Le ragioni di tale decisione credo siano note e condivise dai lettori del sito; forse un po’ tardi, come età, ma come dice il proverbio:” meglio tardi…”
Sull’età, un primo suggerimento: lasciate l’Italia prima dei 30 anni, se potete, giacchè saranno i giovani (categoria che oggi comprende anche i 45enni…) a pagare i conti lasciati in sospeso da chi li ha preceduti. Studio, lavoro, assistenza sanitaria e previdenziale: niente sarà più come prima e prima se ne prende atto, meglio è. Da oltre un trentennio, purtroppo, i fatti non fanno che confermare le più pessimistiche previsioni. La decadenza di un Paese, che è stato grande, ma non lo sarà mai più, poichè gli uomini, e le donne, che lo resero tale non ci sono più, è continua, inarrestabile, ed appena percettibile, avviene giorno dopo giorno.

Meno libertà, più arroganza, meno diritti più potere a chi già ne ha troppo, più televisione, meno libri, più omologazione, meno capacità critica, più servilismo  meno cultura, e potrei continuare. Mutuando al contrario il titolo di un recente  film si potrebbe dire: “Non è un paese per giovani”.

Non illudetevi e siate un  filo egoisti: chi, istituzionalmente, dovrebbe occuparsi degli altri, pensa solo e soltanto a sé, ai suoi famigliari, agli accoliti, all’arciconfraternita dei propri,  e dei viciniori, interessi. E’ sufficiente salire su un treno, entrare in un ufficio postale od in una banca, peggio ancora in un ospedale, frequentare una scuola pubblica, avere un incidente d’auto etc…

La prima violenza del sistema (che, molti anni fa, doveva abbattersi e non cambiarsi, ricordate?) riguarda il tempo: quello del cittadino/utente (non cliente si badi bene…) vale zero. Chi è debole, nel 2011 in Italia, è destinato, tranne sconvolgimenti che non  sono mai stati nella italica natura, a diventarlo ancora di più, senza essere turlupinato da difensori civici che non difendono, da giudici di pace, che non  giudicano, da ombudusman (scusate, ma la parola è svedese…) che sono spesso
parti in causa, quando non dovrebbero esserlo, da patti chiari emanati da chi con la mancanza di chiarezza ha rimpinguati per decenni i propri bilanci.
Allora? Si tratta di passare dal pessimismo, o meglio da un sano realismo, all’azione, sempre che si possa fare, perchè sono migliaia le persone che vorrebbero, ma non possono.

Andare dove?

La mia prima esperienza, più istintiva che razionale, fu per la Nuova Zelanda;  il posto più lontano dall’Italia e dove gli italiani sono soltanto l’11esima comunità: è stata l’esperienza più arricchente e formativa della mia vita! Già parlavo Inglese, ma la “scusa” fu un corso di lingua semestrale ed intensivo.

Soldi spesi?

Tanti, anche se, allora, con un cambio favorevole. Non tutti li possono spendere, lo so, ma, in una scelta che possiamo definire vitale, non si devono sottovalutare i due principali elementi: il denaro, elemento-base, sia pure di diversa considerazione in alcune parti del mondo e la lingua. A mio avviso (sono commercialista) il budget minimo non dovrebbe essere inferiore ai 30.000 euro, destinato ad aumentare in relazione all’età, al numero dei familiari ed al costo della vita del paese-meta.

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E la lingua? Quale, poi?

Posso parlarvi dell’Inglese, del Francese, e dello Spagnolo. Nel primo caso averla studiata (sic!) soltanto a scuola non vi servirà a nulla!  Avrete le prime difficoltà già nell’aeroporto di arrivo.Per impararla meglio un mese a Londra (senza frequentare italiani) che sei mesi a Milano, o a Roma.

Costa anche meno… Il Francese è parlato anche in zone apparentemente  anglofone: dal Quebec alla Lousiana, dalla Polinesia, ad Haiti, per non dire dell’Africa centro-settentrionale. Anche qui vale lo stesso  discorso: meglio Parigi che Bologna. Lo Spagnolo. Lingua simpatica e simile all’Italiano è parlata in tutto il Centro-Sud America (con l’eccezione del Brasile), ma anche in alcune zone degli USA, come la  Florida, il Texas, la California. Potreste anche evitare di studiarlo, ma avrete  sempre problemi di scrittura. A voi la scelta, considerando che lo studio di una  lingua straniera è sempre un investimento!

Quindi, lingua, soldi …..e poi? Idealmente, a parte paesi “indesiderati” e statisticamente irrilevanti (senza fare nomi…) il mondo può dividersi in due grandi blocchi, tra loro profondamente diversi : quello latino-ispanico e quello anglosassone. Da una parte: Brasile, Italia, Messico, Spagna, Honduras, Argentina ed oltre; Dall’altra :USA, Canada, Regno Unito, New Zealand ed Australia, Sud Africa e non solo. Tutte le statistiche, oltre ad assegnare i più alti standard di vita al secondo gruppo, rilevano che i flussi migratori sono sempre avvenuti, e continuano ad avvenire, dal primo al secondo gruppo, mai viceversa.

Io non faccio eccezione e, dopo sei mesi trascorsi in Repubblica Dominicana ho deciso, per diversi motivi, che non fa per me. Osservo però che, più i paesi mettono dei filtri, più hanno da offrire a chi riesce ad entrare. Diversamente dall’Italia dove, l’effettiva mancanza di  filtri (basti seguire gli avvenimenti attuali riguardo Lampedusa) si sposa a un costo della vita significativamente alto cui non corrisponde affatto un’alta qualità della stessa. La cosa peggiore sarebbe pensare di entrare in un paese del secondo gruppo per poi stare là “all’italiana”, con quella “finta” furbizia che da sempre ci contraddistingue. Sono paesi (come la Nuova Zelanda, in cui sono rimasto oltre un anno) in cui la pubblica amministrazione, pagata da TUTTI con le imposte è efficiente e composta da  persone, dai poliziotti agli impiegati statali, lieti ed onorati di svolgere quel servizio.

Massimo Costanzi consigli

La burocrazia è assente o squisitamente fisiologica. Se si lavora “in nero”, espressione che un kiwi non capirà mai, si verrà nel tempo individuati, immediatamente espulsi e con nessuna possibilità di ritornare. Inoltre, tra  Australia, Nuova Zelanda, Usa e Canada esiste un sistema di reciproca informativa, per cui l’espulsione da uno di questi può pregiudicare l’ingresso negli altri.
Qual’è il peccato più grave in un paese protestante, basato sul merito e sulla fiducia?
Senz’altro la menzogna. Nixon prima, Clinton poi ne sanno qualcosa… Se si lavora, è perchè CI HANNO CONSENTITO DI FARLO seguendo norme, regole, direttive che possono pure sembrare bizzarre, ma che vanno SEMPRE osservate.

Se entriamo come studenti (è stato il mio caso ad Auckland) non potremo lavorare per tutta la permanenza, e ciò sarà annotato sul passaporto (ed anche ottenere il visto in ambasciata a Roma non è proprio una passeggiata…). Se poi, senza chiederne previamente l’autorizzazione, rimarremo OLTRE il nostro periodo, potremo essere espulsi. E questo avverrà sicuramente. Prima o poi.

Cose che in Italia fanno sorridere come la P.A. efficiente, lì vengono attuate. Non basta inoltre “sapere” l’Inglese, ma è necessario provarlo attraverso esami internazionalmente riconosciuti quali lo IELTS od il TOEFL.

Altro elemento assolutamente inderogabile, è quello anagrafico.

In Nuova Zelanda a 55 anni, ed in Australia a 45 si è già vecchi per richiedere la “permanent residency” e le uniche chanches rimangono il matrimonio o la convivenza PROVATA DOCUMENTALMENTE con un cittadino/residente, anche dello stesso sesso.
E’ stato il mio caso, assistito dal miglior consulente d’immigrazione, con la mia partner locale, finito male anche a causa del loro principale problema sociale:  l’alcoolismo. Altrove, come Irlanda ed Australia, mi è stato detto che è anche peggio. Meglio saperlo prima, soprattutto se si decida di portare bambini.

Altri  aspetti andrebbero poi analizzati, magari con l’ausilio di un consulente specializzato su queste tematiche (che spesso rappresenta la principale spesa di insediamento). In alcuni casi il consolato italiano può esservi d’aiuto.

I principali elementi di diversità riguardano:

– Il clima (è stata la ragione principale della mia partenza dalla Repubblica Dominicana, dove esiste una sola stagione caldo –umida);
– La cucina locale (pensavo si mangiasse male in Nuova Zelanda, ma non fino a quel punto);
– Il sistema sanitario (scordiamoci la gratuità del nostro che lo fa apparire, anche se non è vero, come uno dei migliori al mondo);
– La sicurezza (in tal senso la distanza che intercorre tra paesi latini e anglosassoni è abissale, soprattutto in chiave sanzionatoria: chi sbaglia paga. Forse anche per una errata interpretazione della religione);
– Le infrastrutture civili, commerciali ed industriali (in questo il Canada è decisamente all’avanguardia…);
– Il rispetto dell’ambiente e, last but not least, IL RISPETTO DELLE REGOLE.

E’ amaro osservare che, quanto più ci si allontana dal “modello italico”, tanto più si cresce nella scala di civiltà contemporanea. A titolo di esempio, in due diverse occasioni (Repubblica Dominicana e Canada) connazionali lì presenti mi hanno venduto (non sempre in modo eticamente ineccepibile) i loro servizi,
ed altri hanno tentato di venderne. Niente di male, ovviamente, però è bene saperlo…Concludendo dunque, il sito, ormai patrimonio comune di chi pensa oggi di lasciare l’Italia, deve servire  ad offrire più informazioni possibili per prendere una decisone VITALE IN MODO  CONSAPEVOLE.

In tale prospettiva, mi offro, in maniera del tutto GRATUITA,  per offrire informazioni riguardo la  Nuova Zelanda, il Canada e la Repubblica Dominicana.

Questo, insieme all’esperienza personale e professionale di un romano, 56enne che ha deciso di reinventarsi la vita, altrove.

Massimo Costanzi

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