’insoddisfazione che sentivo prima di andare a dormire. Ci riuscii? Si, ma solo quando desici di ritornare da dove ero partita.

E’ in quel momento che il viaggio si trasforma in una cassetta di ferramenta, solo allora avrai gli strumenti per un altro viaggio, quello più sincero, il più avventuroso, il più temuto. Il vero viaggio della libertà: il viaggio dentro te stesso.

Dopo un anno da quel viaggio è nato un blog che racconta le emozioni, le filosofie di vita, le esperienze di volontariato: https://darikikin.home.blog/

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