Vivere senza lavorare: il libro “Io non lavoro”

Un uomo non è un pigro, se è assorto nei propri pensieri. Esistono un lavoro visibile ed uno invisibile. (Victor Hugo)

Vivere senza lavorare ed essere spensierati, sbattendosi dei giudizi severi del mondo, si può!

Lo dicono Serena Bortone, giornalista di Rai Tre e Mariano Cirino, autore e regista televisivo, che di recente hanno scritto un libro, dal titolo Io non lavoro”- Storie di italiani improduttivi e felici- edito da Neri Pozza. Più di 230 pagine per otto personaggi che non hanno mai voluto faticare e prima o poi ce l’hanno fatta. L’ereditiera di una famiglia ricca e  rispettabile, il grande manager che ha dato scacco ai suoi capi il fiero sfaccendato che guarda con aria di sufficienza le miserie altrui, la sognatrice che si accontenta di poco, l’indolente maestro dell’evasione dalle responsabilità, lo stacanovista che con un colpo di scena è riuscito a vivere di rendita. Tutti legati da un sogno: la liberà assoluta, dalle critiche, dai ritmi ingessanti, dai progetti di vita di mamma e papà, dalle convenzioni sociali.  E, esagerando un po’, dal proprio corredo genetico.

Io non lavoro vivere senza lavorare

Giorgio il piccolo Agnelli, Aurora che impiccava le bambole, Leonardo l’uomo che abolì l’inverno, Vincenzo che trova la felicità nel principe azzurro, Pietro alla ricerca della pietra filosofale, Betta la ragazza senza costume, Beatrice la figlia del notaio, Roberto maestro dell’arte di andarsene e mollare persino Berlusconi, sono accomunati da un dato: hanno imparato a vivere senza lavorare, ma soprattutto, nella più completa autonomia. Certo, tra di loro, c’è chi parte con una rendita familiare, chi ha accumulato denaro negli anni di dura fatica. Tutti, però, insieme sembrano gridare al mondo che una vita senza impegni è possibile.

Ma il lavoro, si replicherà, è una condizione indispensabile per la realizzazione della personalità e la solidità delle strutture sociali, la famiglia, la società, lo Stato. Eppure, come dimostrano gli otto personaggi,  un’altra esistenza è possibile. Una vita in cui il tempo è a propria disposizione , in cui i giorni scorrono liberi e senza fattori condizionanti, non è proprio un sogno. Una vita senza lavoro è tra le cose terrene.  Del resto un’esistenza leggera e senza tante responsabilità l’invoca già Ennio Flaiano, quando diceva: “Mi spezzo ma non m’impiego”.

Certo, “Non lavorare mai richiede un grande talento”, pensava Guy Debord. E in effetti, non è una via in discesa quella di chi ha deciso di non scapicollarsi la mattina presto al suono di una sveglia, solo per essere considerato produttivo. Un’esistenza libera presenta molte difficoltà e altrettanti ostacoli. La gestione economica, la sussistenza quotidiana, ma anche l’angoscia di come trascorrere un tempo libero smisurato. Inutile dire che anche la guerra contro il giudizio degli altri, quelli che hanno da fare tutto il giorno, è pesante. Qualcuno, come si scopre nel libro, è riuscito a risolvere questi intoppi con tanta determinazione e molta astuzia. Sono quelli che un lavoro, una volta l’hanno pure avuto, ma che dopo aver capito che cos’è, hanno detto stop. Hanno chiuso con la sveglia mattutina, gli ingorghi sfiancanti per raggiungere il posto di lavoro, le riunioni inutili, il tormento di un capo incompetente.

Sì, ma ora che vivono in un‘altra dimensione, queste persone sono davvero felici? Il loro atteggiamento è una reazione ad un lavoro che ingessava troppo la propria vita e quella della propria famiglia? Meglio definirli romantici ribelli o vigliacchi da disprezzare? E per noi sarebbe impossibile seguire il loro esempio? Il  libro in questo senso segna un solco. Illumina. E indica la possibilità di un’alternativa, di una dimensione nuova. Di uno status spesso ignorato, che può suscitare invidia o fastidio, ma che per gli otto personaggi varrebbe la pena gustare.

Un esempio? Basta leggere alcune dichiarazioni delle otto persone speciali che animano questo bel  romanzo collettivo. Dice Giorgio, che ha visto morire il padre ammazzato dall’eccessivo lavoro.  E che è diventato allergico alla carriera: “Se il mondo del lavoro è idiota, io non ci sto, non me ne frega niente di starci. L’idea di carriera presuppone un progetto, partire da un punto e arrivare ad un altro. Tutto ciò ha come inevitabile conseguenza  il porsi dei limiti. Per uno come me che ha sempre in testa  mille cose, è inconcepibile.  Come pensare di non poter fare qualcosa che mi va solo perché devo stare dietro ad un impegno? La carriera altro non è che una limitazione della vita”.  E Aurora : “Anche se hai finito i soldi , la soluzione non è mai il lavoro. Io non sopporto gli orari , le imposizioni, l’idea che il mio tempo non sia più mio, ma  di qualcun altro, dover essere pratica e non poter sognare, non andar via con la testa ma dover stare sempre nella realtà”. E poi Leonardo, o Antonio all’anagrafe, che dice: “ Papà mi spiegava che le leggi biologiche della natura impongono che si debba lavorare, altrimenti si paga un prezzo di infelicità”.  Mentre Vincenzo, un ragazzo lucano, racconta: “Nella vita ho sempre fatto il mio dovere, come un mulo. Le regole che mi ero imposto mi hanno protetto.

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Ma mi hanno anche soffocato”.  Pietro: “Quando ci diciamo non ci riesco, non ce la farò mai, in realtà ci limitiamo da soli. Se ti rendi conto di questo meccanismo e lo rompi, allora se in grado di fare qualsiasi cosa”. E poi Betta:  “Non voglio essere legata a nulla, non voglio appartenere a nessuno, non voglio essere diversa  da quella che sono, né apparire diversa da quella che sono”.   Beatrice: “Una volta un omeopata dopo avermi visitato mi ha detto signora, il lavoro per lei lo devono ancora inventare”. E per finire Roberto, che afferma: “ La lista delle cose che la gente decide veramente è cortissima. Tutti si devono svegliare a una certa ora, andare in un certo posto, correre a prendere i bambini a scuola , dal pediatra e arrivi alla fine della settimana che non  sei stato tu a decidere nulla, perché la tua vita è determinata dal lavoro, dai rapporti sociali. Dal momento in cui fai delle scelte di lavoro e familiari ti ritrovi con una serie di cose che non puoi non fare. Si lavora per soldi, o per conquistare una posizione sociale. Io ho più di quello che mi serve, e la posizione non mi interessa”.

Abbiamo sentito Serena Bortone. 

Sembra che la maggior parte dei protagonisti parta da una rendita: soldi guadagnati in passato o beni di famiglia. E’ cosi? Non è proprio facile partire da zero?

E’ evidente che se si vuol vivere senza lavorare il primo – ma non l’unico – ostacolo da superare è la sopravvivenza. Dove trovo i soldi per mantenermi? I personaggi di “Io non lavoro” hanno cercato di risolvere questo problema nei modi più vari perché partivano da punti di partenza diversi. A chi ha potuto contare su una rendita familiare più o meno ampia si aggiunge chi ha lavorato per un periodo prima di smettere, ma anche chi è riuscito a trovare un escamotage esterno per riuscire nell’intento. Tutti avevano il desiderio di non legare la propria esistenza e la propria identità al lavoro, nessuno di loro voleva subirne i condizionamenti temporali o psicologici. Persone estremamente libere, quindi, dal giudizio degli altri, ma anche dal bisogno eccessivo di denaro.

E quindi?

Come dice una delle nostre protagoniste, piuttosto faccio la fame ma non vado a lavorare. Se si vuol vivere senza guadagnare, in primo luogo si deve sapere che si dovrà fare a meno di tanti gadget che sembrano ormai quasi imposti dalla società dei consumi. Chi non lavora, tirandosi fuori dal meccanismo produttivo, si tira fuori anche delle conseguenze di quel sistema. Rinunciare al superfluo, però, non costituisce una sofferenza, anzi. Il consumismo viene visto come un ulteriore peso da cui disfarsi.

Pensa che il fenomeno stia prendendo piede in Italia piu che all’estero?

Nel nostro Paese i nuclei familiari finiscono spesso col diventare i più efficienti ammortizzatori sociali. La rete di protezione economica delle famiglie, anche delle più modeste, e’, non di rado, sufficiente a garantire il mantenimento dei figli per lunghissimi periodi di tempo. In un Paese scarsamente meritocratico come il nostro, dove l’ascensore sociale resta bloccato ed e’ rara la mobilità tra le generazioni, facilmente può prevalere un atteggiamento di resa.

E cioè?

Finire col pensare che l’impegno lavorativo, scarsamente premiante, possa essere inappagante sia psicologicamente che economicamente. Lo dicono le statistiche che oggi parlano della cosiddetta “generazione ne ne”, i giovani che non studiano e non lavorano. Gli “inattivi”, secondo gli ultimi dati, sarebbero quasi il 20% dei giovani sotto i trent’anni. E’ un dato che dovrebbe far riflettere per correre ai ripari, se vogliamo che la nostra sia davvero una Repubblica fondata sul lavoro, come recita la nostra Costituzione. E non sulle rendite o sui patrimoni.

I protagonisti del suo libro hanno uno status sociale elevato, un livello culturale alto. E’ solo una coincidenza?

Quasi tutti hanno un bagaglio culturale piuttosto corposo. La spiegazione e’ semplice: tutti i protagonisti di “Io non lavoro”, avendo uno smisurato tempo a disposizione, hanno maturato una spiccata attitudine alla riflessione. Molti passano gran parte del loro tempo a leggere, dai libri ai saggi ai quotidiani. Inoltre hanno spesso trovato dei riferimenti filosofici di supporto alla propria scelta, che è magari arrivata dopo un periodo di elaborazione psicologica nutrita di letture e di meditazione.

E in futuro, ritiene che aumenteranno gli «improduttivi»?

Credo che il mondo occidentale nell’era delle crisi economiche e politiche internazionali sarà sempre più portato a riflettere sul reale valore del lavoro. Spogliato dal suo tratto “comunitario”, di mezzo fondamentale per realizzare il progresso comune della società, il lavoro sembra essere ormai diventato solo la molla per l’esaltazione individuale, per l’arricchimento, per l’affermazione del sé. Con il risultato che, quando non riusciamo a realizzare i nostri obiettivi, finiamo vittime di grandi frustrazioni, ma anche nel migliore dei casi, quando cioè raggiungiamo il successo, ci rendiamo spesso conto che non ci ha comunque reso appagati.

Cosa vuole dire?

Ci sono domande di cui si avverte sempre più l’urgenza: siamo davvero così sicuri che la sfrenata spinta verso la produzione e la ricchezza a tutti i costi ci renda più felici? O al contrario, ci rende schiavi di meccanismi che poi non siamo neanche più in grado di controllare? Su queste domande cardine della contemporaneità i protagonisti di “Io non lavoro” hanno da raccontarci qualcosa. Le loro storie, avventurose e sincere, possono suscitare amore o invidia, ammirazione o persino rabbia, ma mai lasciano indifferente il lettore. Molti ci scrivono che i nostri personaggi li hanno fatti ragionare sulla propria vita, magari dedicata a un superlavoro o alla conquista di potere e prestigio. La via alternativa perseguita dai nostri personaggi regala sempre uno spunto di riflessione.

La «qualità» più importante per diventare un «improduttivo felice»?

Sicuramente l’indipendenza. Dal giudizio altrui, dal denaro, dal potere. Talvolta persino dall’amore. L’identità di chi non lavora non si lega al giudizio di un capo, a una carriera, al riconoscimento economico o sociale e quindi per affermarla occorre uno sforzo di consapevolezza in più. In una società dove chi non lavora non esiste, i nostri personaggi riescono ad esistere da soli, senza passare per specchi esterni, cosa sicuramente non facile. È per questo che, come scriveva Guy Debord, “Per non lavorare mai ci vuole un grande talento.”

Cinzia Ficco