A me è successo che un problema di salute piuttosto serio mi costringesse a lasciare il mio umile (ma a tempo indeterminato) posto di operaia. Dopo le superiori, infatti  avevo  trovato lavoro in un piccolo laboratorio di confezioni; era un lavoro che mi piaceva perchè si vedeva nascere da un taglio di stoffa un abito finito, ma soprattutto era un lavoro che mi serviva, visto che mi permetteva non solo di mantenermi, ma anche di aiutare economicamente la mia famiglia, che ne aveva assoluto bisogno.

Dopo cinque anni, però, insorge questo problema di salute, e iniziano visite, analisi e mesi di mutua. Il titolare della fabbrica intanto cominciava a dar segni di insofferenza: o guarivo o mi levavo dalle scatole ( come se il diritto alla salute e al riposo durante una malattia non fosse dovuto ai lavoratori).

Lavori di Cristina Turchi accademia

Io, che all’epoca avevo 23 anni, tenevo duro perchè non potevo permettermi di perdere il lavoro, ma sentivo che ero in una situazione che  non avrei risolto tanto facilmente, finchè addirittura il medico che finalmente scopre cosa cavolo avevo, mi conferma che non avrei potuto continuare il lavoro.

Costretta a licenziarmi,  inizio a riflettere seriamente su cosa fare della mia vita. Dopo l’istituto d’arte avevo messo nel cassetto il “sogno” di fare l’accademia, o l’Istituto Superiore per le Industrie Artistiche, che mi attirava meno perchè più tecnico, ma sembrava non costasse quasi nulla e desse più opportunità di lavoro, così mi iscrivo all’ esame di ammissione di quest’ultimo: 400 persone per 25 posti, e io mi piazzo sì e no a metà.

Appena saputo di non avercela fatta, mi iscrivo subito all’Accademia di Belle Arti e, tra mille sensi di colpa e dubbi e ripensamenti, sento anche un’ebbrezza, una felicità egoista, grata, fiduciosa.

Lavori di Cristina Turchi accademia

Tacito il SENSO DI COLPA NUMERO UNO, quello che mi dice “come faranno a casa coi soldi ?”, contando sui risparmi che ho messo da parte in cinque anni e sul tentativo di ottenere la borsa di studio, ma prima botta: niente borsa, il mio faraonico stipendio da operaia (tra l’altro dell’anno prima, e quindi già speso) mi preclude ogni sussidio per l’anno accademico a venire, e va be’, non mi faccio intimidire: il primo anno di accademia mi brucio tutto quello che avevo da parte, ma riesco a pagarmi le tasse, una stanza in un convitto e un pasto al giorno a mensa. Stranamente mi dà forza riuscire a risparmiare sui libri, sulle fotocopie, passare ore in biblioteca come se mi fosse concessa una miniera di informazioni, lesinare le uscite, non mi pesa perchè tutto questo  mi permette di vivere il mio sogno.

Seconda botta: la prima lezione in accademia: psicologia dell’arte, ore 14, 30. ascolto il prof. parlare di Freud, fatico a seguirlo e mi chiedo di colpo che cavolo ci faccio io lì, che dovrei essere in fabbrica. Penso a mia mamma e mia sorella che a quell’ora stan lavorando, ai soldi che io sto buttando in una cosa che interessa solo me, e mi viene un senso di colpa e di inadeguatezza grosso come una casa.

Con delle stoffe di recupero inizio a confezionare delle borse che vendo in vari negozietti, racimolando qualche soldo extra. I primi mesi, insomma sono duretti, ma quando comincio a dipingere i miei quadri, a dare gli esami con successo la strada finalmente si appiana, e io respiro.

Dal secondo anno in poi ottengo sempre la borsa di studio, che vuol dire vitto e alloggio gratis più un contributo in denaro, e alla fine, dopo la laurea (110 e lode) ottengo anche l’abilitazione all’insegnamento della storia dell’arte.

Dipinti e ritratti di Cristina Turchi accademia

Ma la mia storia non è finita, questo è solo l’antefatto: è facile dire :”seguite i vostri sogni, fregatevene di tutto”: poi bisogna essere davvero un po’ pronti a tutto, anche ai limiti che il sogno può avere…
Mentre facevo l’accademia, d’estate avevo comunque bisogno di lavorare un po’, così ho cercato lavoretti qua e là , poi la folgorazione: perchè non fare dei ritratti per strada? Era una cosa che mi è sempre riuscita bene, così un pomeriggio ho provato. Star lì, davanti a tutti, aspettando che qualcuno si fermi, all’inizio è stata dura, però io me la cavo sul serio, così piano piano ho preso fiducia e da allora questo è diventato il mio lavoro:  da due, i mesi in cui vado fuori coi ritratti son diventati otto; ho ricevuto molti complimenti, qualche critica, consigli non richiesti (son meglio le critiche), proposte di lavoro, proposte di matrimonio!, ho conosciuto tanta gente, bambini, ragazzi, donne, uomini soli, famiglie, cani, cavalli, gufi… in ogni essere che ti si avvicina c’è un mondo, davvero.

Dipinti e ritratti di Cristina Turchi accademia

A volte è brutto, vuoto, ottuso, ma altre, la maggiorparte, è interessante, sorprendente, e comunque infinitamente più sfaccettato di come lo vedi. Quello che impari dalle persone che incontri per strada è il vero guadagno di questo “lavoro”, un bagaglio che ti forma come persona.

Perchè dico questo ?

Perchè quando dico di che cosa vivo spesso mi son sentita dire che:

1- non è un lavoro vero
2- è precarissimo perchè se piove, o c’è vento, o è troppo caldo non fai una lira
3- sei sotto il sole d’estate e al freddo d’inverno
4- non ti dà i contributi per la pensione
5- se stai male non lavori e non guadagni nulla
6- guadagni poco e non  puoi far progetti

Ora, tutte queste obiezioni possono anche esser fondate, ma il fatto è che a me piace far questo lavoro, e non è un problema se non è sicuro, perchè è quello che voglio fare, e questo conta più di qualunque guadagno. Quanto al futuro, ho imparato dalla vita che non sempre serve far dei gran progetti a lungo termine, perciò io vivo alla giornata: “non so domani dove andrò, ma per adesso ho già scelto”, come cantava Meg dei 99Posse.

Quello che faccio mi rende autosufficente, e anche se non posso cambiare la macchina con una più nuova o più grossa, anche se non posso andare al cinema tutte le settimane o fare l’aperitivo tutte le sere, beh, non è poi così importante; domani si vedrà.

Ecco la mia storia.

Cristina

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