Paolo Soldano e il suo libro, “Giapponesi si nasce”

 

PAOLO SOLDANO, giornalista freelance, si occupa di comunicazione alla Camera di Commercio Italiana in Giappone, a Tokyo. Nell’agosto 2010 ha pubblicato “Giapponesi si nasce”, Aletti editore.

Nato a Milano nel 1979, In Giappone dal 2007

Titolo di studio: Master in Web Journalism / Laurea in Lettere Università Statale di Milano

Segno zodiacale: Leone

Gruppo sanguigno (tra i giapponesi è diffusa la credenza che il gruppo sanguigno determini il carattere della persona): “E’ una delle domande che mi fanno più spesso. La risposta è sempre la stessa: non lo so”.

La recensione

Se la sua insegnante di giapponese si segnasse tutte le castronerie che, mentre cerca di farsi capire nell’Impero del Sol Levante, inevitabilmente dice, forse ne avrebbe da riempire un libro. Ma siccome anche l’italiano è una lingua ostica, “tanto quanto per noi il giapponese”, e lui, Paolo Soldano, per un paio di anni l’ha insegnato tra Parigi, la Corea e Osaka – “per alcuni mesi anche online, comodamente seduto alla postazione di un computer” – di strafalcioni ne ha sentiti a bizzeffe, li ha trascritti e oggi catalogati nella gustosa appendice che accompagna il suo libro, Giapponesi si nasce, pubblicato da Aletti nell’agosto 2010.

Il resto del libro è il diario-blog, in parte uscito un post alla volta sul settimanale ‘A’, di un italiano che per quasi tre anni ha registrato, con stile fulmineo e stringato, le sue impressioni di un Paese visto attraverso notizie locali, paesaggi urbani, aneddoti di vita quotidiana e bizzarrie collettive. Tra gelati al gamberetto e tribù di giovani donne, “cotonate, neogotiche e bambole”, Paolo si muove in punta di piedi, con sguardo curioso e divertito. Entra in metropolitana nelle ore di punta, spinto dentro il vagone – delicatamente, ma con fermezza – da solerti addetti coi guanti bianchi, dove i pendolari, sfiniti dalla giornata di lavoro, resistono alle tentazioni della metropoli e alle ore di viaggio dormendo anche in piedi, appesi ai reggimano.

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Partecipa alle feste stagionali, a metà strada tra rituali sacri e rave party ad alto tasso alcolico, per cogliere l’attimo esatto in cui i ciliegi decidono di fiorire (hanami) e le rosse foglie d’acero di staccarsi dal ramo (momiji). Senza pregiudizi e senza giudicare. Per capire la diversità e riflettere su se stesso. Perché se essere giapponesi è impegnativo – e non lo si diventa, suggerisce il titolo – anche vivere in Giappone da italiani non è uno scherzo. In un Paese in cui è ancora diffusa l’idea che il gaijin (lo straniero) porti criminalità, confusione e squilibrio, per affittare casa bisogna avere un garante locale, con stipendio pari ad almeno tre volte il costo del tuo affitto.

A Tokyo, come è noto, le strade non hanno nome e perdersi è pratica comune, ma una volta imboccata la via di casa può capitare di sentirsi nuovamente smarriti ricevendo l’invito a partecipare a una “lezione preparatoria al disastro per residenti stranieri”. Per tutti i Profeti fuori patria, l’integrazione passa dalle cose di tutti i giorni. In un arcipelago altamente sismico, anche dall’abitudine a convivere con la possibilità della catastrofe. E se vuoi convolare a nozze con un nipponico doc – lui l’ha fatto – devi compilare un curioso modulo che più che un questionario assomiglia a un terzo grado e che, alla faccia della privacy, cerca di stanare, tra domande trabocchetto e ostensioni di foto ricordo, il rapporto di comodo da quello autentico. E per un attimo può vacillare per davvero un sentimento, alla domanda: “E quando non vi capite, come fate?” Da tutto il mondo, ma anche dai paesi tuoi, mogli e buoi pagherebbero per una risposta.

Paolo Soldano, giornalista italiano in Giappone giapponesi

 

L’intervista

Dall’appendice del tuo libro, la fiera delle castronerie. La più geniale, la più creativa, la più divertente

Forse non andrò ovunque, che più che una castroneria è più una perla di saggezza orientale. Tra le più divertenti Non ricordo di parlare e Mi piace nevicare quando sto a casa. La più creativa? Difficile scegliere, forse In un etto di nascita è basso.

La prima cosa che provi quando atterri in Giappone

Un senso di sicurezza e di familiarità che ormai mi accompagna ovunque quando sono qui.

Una cosa dell’Italia che non manca mai nella tua valigia

Un libro in italiano, perché è bello conoscere altre lingue ma essere cullati dalla prosa di qualche autore nostrano non ha paragoni.

Tre posti del Giappone da non perdere

Ogasawara, un’isola a 24 ore di nave da Tokyo. La nave parte una volta alla settimana, non ci sono collegamenti aerei. E’ un paio d’anni che mi riprometto di andarci, non ho ancora avuto l’occasione.

Shirakawa-go, un villaggio tradizionale in mezzo alle montagne. Qui ci sono stato, e posso assicurare che ne vale la pena.

Tokyo, con i suoi contrasti e le sue mille città una dentro/dietro/sopra l’altra.

I tre migliori piatti della cucina giapponese

Lo Shabu-shabu, ma solo quello di mia suocera; la soba all’anatra e un buon piatto di tempura.

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I tre luoghi comuni più diffusi sull’Italia e sugli italiani

Gli italiani sono dei dongiovanni, arrivano sempre in ritardo e non sono troppo affidabili (ma solo sul lavoro).

Tre luoghi comuni da sfatare sul Giappone e sui giapponesi

La loro seriosità: ai giapponesi piace stare in compagnia, ridere, scherzare, cantare.

L’uso della tecnologia: il fatto che il Giappone sia uno dei Paesi tecnologicamente più avanzati non implica che tutti i suoi abitanti siano così familiari con tutte le tecnologie.

Il fatto che apparentemente non provino emozioni/sensazioni: è solo una questione di conoscenza (sociale, ambientale, e ovviamente della persona)

Nel tuo libro dici che in Italia ti sentivi un po’ in gabbia, mentre oggi in Giappone riesci a dialogare meglio con te stesso. In che cosa il Giappone riesce a soddisfare i tuoi bisogni e desideri

Riesco a dialogare meglio con me stesso forse, semplicemente, perché faccio cose che mi piacciono in un ambiente stimolante e sempre cangiante. Difficile annoiarsi a Tokyo, difficile non trovare nulla da fare, ancora più difficile sentirsi del tutto appagati, a cominciare dalla conoscenza della lingua e della città.

Convenzionali e integrati in apparenza, sotto anarchici. Qual è l’anima vera dei giapponesi

Dietro alla spessa patina di formalità e compostezza, spesso si celano barlumi di anarchia – loro la chiamerebbero più semplicemente franchezza – difficili da cogliere anche per chi vive da molto tempo qui. Il più delle volte si tratta infatti di un modo diverso di costruire una frase, di usare una parola, di accentuarne un’altra. Ma credo che il rispetto – sempre e comunque – sia una delle componenti fondamentali di questa società.

Giapponesi si nasce. Italiani si può diventare?

Italiani, nel modo di fare, di parlare, di gesticolare, si può diventare. Ne ho la prova vivente in alcuni amici che hanno passato anni in Italia. Giapponesi? Continuo a pensare che si possa solo nascere.

Chiudi gli occhi e pensi: Voglio vivere così. Cosa vedi?

Preferisco stare con gli occhi bene aperti e cercare di non perdermi nulla della multiforme varietà di vite che mi circondano.

Intervista di Claudia Ceroni