Viaggiare e scrivere rinunciano alla carriere: Andrea Cabassi

Di Enza Petruzziello

Cambiare vita a 40 anni, lasciando una carriera promettente per un viaggio alla scoperta del mondo e di se stesso. Andrea Cabassi è l’esempio che modificare la propria rotta è sempre possibile. Quarantaquattro anni, di Parma, ex manager di una multinazionale, Andrea si è occupato di project management per circa 15 anni. Ha vissuto a Dubai fino alla fine del 2017 quando decide di licenziarsi per scrivere e viaggiare.

Dal 1998 soffre di rettocolite ulcerosa, malattia autoimmune cronica intestinale catalogata tra le cosiddette “invisible body disabilities”, ma che di certo non lo ha ostacolato nel perseguimento dei suoi sogni. Nel 2018 pubblica il suo primo libro, un’autobiografia intitolata “Permettimi d’insistere – Ho cambiato vita a 40 anni”.

Da allora non si ferma più e realizza il suo più grande sogno: partire con un biglietto di sola andata lasciandosi lentamente trasportare da eventi, incontri, curiosità e istinto. Il risultato è un viaggio insieme alla sua malattia, in Sudamerica, che attraversa interamente da sud a nord in 299 giorni, a piedi, in autostop e coi mezzi pubblici.

Andrea Cabassi si racconta

«A viaggio concluso ho scelto di non tornare al mondo corporate – confessa Andrea -. Quindi mi sono messo all’azione con l’obiettivo di generare una nuova fonte di reddito che sia al sostegno del mio nuovo stile di vita».

A breve pubblicherà l’edizione in inglese di “Permettimi d’insistere”, il suo libro autobiografico, e sta continuando a scrivere il secondo romanzo. Dai primi luglio è di nuovo in viaggio. Lo contattiamo sull’isola di Lombok, in Indonesia.

Da Parma a Dubai, da Dubai a un biglietto di sola andata per il SudAmerica. Hai cambiato vita più volte, che cosa non andava in Italia e in generale nella tua vita da spingerti a volare oltreconfine?

«Praticamente tutto andava bene. C’era qualcosa di migliorabile, come per tanti credo, ma nulla da indurmi a scappare. Il punto quindi non è “cosa non andava”, ma “cosa c’era là fuori da andare a scoprire”. Ho sempre sognato di vivere all’estero e, ancora di più, di viaggiare con biglietto di sola andata. Quindi ho deciso di farlo. La scintilla è scattata nel momento in cui ho preso coscienza che, a separarmi dai miei sogni, erano solo i castelli di paure che avevo fabbricato nella mia testa, anche a conseguenza dell’indottrinamento al quale la società italiana ci abitua fin da piccoli».

Nel 2015, a 40 anni hai deciso di andare via da Parma. Prima tappa, Dubai. Che esperienza è stata?

«Molto bella. Non me l’aspettavo: è stata una sorpresa anche per me. Ho sempre pensato a Dubai come un luogo inadatto a me. Continuo a ritenere che non sia la città nella quale vorrei invecchiare, ma per una parentesi di qualche anno mi sento assolutamente di consigliarla. Ne ho apprezzato grandi cose come il clima (per 8 mesi all’anno), il mare, la sicurezza, l’ambiente internazionale, l’agile fiscalità, la velocità con la quale si conoscono persone e la sensazione che i progetti si possano realizzare per davvero, un miraggio di questi tempi in Italia.

Ma ho anche apprezzato le piccole cose: recitare (nel tempo libero) in una compagnia teatrale per i bambini, mangiare il pesce al porto dei pescatori di Jumeirah, vagare per il Sikka festival di Bastakhia o l’Alserkal Avenue, danzare i 5 Ritmi ad Al Quoz, contrattare al mercato del pesce, attraversare il Creek sui dhow, grigliare nel deserto e fare gite fuori porta a Musandam, in Oman. Ho odiato il clima (per 4 mesi all’anno), il materialismo di certe persone, la superficialità di altre, la frenesia e la forte stratificazione sociale».

Dopo due anni a Dubai la decisione più drastica: lasciare la tua carriera manageriale per inseguire i tuoi sogni. Cosa ti ha spinto a rinunciare a un posto di lavoro certo, alla tua zona di comfort?

«Il sistema che l’uomo ha creato nel mondo occidentale, costruito attorno a priorità di mercato, alla costante necessità crescita economica, lo vedo sostenere sempre meno la felicità dell’essere umano. È bene ricordare che, quando compriamo una cosa, non la paghiamo con denaro, ma con il tempo che abbiamo impegnato per possedere quel denaro. E, il nostro tempo, non ce lo restituisce nessuno.

Cinque giorni a settimana impegnati a in qualcosa che non mi dava gioia in cambio di un weekend di libertà, nel quale dovermi divertire, dovermi riposare, dover sbrigare la faccende domestiche, non mi sono più sembrati un buon affare.

La scintilla che mi ha fatto decidere di lasciare il lavoro è scattata a conseguenza di un gravissimo incidente che ha colpito uno dei miei affetti. Per fortuna le cose sono poi evolute positivamente, ma quanto accaduto mi ha dato una sveglia clamorosa. Ho d’un colpo ritenuto utopico rimandare la realizzazione del mio grande desiderio all’età della pensione quando, posto di arrivarci e averne una, non possiamo avere la certezza di avere la forza e la volontà di fare ciò che desideriamo oggi».

Quali sensazioni hai provato nel lasciarti tutto alle spalle?

«Due sensazioni predominanti. La prima. Una sana paura, di quelle da amare perché ti spingono a prepararti a ciò che, di spiacevole, potrebbe accadere. La seconda. L’incredibile potenza di sentirmi, per la prima volta in vita mia, davvero padrone del mio tempo. Robe da non smettere di sorridere!».

Nel 2018 pubblichi il tuo primo libro, “Permettimi d’insistere – Ho cambiato vita a 40 anni”. Come è nata l’idea di scrivere un libro?

«Nel periodo in cui, a 40 anni, ho deciso di stravolgere la mia vita, visto che quasi nessuno mi capiva, ho sentito il bisogno di iniziare a scrivere un diario per “buttare fuori” sensazioni e paure. A distanza di un anno, quando entusiasmo e gratificazione hanno preso il loro posto, ho pensato che farne un libro potesse essere d’aiuto a chi sta cercando il coraggio per fare il proprio cambiamento.

Di storie simili alla mia ne sentiamo sempre di più, quasi non fanno notizia. Però prevalentemente trattasi di under 30 (o al limite 35). Tanti mi stanno facendo notare che una scelta del genere, fatta dopo i 40, con una carriera in mano e una malattia cronica da gestire, è alquanto desueta. A maggior ragione sono felice di aver condiviso la mia storia».

Andrea Cabassi

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Di che cosa parla il tuo libro?

«Delle emozioni, paure, dubbi e difficoltà provate prima, durante e dopo la mia decisione di espatriare. Le riflessioni di un quarantenne come tanti, incastrato tra le aspettative sociali (studia, trova un lavoro, sposati, prolifica, ecc.) e i propri sogni, che parevano irraggiungibili fino al momento in cui ha trovato la forza di andarseli a prendere.

Mi rivolgo al lettore in modo molto diretto, un po’ come se mi trovassi a tavola: il libro è strutturato sotto l’inedita forma di invito a cena letterario, che consumo insieme al lettore mentre gli racconto la mia storia. Ogni portata del manu rappresenta un capitolo, o meglio una fase del mio percorso di cambio vita.

Il libro contiene pure un regalo per i lettori, che periodicamente cambio. In questo periodo trattasi di un video nel quale racconto il metodo utilizzato per realizzare lo studio di fattibilità, applicando parte dei concetti appresi in 15 anni di project management, da cui conclusi di poter lasciare il lavoro come dipendente».

Sei diventato l’editore di te stesso pubblicando il tuo libro in modo indipendente. Quali sono state le difficoltà principali nell’autofinanziarsi?

«Volevo un risultato talmente buono da non poter essere ignorato, paragonabile alle pubblicazioni delle principali case editrici, per smontare la diffidenza (non sempre giustificata) verso gli autori indipendenti. Mi sono quindi avvalso della collaborazione di professionisti di primo livello. Le ottime recensioni su Amazon confermano che è stato fatto un buon lavoro.

Per fare ciò, dopo attenta selezione dei collaboratori, sono state sufficienti poche migliaia di Euro, che ho racimolato lanciando una campagna di crowdfunding. In pochi giorni ho avuto a disposizione il capitale necessario. Ho così imparato che la mancanza di capitale, se un progetto ha solide fondamenta, è un problema sormontabile».

Dopo aver lasciato Dubai sei partito con un biglietto di sola andata per il Sudamerica, che hai attraversato da nord a sud. Parlaci di questa avventura.

«Ero partito per fare il giro del mondo, mi affascinava uscire di casa dirigendomi a destra e rientrare arrivando da sinistra. In realtà, ciò che davvero desideravo, era muovermi lentamente, godermi la quotidianità senza dover per forza tagliare un traguardo. In Sudamerica, grazie ai suoi ritmi lenti, alla sua gioia, alla sua spiritualità e ai suoi colori, ho ben presto smesso di pensare di dover girare attorno al globo. Volevo rendere conto solo a me stesso e ai miei sogni.

Questo viaggio ha confermato ciò che già sapevo: il 99% degli esseri umani hanno un solo obiettivo comune, che è quello di essere felici. Tutto il resto sono chiacchiere da bar o da mass media. Ho imparato che il Sudamerica è di gran lunga meno pericoloso di come ce lo raccontano e che, in ogni suo angolo, c’è sempre qualcuno pronto ad allungarti una mano in caso di bisogno.

Ho assaporato il piacere di viaggiare da solo, lasciandomi trasportare da istinto, curiosità, incontri e destino. Trovavo quasi quotidianamente nuovi compagni d’avventura, con alcuni dei quali ho viaggiato per settimane, mentre con altri il tempo di una birra. Mi piace raccontare che ho viaggiato col “resto del mondo”. C’è una videoclip nel mio sito nella quale ho raccolto gli scatti più significativi della mia avventura sudamericana. Ti invito a vederla: https://andreacabassi.com/viaggio/».

Insieme al tuo zaino, in giro per il mondo porti anche la tua malattia, una rettocolite ulcerosa, catalogata tra le cosiddette “invisible body disabilities”. Che cosa significa viaggiare con una malattia cronica?

«Ti spiego cosa significa viaggiare con la MIA malattia cronica. Significa fare doppiamente attenzione all’alimentazione. Significa portare una cospicua scorta di farmaci: la somma di quelli per la gestione ordinaria della patologia e quelli per eventuali recidive, posto che in certi casi può essere necessario rivolgersi a un medico, come mi accadde l’anno scorso in Argentina. Significa procurarsi la necessaria documentazione per gestire attraversamenti doganali con una quantità di farmaci superiore alla media.

Spero di essere presto smentito, ma significa constatare che il SSN italiano, nel mio caso, non permette di fare una scorta di farmaci mutuabile superiore ai 3 mesi, non contemplando di fatto la casistica “viaggio a lungo termine”. Significa quindi inventarsi il modo di procurarsi farmaci sufficienti per 6 mesi, ma anche reperire o farsi spedire farmaci strada facendo, perché è comunque complicato fare posto nello zaino a una scorta superiore ai 6 mesi. Significa approfittarne per ricercare potenziali medicine alternative.

Significa doversi fermare qualche giorno, se necessario, per placare temporanee riacutizzazioni. Significa, se fa caldo, inventarsi come evitare che le supposte si squaglino. Significa farsi una cultura sulla disponibilità di gastroenterologi e probiotici nel mondo. Significa controllare la cacca tutte le volte e parlarne disinvoltamente con sconosciuti. Significa non vergognarsi di chiedere un bagno QUI e ORA. Significa farla in luoghi che voi umani… Significa imparare che, nonostante la vita a volte faccia la stronza, c’è sempre una nuova strada da percorrere. Significa sentirsi fonte di ispirazione per chi ha la stessa patologia ma non trova la forza di gestirla».

Ti definisci un ricercatore di felicità. Qual è secondo te la strada per raggiungerla?

«Risposta difficile e soprattutto diversa per tutti. Nel mio caso la strada è prendere possesso del mio tempo e perseguire un nobile proposito. Sentirsi di aiuto agli altri è qualcosa di magico!».

Che consigli daresti a chi come te sta pensando di cambiare vita?

«Leggere “Permettimi d’insistere”. Battute a parte, il libro risponde proprio a questa domanda. È una pubblicazione indipendente. In libreria si trova solo ai Diari di Bordo di Parma, la mia adorata città, ma è anche acquistabile da tutto il mondo, sia in cartaceo che digitale, su Amazon e altre piattaforme online.

Su www.andreacabassi.com si trovano tutti i link per l’acquisto ed è possibile scaricare gratuitamente le prime 51 pagine.

Per me il cambiamento ha significato partire, ma per altri può essere sposarsi, separarsi, un nuovo lavoro, iniziare una dieta, smettere di fumare, ecc. Ognuno ha il proprio cambiamento da gestire, ma le difficoltà e le sensazioni che lo accompagnano sono spesso analoghe».

Dove sei adesso e quali sono i tuoi progetti per il futuro?

«A fine 2018, ad avventura sudamericana conclusa, ho scelto di giocarmela tutta: non tornare al mondo corporate. Quindi mi sono messo in azione con l’obiettivo di generare una nuova fonte di reddito che sia al sostegno del mio nuovo stile di vita, che sia etica e che persegua un nobile proposito. Ho quindi trascorso 4 mesi tra Parma e Palermo per scrivere e frequentare una scuola di life coaching. Dai primi di luglio 2019 sono di nuovo in viaggio. Prima tappa: Indonesia. Poi, chissà».

Per contattare Andrea Cabassi questi i suoi recapiti:

Facebook: https://www.facebook.com/andreacabassicom/.

Instagram: https://www.instagram.com/andreacabassicom/.

Sito web: www.andreacabassi.com.