Da ingegnera a travel designer: la nuova vita di Annachiara in Francia

di Enza Petruzziello

Il passato? Per Annachiara Giordano non è qualcosa da abbandonare, ma piuttosto una base da cui ripartire, trasformando competenze e conoscenza del territorio in una nuova attività.

Quarantuno anni, originaria di Torino, Annachiara ha deciso di lasciare una carriera di oltre dieci anni come ingegnera e project manager per reinventarsi professionalmente in Francia. Un’occasione unica per rimettere in discussione il proprio percorso e trasformare passioni, competenze ed esperienza in qualcosa di nuovo.

Dopo anni trascorsi in grandi aziende, dal 2025 vive a Clermont-Ferrand, nel cuore dell’Auvergne, insieme a suo marito e ai loro due bambini di 3 e 5 anni. È la fondatrice di “Francia Andata e Ritorno”, un progetto dedicato alla scoperta del territorio francese e alla progettazione di viaggi su misura: itinerari pensati per essere autentici, realistici e cuciti addosso per chi li vive.

Dietro la sua nuova vita c’è un bagaglio di esperienza costruito in anni di viaggi tra Europa, Nord America, Asia, Africa e Sud America. Con lei abbiamo parlato di cambiamento, di lavoro, di Francia e di quella capacità — non sempre facile da trovare — di capire quando è arrivato il momento di cambiare direzione.

Partiamo proprio da lì.

Annachiara, prima di diventare travel designer eri ingegnera e project manager in grandi aziende. Quando hai iniziato a sentire che quel percorso professionale non ti rappresentava più?

«Più che non rappresentarmi più, sentivo che era arrivato il momento di evolvere. Avevo voglia di una nuova sfida professionale e il trasferimento in Francia mi sembrava anche l’occasione giusta per cercarla. Inizialmente, infatti, il mio progetto era molto diverso da quello che poi ho realizzato: pensavo di continuare a lavorare nel mio settore anche in Francia. Avevo esperienza, conoscevo la lingua e immaginavo di ricostruire qui il mio percorso professionale.

Poi mi sono resa conto che nel frattempo erano cambiate anche le mie esigenze e le mie priorità. Non ero più soltanto una professionista che si trasferiva in un altro Paese: ero anche una mamma con due bambini piccoli che stavano affrontando, insieme a noi, un cambiamento enorme. Ed è stato proprio in quel momento che ho cominciato a chiedermi se la mia nuova sfida dovesse necessariamente assomigliare a quello che avevo fatto fino ad allora».

Che ruolo ha avuto il trasferimento in Francia nel tuo nuovo percorso professionale?

«All’inizio ero convinta che avrei semplicemente cercato un nuovo lavoro nel mio settore. Ho anche intrapreso un percorso con una coach professionista proprio per capire come orientare questa nuova fase della mia carriera. Durante quel percorso, però, è emerso qualcosa che forse fino a quel momento non avevo avuto il coraggio di prendere davvero in considerazione: costruire un progetto mio.

I primi tempi in Francia sono stati un periodo di adattamento per tutta la famiglia. I bambini si sono ritrovati improvvisamente in una nuova scuola, circondati da persone che parlavano una lingua che loro non comprendevano ancora. Avevo scelto questo trasferimento pensando anche alla grande opportunità che avrebbe rappresentato per loro, e proprio per questo sentivo di voler essere presente mentre trovavano il loro equilibrio. Così una passione che mi accompagnava da sempre, quella per i viaggi e per la loro organizzazione, ha iniziato lentamente a trasformarsi in un progetto professionale. L’idea di creare qualcosa di mio c’era stata altre volte, ma mi era sempre mancato il coraggio di provarci davvero. Questa volta mi sono detta: se non lo faccio adesso, quando?».

Quando avete scelto di trasferirvi a Clermont-Ferrand, era una città che conoscevi già oppure è stata una scoperta completamente nuova?

«In realtà per me non era una città completamente nuova: molti anni prima ci avevo già vissuto per circa sei mesi per lavoro. La conoscevo, parlavo già francese e ne conservavo un bel ricordo, quindi quando si è presentata questa possibilità l’abbiamo vista anche come una bella esperienza da far vivere ai nostri bambini».

Quali sono state le difficoltà più grandi dell’integrazione?

«Una delle difficoltà è stata sicuramente ricostruire da zero una rete sociale. Nella mia esperienza, entrare davvero nella quotidianità delle famiglie francesi richiede un po’ più di tempo, mentre con altre famiglie internazionali si crea spesso un legame molto spontaneo: probabilmente perché si condividono le stesse difficoltà, la lontananza dalla propria famiglia e quel senso iniziale di spaesamento. Oggi abbiamo amici di tante nazionalità diverse, conosciuti attraverso la scuola, al parco o semplicemente vivendo la città. Allo stesso tempo abbiamo incontrato anche francesi estremamente accoglienti: alcuni colleghi di mio marito ci hanno coinvolti fin dall’inizio e una sua collega, in particolare, è diventata una presenza molto affettuosa anche per i nostri bambini.

Poi ci sono le piccole differenze quotidiane. Per esempio, arrivando dall’Italia, mi ha stupito scoprire una città che la domenica praticamente si svuota! All’inizio vedere quasi tutto chiuso mi sembrava stranissimo. Poi capisci che qui la domenica significa soprattutto stare all’aperto, camminare, andare nella natura, anche in inverno».

E quali invece le scoperte più belle?

«Tra le scoperte più belle metterei invece l’attenzione riservata alle famiglie e ai bambini. Ci sono moltissime attività, servizi e spazi pensati per loro, alcuni anche gratuiti. E sono le piccole cose a sorprendermi ancora oggi: dalle aree gioco nelle stazioni di servizio all’attenzione sui mezzi pubblici, dove spesso mi è capitato che mi lasciassero il posto semplicemente perché ero con un bambino. Sono dettagli, ma raccontano molto di una società».

Quanto è diversa la Francia che si conosce da turista da quella che si scopre quando ci si vive davvero?

«Moltissimo. Da turista è facile innamorarsi della Francia più immediata: i mercati, le boulangerie, i borghi, i bistrot, i paesaggi. Vivendoci inizi invece a vedere tutto quello che sta dietro quella cartolina e soprattutto le differenze culturali che nella quotidianità diventano molto più evidenti.

Una delle cose che mi ha colpita di più è l’importanza che viene data all’autonomia dei bambini fin da piccolissimi. A scuola imparano molto presto a vestirsi da soli, a sistemare le proprie cose, a gestirsi nelle attività quotidiane. Con la scuola vanno in piscina e vengono responsabilizzati molto più di quanto fossi abituata a vedere. Persino il bonjour e il merci fanno parte dell’educazione quotidiana: non sono semplicemente formule di cortesia, sono quasi un rito sociale, e i bambini vengono educati fin da piccoli a usarli.

Poi scopri tutta una rete di servizi che da turista difficilmente noteresti: corsi sportivi fin dalla prima infanzia, attività culturali, biblioteche che organizzano letture anche in altre lingue, spazi gratuiti per le famiglie, iniziative durante tutto l’anno. È anche questo che mi affascina del vivere all’estero: all’inizio osservi inevitabilmente tutto con gli occhi di un’italiana e pensi continuamente “da noi è diverso”. Poi, poco alla volta, alcune abitudini iniziano a diventare anche tue».

Francia Andata e Ritorno

C’è stato un momento preciso, un viaggio o un’esperienza, in cui hai capito che il travel design poteva diventare un lavoro vero e non solo una passione?

«Non c’è stato un momento preciso, quanto piuttosto una serie di piccoli segnali che, messi insieme, mi hanno fatto pensare che potesse diventare qualcosa di più di una passione. Negli anni mi era capitato spesso che amici e conoscenti mi chiamassero per chiedermi consigli su un viaggio, dicendomi: “Chiedo a te perché sicuramente sai cosa consigliarmi”, oppure, quasi per scherzo, “Dovresti farlo di mestiere”. A forza di sentirmelo dire ho iniziato a chiedermi se quella capacità di cercare, organizzare e costruire un viaggio intorno alle persone potesse davvero trasformarsi in un lavoro. In quel periodo sentivo anche il bisogno di essere più presente per i miei bambini, che stavano affrontando un cambiamento importante con il trasferimento in Francia. Mi sono quindi chiesta se non fosse il momento giusto per provare finalmente a costruire qualcosa di mio.

La passione c’era da sempre, ma non volevo improvvisare. Per me la formazione è fondamentale: ho seguito un master online in Digital Marketing, ho lavorato con un fotografo professionista per migliorare la qualità dei miei contenuti e continuo a formarmi anche su comunicazione e video editing. È un aspetto del mio carattere che mi porto dietro da sempre: prima di lanciarmi in qualcosa voglio studiarlo, capirlo e arrivarci preparata».

Cosa hai portato con te del mondo dell’ingegneria nel modo in cui oggi progetti un viaggio?

«Moltissimo. Più lavoravo al progetto e più mi rendevo conto che organizzare un viaggio su misura ha molti punti in comune con la gestione di un progetto. Ci sono un budget da rispettare, delle priorità da definire, dei vincoli da considerare, tante informazioni da analizzare e una serie di decisioni da prendere per arrivare alla soluzione più adatta.

Mi porto dietro soprattutto molte delle soft skills sviluppate negli anni: problem solving, decision making, capacità di analisi e gestione degli imprevisti. In viaggio sono fondamentali, perché può capitare che un’attività venga cancellata, che il meteo cambi o che un trasferimento non funzioni come previsto. In quei momenti bisogna capire rapidamente il problema, valutare le alternative possibili e scegliere la soluzione più efficace senza perdere tempo.

Mi aiutano molto anche le competenze di analisi sviluppate all’inizio della mia carriera come consulente aziendale e, naturalmente, le lingue. Nel mio lavoro ho sempre utilizzato inglese e francese e oggi sono uno strumento prezioso per cercare informazioni direttamente alla fonte, comunicare con strutture e operatori locali e non dipendere esclusivamente da ciò che si trova in italiano. Alla fine mi sono resa conto che quasi nulla del mio percorso precedente è andato perso: ho semplicemente trasferito competenze e metodo da un settore a un altro».

Come è nata l’idea di “Francia Andata e Ritorno”?

«Francia Andata e Ritorno è nato dall’incontro tra quello che conoscevo professionalmente, la mia esperienza personale di viaggio e quello che stavo imparando vivendo in Francia. Quando ho iniziato a studiare il mercato mi sono resa conto che esistono moltissimi siti, blog e realtà valide dedicate ai viaggi, ma vedevo uno spazio per un servizio molto più personalizzato, soprattutto per chi vuole scoprire la Francia andando oltre gli itinerari più standard. Vivendoci, posso raccontarla e progettarla anche da un punto di vista diverso: conosco il territorio, continuo a esplorarlo e, quando possibile, cerco personalmente strutture, luoghi ed esperienze prima di consigliarli.

L’idea è nata anche ascoltando le persone. Amici e conoscenti mi raccontavano, per esempio, di essersi rivolti a qualcuno chiedendo un’esperienza particolare e di essersi ritrovati con proposte molto standard: un ristorante italiano quando volevano provare la cucina locale, un classico hotel quando cercavano una sistemazione insolita, oppure itinerari che sulla carta sembravano perfetti ma che non tenevano conto dei loro ritmi reali.

È proprio questo che cerco di fare diversamente: parto dalla persona prima ancora che dalla destinazione. Mi rivolgo a famiglie, ma anche a coppie, gruppi di amici e viaggiatori individuali. Per le famiglie, in particolare, considero aspetti che possono cambiare completamente la riuscita di un viaggio: l’età dei bambini, quanto sono abituati a camminare, gli orari del riposo, se preferiscono natura o città, giornate più dinamiche oppure ritmi più tranquilli. Due famiglie che visitano esattamente lo stesso luogo possono quindi ricevere da me due itinerari completamente diversi».

Che tipo di servizi offri e a chi ti rivolgi?

«Offro principalmente due tipi di servizi.

1. Il viaggio su misura. È il servizio più completo: parto dalle esigenze, dagli interessi e dal budget del cliente e progetto l’itinerario giorno per giorno, organizzando le tappe e selezionando strutture, attività ed esperienze. Quando serve prevedo anche delle alternative in caso di maltempo o imprevisti. Alla fine il cliente riceve un vero e proprio carnet di viaggio digitale con tutto l’itinerario e una mappa interattiva con i luoghi già salvati e pronti da utilizzare durante il viaggio. Per chi preferisce non occuparsi personalmente delle prenotazioni, collaboro inoltre con un’agenzia che può gestire questa parte.

2. La mini consulenza. È pensata invece per chi ama organizzare il viaggio autonomamente, ma a un certo punto ha bisogno del confronto con un professionista. Durante la consulenza lavoriamo sui dubbi specifici: scegliere tra due destinazioni, capire come distribuire le tappe, individuare la zona migliore in cui soggiornare, scegliere le esperienze o verificare se l’itinerario immaginato sia davvero fattibile. In questo caso non progetto io l’intero viaggio, ma aiuto la persona a sbloccare i punti critici e a proseguire autonomamente nell’organizzazione.

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La Francia è la destinazione sulla quale sono maggiormente specializzata, proprio perché ci vivo e continuo a conoscerla ed esplorarla dall’interno, ma la mia esperienza di viaggio va molto oltre. Negli anni ho viaggiato in moltissima Europa, negli Stati Uniti, in Centro e Sud America, in diversi Paesi africani e in Asia, tra cui India, Thailandia e Giappone. Per questo posso progettare itinerari anche verso altre destinazioni che conosco direttamente, mantenendo lo stesso approccio: partire sempre dalle persone e dal modo in cui vogliono vivere quel viaggio».

In cosa vuoi distinguerti rispetto a una normale agenzia di viaggi?

«Direi soprattutto nel livello di personalizzazione. Mi piace utilizzare il paragone con un sarto: io cerco di costruire il viaggio sulla persona esattamente come un abito viene cucito su misura. Non parto da un itinerario già esistente da adattare, ma dalle persone che ho davanti, dai loro interessi, dai loro ritmi, dal budget e dal modo in cui vogliono vivere quella destinazione. Il mio ruolo è diverso da quello di un’agenzia di viaggi: io mi occupo principalmente della progettazione e della consulenza. Quando consiglio una struttura, un ristorante o un’esperienza, la selezione nasce dalle esigenze specifiche di quel cliente e dalla ricerca che faccio per il suo viaggio. Per la parte delle prenotazioni, invece, quando il cliente ne ha bisogno, collaboro con un’agenzia».

Francia Andata e Ritorno

Negli ultimi anni, grazie alla possibilità di organizzare e prenotare praticamente tutto online, sempre più persone scelgono di costruire autonomamente i propri viaggi. In questo scenario, quale valore può aggiungere il lavoro di una travel designer e cosa può offrire a un viaggiatore che decide di affidarsi a un professionista?

«Rispetto al fai-da-te, credo che il valore aggiunto sia soprattutto mettere a disposizione esperienza, conoscenza del territorio e metodo, oltre naturalmente a far risparmiare moltissime ore di ricerche e confronti online.

Ci sono poi tanti piccoli dettagli che su Internet è difficile cogliere. Google Maps può indicare un’ora di strada, per esempio, ma conoscere il territorio può farti capire che quella tratta richiederà realisticamente molto di più. Oppure sapere che in una determinata zona è indispensabile prenotare in anticipo, mentre in un’altra non serve. In Francia ci sono anche abitudini che un viaggiatore italiano può non conoscere: gli orari della ristorazione, per esempio, o i menus enfants che molti ristoranti propongono anche quando non sono particolarmente evidenti online.

Sono piccole informazioni, ma messe insieme possono cambiare molto l’esperienza di un viaggio. Il mio lavoro è proprio questo: mettere la mia esperienza al servizio di qualcun altro, eliminando buona parte dell’incertezza e del tempo necessario per costruire tutto da zero».

C’è un luogo della Francia che senti particolarmente tuo e che consiglieresti a chi vuole andare oltre le destinazioni più conosciute?

«Direi l’Auvergne, inevitabilmente. È la regione in cui vivo e credo sia ancora poco conosciuta dagli italiani, nonostante abbia moltissimo da offrire. È una destinazione perfetta soprattutto per chi ama la natura e vuole rallentare. Qui si trova la Chaîne des Puys, la spettacolare catena di vulcani ormai spenti che caratterizza il paesaggio dell’Auvergne, con laghi vulcanici, sentieri e panorami completamente diversi dall’immagine più classica che abbiamo della Francia. È anche una regione che mi ha sorpresa moltissimo dal punto di vista dell’accoglienza. Si può dormire in uno château o in strutture di alto livello, ma anche scegliere alloggi insoliti come una casa sull’albero, una yurta o una bolla immersa nella natura. E poi si mangia davvero bene, cosa per me non secondaria!

Per le famiglie è particolarmente interessante: ci sono castelli con percorsi interattivi pensati per i bambini, fattorie pedagogiche, parchi avventura, attività nella natura, laghi balneabili e tantissime possibilità per trascorrere tempo all’aperto. In inverno ci sono anche piccole località sciistiche.

È una Francia molto diversa da Parigi o dalla Costa Azzurra, più verde, tranquilla e autentica. Forse proprio perché ormai è diventata casa, è anche quella che mi piace particolarmente far scoprire a chi non la conosce. Devo però fare una piccola eccezione: tra le regioni che ho scoperto viaggiando in questi anni, la Dordogna mi ha letteralmente conquistata. Borghi che sembrano usciti da una cartolina, castelli, grotte, siti preistorici, il fiume da percorrere in barca e una gastronomia incredibile. È probabilmente uno dei luoghi in Francia in cui tornerei domani».

Tra tutte le mete esplorate nel mondo – Europa, Nord America, Asia, Africa, Sud America – qual è il viaggio che ha cambiato di più il tuo modo di viaggiare?

«Probabilmente il Perù, perché è stato uno dei primi viaggi che mi ha fatto uscire completamente dal modo in cui ero abituata a viaggiare fino a quel momento. Prima avevo viaggiato soprattutto con la mia famiglia o con gli amici, tra vacanze al mare, città e capitali europee. Poi ho iniziato a viaggiare con Avventure nel Mondo, esperienza che mi ha portata successivamente anche a diventare coordinatrice di viaggio, e il Perù mi ha mostrato quanto potesse essere diverso il concetto stesso di viaggio.

In due settimane mi sono ritrovata a vivere esperienze diversissime tra loro: trekking, incontri con le comunità locali, il sandboarding sulle dune, le isole Ballestas, il Canyon del Colca, le saline di Maras, oltre naturalmente ai luoghi più conosciuti. Ma più delle singole tappe ricordo la sensazione di entrare continuamente in contatto con qualcosa che non conoscevo: persone, sapori, abitudini e una cultura profondamente radicata nella propria storia.

È stato uno di quei viaggi in cui ogni giorno sembrava completamente diverso dal precedente. Mi ha fatto capire che ciò che ricordo di più, a distanza di anni, non è necessariamente quello che ho “visto”, ma quello che ho vissuto. Credo che una parte del mio modo di progettare i viaggi oggi venga anche da lì: cerco sempre di inserire esperienze che permettano di entrare davvero in contatto con una destinazione, senza limitarsi a spostarsi da un luogo da vedere al successivo».

Guardando indietro, rifaresti la stessa scelta di lasciare una carriera consolidata per ricominciare da zero?

«Sì, decisamente. Non significa che sia stato semplice: ricominciare da zero, soprattutto dopo tanti anni in una carriera consolidata, porta inevitabilmente con sé dubbi e paure. Ma la soddisfazione di aver creato qualcosa di completamente mio, partendo da zero, per me è enorme. Mi ha anche rimessa nella condizione di imparare. Ho seguito un master, acquisito nuove competenze e continuo ancora oggi a formarmi. Mi sono ritrovata a studiare ambiti che fino a qualche anno fa erano lontani dal mio lavoro e ho scoperto quanto mi piacesse ancora mettermi alla prova.

Soprattutto, però, questa scelta mi ha permesso di essere presente per i miei bambini in un momento in cui sentivo che avevano particolarmente bisogno di me. Sapere di aver potuto accompagnarli più da vicino durante un cambiamento così importante mi ha dato molta serenità.

E poi c’è una soddisfazione molto personale: creare un progetto mio era qualcosa che avevo immaginato tante volte, ma che probabilmente non pensavo avrei mai avuto davvero il coraggio di fare. Oggi posso dire di aver realizzato uno dei miei sogni».

Cosa diresti a chi, oggi, sta pensando di fare un cambiamento simile al tuo?

«Gli direi di provarci, ma non di buttarsi alla cieca. Credo molto nei cambiamenti, ma altrettanto nella preparazione che deve esserci dietro. A me è stato molto utile fare un percorso con una coach professionista, perché mi ha aiutata soprattutto a uscire dallo schema mentale più immediato. Quando pensiamo a un cambiamento di carriera, spesso cerchiamo automaticamente il passo successivo più vicino a ciò che abbiamo sempre fatto. A volte, invece, bisogna concedersi di pensare un po’ out of the box e chiedersi quali altre strade possano nascere dalle competenze che abbiamo già.

Poi bisogna essere concreti: analizzare i rischi, studiare il mercato, capire se esiste davvero uno spazio per quello che vogliamo proporre e acquisire le competenze che ci mancano. Nel mio caso la formazione è stata e continua a essere fondamentale. Ho seguito anche molti webinar e incontri organizzati dalla Camera di Commercio locale sull’avvio e sulla gestione di un’attività, per esempio.

Oggi abbiamo accesso a una quantità enorme di informazioni: la difficoltà non è trovarle, ma capire quali siano affidabili e davvero utili al nostro progetto. E serve sicuramente anche resilienza, perché costruire qualcosa da zero significa accettare che non tutto funzioni immediatamente come avevamo immaginato. Quindi sì, consiglierei assolutamente di avere il coraggio di cambiare, ma con un progetto ragionato alle spalle».

Com’è cambiata la tua vita da quando vivi in Francia?

«È cambiata soprattutto nella quotidianità e nei ritmi. Oggi ho la possibilità di organizzare il lavoro con maggiore flessibilità intorno alle esigenze della mia famiglia. Naturalmente c’è anche il rovescio della medaglia: avere un’attività propria significa ritrovarsi a lavorare la sera quando i bambini dormono, qualche volta nel weekend o durante le vacanze. Non significa lavorare meno, semplicemente organizzare il tempo in maniera diversa. Anche il nostro stile di vita è cambiato molto. Dove viviamo utilizziamo pochissimo la macchina: ci muoviamo soprattutto a piedi, in bicicletta o con i mezzi pubblici e trascorriamo molto più tempo all’aperto.

E poi ho scoperto il famoso mercoledì francese! In Francia molti bambini il mercoledì non hanno scuola, perché tradizionalmente è la giornata dedicata allo sport e alle attività extrascolastiche. All’inizio, arrivando da un’organizzazione completamente diversa, mi sembrava quasi inconcepibile avere una pausa nel mezzo della settimana. Oggi invece è diventato parte della nostra routine.

Quando posso cerco di ritagliarmi quel tempo con i bambini e con le altre famiglie che abbiamo conosciuto qui: organizziamo un’attività, un’uscita o uno dei tantissimi picnic che ormai sono entrati anche nelle nostre abitudini. Ho scoperto che in Francia basta davvero pochissimo per decidere di stendere una coperta su un prato e mangiare insieme!

Credo che vivere qui mi abbia insegnato anche a guardarmi di più intorno. Parlo molto più facilmente con le persone, forse perché mi piace parlare francese, forse perché quando vivi all’estero sei inevitabilmente più curioso di quello che ti circonda. In qualche modo mi sento più attenta alle piccole cose della vita quotidiana».

Sogni e progetti per il futuro?

«In questo momento sto lavorando alla mia prima guida dedicata alla Bretagna, un progetto a cui tengo molto e che mi piacerebbe fosse soltanto il primo di una serie. Vorrei affiancare sempre più prodotti digitali ai servizi personalizzati che già offro, così da dare anche a chi preferisce organizzarsi autonomamente strumenti concreti per costruire il proprio viaggio. Uno dei miei obiettivi è far crescere Francia Andata e Ritorno fino a farlo diventare un punto di riferimento per gli italiani che vogliono conoscere la Francia andando oltre gli itinerari più scontati, continuando allo stesso tempo a progettare viaggi anche verso le altre destinazioni che conosco.

Mi piacerebbe inoltre sviluppare sempre più collaborazioni con destinazioni, enti del turismo e realtà locali. Vivendo qui ho la possibilità di scoprire territori ed esperienze dall’interno e vorrei creare sempre più occasioni per raccontarli al pubblico italiano. Più in generale, il sogno è continuare a far crescere questo progetto senza perdere ciò che mi ha spinta a crearlo: costruire qualcosa di mio, continuare a imparare e fare un lavoro che possa evolvere insieme alla mia vita».

Per contattare Annachiara ecco i suoi recapiti:

E-mail: info@franciaandataeritorno.com

Sito: www.franciaandataeritorno.com

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