Roberto Degrassi, giornalista professionista in pensione, condivide con noi il capitolo che più gli sta a cuore del suo libro in uscita “Dentro il deserto” (Youcanprint). Il testo racconta l’esperienza di Roberto nell’attraversamento della depressione e questo capitolo ci accompagna alla scoperta della Costa Rica.

Il Paese, per Roberto, rappresenta un luogo di sosta, respiro e riconnessione con la natura.

CAPITOLO 10

IL SOGNO COSTA RICA

Cambiare vita. Posti. Stimoli. Sensazioni. Lo abbiamo pensato tutti, prima o poi. Io non faccio eccezione. Penso a una rivoluzione nell’illusione che basti cambiare lo sfondo per modificare il mondo e me stesso.

Ognuno ha il luogo dei sogni, quello dove ritirarsi e sentirsi completamente libero. Smettere di lavorare dovrebbe facilitare queste svolte. Tutti ci pensano, una minima parte lo fa. L’incognita mette sempre paura. Chi è depresso, però, si sente così avvolto e circondato dalle incognite che a una in più o in meno non fa quasi caso. La poca razionalità che mi rimane mi porta a escludere mete scontate per un signore della mia età. Bello il Portogallo, ma la lingua mi suona difficile; fossi almeno genovese, ne potrei capire la musicalità. Belle le Canarie, ma c’è già troppa Italia trasferita lì e poi sembrano isole sospese, un pezzo di Spagna dimenticato in mezzo all’Atlantico.

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Se ascolto il cuore, il mio luogo dei sogni ce l’ho anch’io. Me lo ricorda un oggetto che tengo accuratamente nascosto sul ripiano inferiore dell’armadio, là dove per anni persino io mi sono dimenticato che ci fosse. Una lama, un fodero di cuoio con frange e intarsi, un disegno e un’iscrizione: Made in Costa Rica.

È il mio machete. Nel terzo millennio sarebbe impensabile passare la dogana con una lama simile e regalarla a un ragazzino, ma allora era il souvenir che un conoscente, emigrato negli anni Cinquanta dall’Istria all’America Centrale, mi aveva portato. Avrò avuto una dozzina di anni. Ovviamente li ho sempre guardati con venerazione: il conoscente e, soprattutto, il machete.

Il sogno Costa Rica è nato così ed è cresciuto in proporzione all’insofferenza per la mia non-vita. È diventato un rifugio mentale, un posto idealizzato dove ci si sente bene, liberi, dove ci si alza al mattino con un perenne sorriso. Probabilmente è solo un’illusione, non serve cambiare latitudine per cambiare condizione.

Il Costa Rica, tuttavia, rimane per me il Paradiso in terra. Una liberazione. Ho mantenuto i contatti virtuali con il figlio di quel conoscente. Nei miei momenti «no» mi piace scrivergli, per alimentare un sogno che però non si trasforma mai in concreta volontà. Intanto mi documento su luoghi e costumi. Come posso non amare una nazione che non ha un esercito e che anziché destinare soldi agli armamenti preferisce dirottarli su istruzione e sanità? C’è solo una guardia costiera, il tasso di criminalità è basso e bastano poche centinaia di miglia in jeep per passare dall’Oceano Atlantico al Pacifico. Leggo che la popolazione fa della «Pura vida» la propria filosofia di vita e non mi pare male, qualsiasi cosa significhi. Suona bene. Mi informo sui prezzi delle case e degli affitti, annoto su un quaderno le cittadine dove potrei trasferirmi.

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Il mio contatto mi suggerisce la provincia di Guanacaste: «C’è una buona comunità di italiani. Ti sentiresti a casa, per cominciare». Una frase che io rileggo aggiungendoci due punti interrogativi. Ho davvero voglia di attraversare un oceano e cambiare tutto per poi sentirmi “a casa”? Riuscirei davvero a stare bene, libero dai miei demoni?

Non so darmi una risposta perché il mio domani non assomiglia mai all’oggi. Forse dovrei fare un esperimento di un paio di mesi, tanto per intuire se quel posto possa rappresentare ciò che resta del mio futuro. Se non funzionerà, mi avrà comunque dato un motivo per sognare. Ci avrò provato.

Da bambino, alle scuole elementari, avevo fatto un disegno. Tema: prova a immaginarti da anziano. Mi ero disegnato con i capelli bianchi un po’ lunghi, la barba, seduto su una spiaggia, e vicino a me c’era un animale. Quale bestiola fosse non lo ricordo: nei tratti infantili nessuna specie era ben definita.

Può darsi che non mi fossi sbagliato di molto. Ma prima di vedere i Caraibi devo finire di percorrere il mio tunnel. In fondo intravvedo una luce. Mi sembra stabile, accogliente. Quanto vorrei che fosse l’uscita.