Molla il posto in banca e gira il mondo senza aerei in compagnia del diabete: la storia di Claudio (in un documentario)

Ha visitato 36 Paesi in 3 anni percorrendo più di 200mila chilometri. Senza aerei. Per riappropriarsi delle distanze, attraversare i confini, le frontiere, osservare le culture e le popolazioni cambiare, entrare in contatto profondo con le realtà locali e dimenticate. Lui è Claudio Pelizzeni, 34enne di Piacenza, un bancario per caso e viaggiatore per passione, come lui stesso si definisce.

Nel marzo del 2014 inizia a inseguire concretamente il suo sogno: si licenzia e molla tutto per iniziare d’accapo. Dove? Intorno al mondo per mille giorni. Il 4 maggio parte con una valigia e un primo obiettivo ambizioso, raggiungere gli antipodi dell’Italia: l’Australia. Per arrivarci attraversa 16 nazioni in 9 mesi macinando ben 48mila chilometri: dalla Polonia alla Russia e da Mosca partenza in Transiberiana con destinazione Pechino. Da qui la sua rotta si sposta verso il sud-ovest fino al Tibet e al Nepal, e poi giù in India. Naviga l’oceano indiano per giungere sulle coste thailandesi. Si dirige a nord per visitare tutto il sud-est asiatico e scendere nuovamente a sud verso l’Indonesia. Infine sbarca in Australia alla volta di Sydney.

Il tutto con uno “scomodo compagno di viaggio”: il diabete. Da ormai tre anni gira il mondo a piedi, su navi mercantili, con passaggi o mezzi di fortuna. Tra Europa, Asia, Oceania, Americhe porta avanti il progetto “Trip Therapy”, il viaggio come terapia, con il quale desidera mostrare quanto sia importante andare oltre i propri limiti imposti da qualsiasi tipo di ostacolo. E adesso per lui si sta aprendo l’ultima tappa della sua avventura, prima del ritorno a casa previsto per l’11 febbraio 2017. Attualmente, infatti, Claudio si trova su una nave cargo diretta in Senegal dove sta viaggiando per approdare nel continente africano per scoprire tra le altre cose la magnificenza della sua natura.

Claudio Pelizzeni, 34enne di Piacenza

Una storia incredibile e ispirante, al punto che un giovane gruppo di filmmaker professionisti – il collettivo Lifestills – decide di contattarlo e realizzare un documentario sulle sue esperienze, sulle difficoltà pratiche ma anche personali del suo viaggio mostrando la trasformazione da uomo d’ufficio a viaggiatore connesso col mondo che accetta e convive con la sua malattia. L’obiettivo è dimostrare quanto il diabete non sia un limite invalicabile, sensibilizzando il più possibile le persone su questo argomento. Ma anche trasmettere le emozioni di un viaggio intorno al mondo, alla scoperta di tante culture con le immagini di ogni luogo calcato da Claudio. Il documentario è già in produzione e, in quanto progetto indipendente, è stata avviata una campagna crowdfunding per supportare la sua completa realizzazione. Il gruppo di videomaker è composto da Nicoletta Atzeni esperta di fotografia e di riprese, Roberto Pinna che si occupa della regia e di coordinare le riprese oltre all’editing e al montaggio, Andrea Cuccu naturalista e appassionato di ricerca, e infine Daniela Fois che mette in parole le immagini occupandosi anche della traduzione dei testi. Sono tutti giovanissimi, dai 24 ai 30 anni, con sede fisica e operativa a Cagliari. Ma all’occorrenza si spostano tra un Paese e l’altro per raccontare il mondo attraverso il loro obiettivo. Così come è successo a settembre, quando telecamera in mano hanno raggiunto Claudio in Brasile, più precisamente a Manaus capitale dell’Amazzonia. Sono rimasti con lui 20 giorni, visitando posti bellissimi e vivendo una tappa del suo straordinario viaggio.

«Qui abbiamo girato delle immagini incredibili – ci racconta Nicoletta Atzeni -. Altre in barca mentre da Manaus ci spostavamo verso la costa e l’Oceano. In Brasile si dorme tutti in amaca, ci siamo ritrovati a chiacchierare in questa una distesa di amache colorate. È stato davvero suggestivo».

Nicoletta, in che modo siete venuti a conoscenza della storia di Claudio e come è nata l’idea di questo documentario?

«Claudio è molto seguito sui social. Sia io che Roberto Pinna siamo due grandi viaggiatori e su Facebook abbiamo degli amici che da tempo seguivano le sue avventure. Abbiamo visto per caso dei suoi video condivisi da altri utenti e da lì abbiamo iniziato a guardarlo, andando a ritroso e scoprendo tutta la sua storia. Ce ne siamo subito innamorati. Per lavoro realizziamo documentari sociali e naturalistici, così ho pensato di contattarlo per proporgliene uno dedicato a lui, alla sua esperienza, a come è maturato e a cosa ha scoperto durante questo percorso. Insomma di catturare attraverso il nostro obiettivo il passaggio da uomo di lavoro a viaggiatore backpacker. Abbiamo stilato un progetto da inviargli e dopo un po’ di tempo ci ha risposto. Stando in giro per il mondo non ha purtroppo sempre la possibilità di avere la connessione internet, infatti avevamo perso le speranze non ricevendo sue notizie. Fortunatamente ha accettato, anzi ne è stato molto contento».

E poi l’incontro in Brasile. Venti giorni con lui immersi in paesaggi bellissimi. Che tipo di esperienza è stata?

«Grazie a dei fondi che avevamo da parte per un concorso vinto a Cagliari siamo partiti il 9 settembre realizzando la prima trance di riprese in Brasile. Ci siamo incontrati con Claudio il 12 mentre stava raggiungendo con una barca Manaus. È stata un’esperienza incredibile, vivere con lui una parte del suo viaggio dormendo su amache colorate, girando a piedi e raggiungendo l’Oceano».

Da vicedirettore di banca a viaggiatore. Adesso Claudio sta affrontando l’ultima tappa della sua avventura nel continente africano. Mettersi in viaggio senza aereo e con il diabete non deve essere stata una decisione semplice. Cosa lo ha spinto a lasciare un posto di lavoro certo, la sua zona di comfort, per un’avventura intorno al mondo?

«Inseguire il suo sogno, quello di viaggiare. Il suo era un lavoro che si è ritrovato a fare per caso e che ormai gli andava stretto, in cui non si rispecchiava in nessun modo. Claudio è sempre andato in giro, ma il suo desiderio più grande era fare un viaggio intorno al mondo, questa volta senza aerei per riappropriarsi di quelle distanze di cui si sente spesso parlare. Di superare a piedi una frontiera per toccare da vicino le diverse culture, sia conosciute che poco conosciute. E poi sicuramente la voglia di riscoprire se stesso e mettersi in gioco. Per lui il diabete non è un limite, cosa che invece abbiamo pensato noi. Ha voluto intraprendere questa avventura anche per vedere in che modo fosse in grado di affrontare la sua malattia».

Cosa racconterà il documentario, come sarà strutturato?

«Mostrerà tutta la storia di Claudio attraverso diverse tappe. Innanzitutto cosa faceva prima del viaggio e come effettivamente è arrivato a capire il perché lui avesse bisogno di fare quel tipo di percorso. Poi ci sarà il racconto della sua avventura: quello che ha vissuto, cosa ha maturato, le persone che ha incontrato, le problematiche con le quali si è dovuto interfacciare, sia personali che sociali. Fino al suo ritorno a casa. Sarà insomma una storia che avrà diversi flashback dove noi andremo a riproporre tutte quelle che sono state le immagini girate da lui, intervallate ovviamente dalle immagini che abbiamo girato noi con una sua lunga intervista. Il format è destinato al circuito televisivo e durerà più o meno un’ora. Sarà pronto tra qualche mese e uscirà parallelamente al libro di Claudio».

Qual è l’obiettivo di Trip Therapy?

«Vogliamo dimostrare che i propri limiti, sia mentali che fisici si possono benissimo superare. Claudio lo ha fatto con il viaggio, ma ci sono mille modi per potersi confrontare con se stessi e con i propri ostacoli. Questa è la sua storia, il suo modus operandi, tutti possono però superare i propri limiti a seconda di quello che vogliono fare, del percorso che desiderano intraprendere e del sogno che hanno».

Claudio Pelizzeni, 34enne di Piacenza

Siete lontani dai sistemi produttivi di massa ed è per questo che vi autofinanziate. Spesso nei documentari che realizzate impegnate i vostri fondi e talvolta siete supportati da sponsor e crowdfunding. Anche per questo progetto chiedete a quanti lo vogliano di sostenervi. In che modo le persone possono aiutarvi?

«Attraverso una campagna di crowdfunding sulla piattaforma Eppela per far sì che il documentario possa continuare ed essere completato. Da qui, chiunque voglia contribuire alla sua realizzazione, può fare una donazione: dai 5 euro fino a quanto può. Oppure semplicemente possono darci una mano per la sua diffusione sui social, perché se arriva alle persone giuste è normale che anche la campagna stessa ne giova».

Siete il collettivo Lifestills, un team di giovani filmmaker indipendenti che dà vita a progetti video autofinanziati mirati alla sensibilizzazione sociale, alla salvaguardia del patrimonio naturalistico e alla valorizzazione della diversità culturale. Parlami un po’ dei vostri lavori.

«Il primo documentario è stato “Grains of Gold”, girato in Marocco. Tratta dell’impatto del turismo di massa ai confini del Sahara. È piaciuto tanto, soprattutto sul web dove è stato condiviso molto. Questo ci ha dato la spinta a lavorare su nuovi progetti. Abbiamo realizzato lo spot “Cagliari senza confini” che si focalizza principalmente sull’integrazione e con cui abbiamo vinto il concorso indetto dal Comune. Di conseguenza ci siamo ben consolidati come collettivo e abbiamo deciso di realizzare una piccola serie di documentari chiamata “Io resto” dove si raccontano le storie dei giovani sardi che decidono di rimanere sull’isola e di non partire per cercare di costruirsi un futuro qui, piuttosto che all’estero».

Quanto è difficile, oggi in Italia, girare un documentario e soprattutto distribuirlo?

«La difficoltà non è tanto nel realizzarlo perché quando hai la passione, le conoscenze e ovviamente anche i fondi si può fare tutto, niente è impossibile. Basta studiare, e restare al passo con le novità. Esiste sicuramente un problema di diffusione. Ci sono pochissimi festival in Italia in cui è possibile partecipare perché trattiamo di tematiche molto particolari e specifiche. Certo, deve esserci un prodotto valido dietro, ma è altrettanto vero che non avendo determinati agganci nel campo c’è più la possibilità di venire scartati che di essere presi in considerazione. E poi c’è un problema di innovazione. I documentari girati oltre mare sono nettamente superiori, ma semplicemente perché si investe di più, si ha una cura e un’attenzione più forte nei confronti dell’audiovisivo e quindi c’è la possibilità di imparare molto di più».

Claudio Pelizzeni, 34enne di Piacenza

Siete molto giovani, altri progetti per il futuro?

«Continuare a raccontare le nostre storie. E poi di lavorare, come già stiamo facendo, nel settore dei documentari aziendali. Vogliamo utilizzare un metodo di storytelling nel quale chi sta ascoltando percepisca la storia attraverso un allineamento e un collegamento con chi sta raccontando: mi rivedo in quello che ascolto e quindi si crea un collegamento tale che la prossima volta che sentirò una storia simile mi ricorderò della prima persona che me l’ha raccontata».

Potete leggere e vedere le avventure di Claudio in giro per il mondo collegandovi al suo blog a questo indirizzo:

www.triptherapy.net/.

Se volete sostenere il progetto del documentario “Trip Therapy” questo è il sito internet a cui potete collegarvi:

www.eppela.com/it/projects/9822-trip-therapy-il-film-sul-viaggio-di-claudio-pelizzeni.

Di Enza Petruzziello