Ma quel rapido e violento bagliore ha fatto vedere, per un istante, che qualcosa non va. I giorni si rimettono a scorrere e correre e quando cerchi di ricordare cosa hai visto in quell’attimo neanche te lo ricordi. Metti tutto a tacere, è stato solo un momento, la stanchezza amplifica percezioni, trasforma venticelli in turbolenze.

Qualche giorno dopo, mentre stai facendo i gesti di sempre cominci ad avvertire qualcosa di strano. È come se, nel sopore che avvolge le cose che fai, senza che tu te ne accorga, all’improvviso tu avvertissi uno sguardo estraneo. Disagio, inquietudine. La chiameresti paura se la tua struttura di persona sensata non ti impedisse di lasciarti andare fino a quel punto. Non sai, non capisci, avverti solo, in modo confuso, di aver visto qualcosa. Così, di sfuggita. E l’abitudine, più forte e resistente di tutto riprende a fare il suo lavoro di anestetico.

Ogni giorno continui ad uscire di casa, ti infili nelle carrozze della metropolitana e cominci a chiederti se l’espressione che vedi sui visi altrui non sia anche la tua. E preferisci darti risposte rassicuranti, lasciarti varchi di superiore diversità. Arrivi al negozio, lo apri e cominci lo spettacolo. Parli con i clienti, consigli libri, ascolti, rispondi al telefono, consigli libri, parli, parli e parli. Poi eccola che arriva, quella strana sensazione. Senti il cuore che batte più veloce, devi fare un respiro più profondo perché la meccanica fisiologica del tuo corpo non basta più a farti prendere aria. Ancora quello sguardo. E, all’improvviso capisci. Quello che hai visto sei tu. Ti sei vista compiere quei gesti, ti sei ascoltata dire quelle parole e ti sei riconosciuta solo perché, la persona che hai visto è fisicamente uguale a te.

Lavorare in libreria normalità

Dopo più di vent’anni di libreria hai avvertito, prima ancora di saperlo, che quel lavoro non ti emoziona più. E ti senti come quando devi porre fine a una lunga storia d’amore. È stata la tua vita per tanto tempo. Adesso cosa è diventata la tua vita? Quel rotolo di giorni che si è disteso dietro di te ti sembra interrotto all’improvviso. Ma forse non così all’improvviso. Dal momento che fai la libraia leggi il tuo disagio con il titolo di un libro: “Col corpo capisco” di David Grossman. Ah, la deformazione professionale. Eppure quelle parole arrivano precise e colpiscono come un ferro rovente. Da mesi il tuo corpo aveva iniziato a dirti qualcosa con la sua stanchezza, con la bocca che si apriva come se fossi stata in apnea, le nausee subito dopo colazione. E quel senso di estraneità. Anche dal tuo corpo. Guardavi la tua mano e per una frazione di secondo non la riconoscevi come tua.

Sta succedendo qualcosa ma verbalizzarlo non è facile. Poi, in modo più naturale di quanto pensi riesci a dirtelo: “Questo modo di vivere e lavorare non mi piace più. A me è successo così. Due anni fa ho cominciato a capire, senza più dubbi, che 22 anni di negozio, tutti i giorni, dieci ore al giorno mi stavano uccidendo. Siccome ho molto rispetto per le parole ci ho pensato molto prima di usare la parola uccidendo. Ma è esattamente quello che stava accadendo. L’entusiasmo, la passione, la fantasia, l’allegria erano tramortite e nascoste. Mollare tutto? Se non fossi stata socia lo avrei fatto. Ma in quella libreria, oltre a una grossa fetta della mia vita c’era anche una notevole fetta del mio portafoglio. L’investimento non permetteva un gesto così definitivo.

Libri normalità

Cosa fare? Più mi muovevo e più mi sembrava di rimanere invischiata in una rete viscida ma resistente. Allora ho cominciato a pensare che al cambiamento ci si può anche preparare con tranquillità. Ho dimezzato, in termini di giorni, la mia presenza in negozio accettando di guadagnare di meno. Ho ridimensionato moltissimo quelli che credevo fossero bisogni e ho conquistato qualcosa che nessuno stipendio ti può permettere: il tempo.

E questo tempo, finalmente liberato, l’ho investito per crescere, per rimettere in moto la testa, il cuore e la fantasia. Ho cominciato a scrivere recensioni, a collaborare con una società di formazione e scrittura, a fare consulenza per una casa editrice e a scrivere per il sito che state consultando. I soldi? Non ce ne sono molti ma non tornerei indietro per nulla al mondo. Ho venduto una parte delle mie quote al mio socio e gli ho lasciato volentieri il ruolo di star.

Forse tra un po’ non potrò più pagarmi l’affitto della casa in cui abito e all’età di 44 anni dovrò chiedere ospitalità ai miei genitori. Oppure riuscirò a trasferirmi in provincia di Viterbo dove abita la persona che da tre anni rende la mia vita più bella. Il progetto è quello di mettere insieme un po’ di collaborazioni e avere come ufficio il mio mac e andarmene da Milano. Mi sto costruendo un’alternativa al negozio. È un lavoro che mi ha dato tantissimo ma, come tutti i lavori che ti impongono una quotidiana frequentazione con il genere umano, logora. Come mi ha logorata la mia città. Il tempo che mi sono concessa mi è servito anche per ascoltarmi e per avvertire priorità cambiate. Una volta la qualità della mia vita era legata al fatto di poter decidere in cinque minuti di andare al cinema, oppure di trovare una libreria aperta alle dieci di sera. Concerti, ristoranti. E per queste cose Milano non ha rivali. Ma l’anima? La bellezza? L’alternarsi delle stagioni? Il buio? Avete mai pensato al fatto che in città il buio non sappiamo più cosa sia?

Tuscia normalità

Adesso ogni dieci giorni scappo nella Tuscia, alto Lazio e mi inebrio di colori, di spazi, di odori e di buio. Quando guido di notte su quelle strade spesso mi fermo sul ciglio della campagna e mi lascio inondare dal buio. E vivo i miei giorni a Milano solo come un’attesa della prossima visita a questa terra. E intanto scrivo

Geraldine Meyer

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