Anima Africana, memorie dall’Africa Subsahariana

(Dr. Pietro Giacomo Menolfi)

Il libro nasce dalle memorie del Dr. David (pseudonimo) che ripercorre gli anni trascorsi in Africa Subsahariana (Ghana, Zambia e Angola). L’autore lo fa sotto forma di racconto ai tre nipoti, Miro, Suzanne e Denis, ciascuno dei quali con provenienza da uno di quei Paesi; il papà di Miro viene dall’Angola, quello di Suzanne dal Ghana e Denis viene dallo Zambia, da dove viene il ‹padre› ideale. Lo stemperarasi del racconto fa vivere momenti simpatici di vita familiare in una integrazione perfetta di razze e culture, fa rivivere i ricordi e le emozioni al nonno David, fa proiettare il ricordo in una situazione presente. David, ripercorrendo le proprie vicissitudini, ne trae una analisi spassionata sulla società africana: dalla politica, agli usi e costumi. Non risparmia le sue analisi anche a quel mondo del ‹volontariato› o missionario che non sempre è all’altezza delle aspettative.

Questo libro fa conoscere l’Africa vera, dalla sua quotidianità alle sue problematiche socio-politiche, senza essere barboso, perchè è animato dallo stile del dialogo, fra Dr. David ed i nipoti o i figli, fra David e l’amico giornalista o fra David e la sua fantasia.

Vi sono racconti che vibrano e suscitano sincere emozioni.

africa subsahariana

Riporto alcuni passi a seguire.

[email protected]

Dall’ introduzione

Dieci anni di politica per capirne i risvolti inaccettabili. Circa dieci anni di cooperazione internazionale per capire che era altro da quello che avevo sognato.Dopo i timidi appelli di Kofi Annah negli anni in cui fu Segretario Generale dell’ONU; dopo qualche altrettanto timida e cifrata frase di Papa Ratzinger; dopo qualche frecciata di Obama, con cui denunciavano certa ipocrisia degli aiuti ai Paesi Poveri, che in realtà sono troppo spesso puro business e una ulteriore presa per i fondelli per coloro che non hanno da mangiare o da vestire, invito dei giornalisti coraggiosi, a mettere il loro naso in quel mondo. Già alla fine degli anni ‘80 lo fece il giornalista americano Graham Hancock con The Lords of Poverty, che mi ero offerto di tradurre; ma chi ne ha il copyright mi ha invitato a non farlo! I fatti appunto fanno paura.

Finita anche l’esperienza africana, è stato inevitabile per me incontrare persone che, come me, hanno speso la loro vita, o parte di essa, in esperienze simili alla mia. E’ stato interessante notare molte similitudini nelle dinamiche della cooperazione internazionale; è stato anche bello condividere alcune esperienze, guarda caso, molto simili; è stato un po’ angosciante scoprire come le falle siano comuni a troppe realtà e organizzazioni.

Ho così deciso di fare una sintesi delle varie esperienze e, attraverso la ‘finzione’ e la ricostruzione letteraria, comunicare delle verità.

Anima Africana nasce appunto dal racconto di fatti che alcuni di noi “veterani” del volontariato ci siamo scambiati come amici.

Ci siamo incontrati, ascoltati, ci siamo fatti delle domande ed alla fine ho rielaborato le nostre storie.

ANIMA AFRICANA

Mi ricordo bene un carissimo e veramente dotto professore del liceo, il quale diceva che, se la gente leggesse i libri scritti ottimamente da altri, si pubblicherebbero molti ma molti meno libri.

Quindi se gli scrittori fossero veramente dotti, dovrebbero prima attingere alla sapienza altrui.

Per non incorrere in quell’errore, mi avrebbe fatto piacere avere il parere preventivo di questo mio professore prima di procedere alla stampa di questo lavoro; ma credo che non avrei potuto comunque esimermi, poiché queste righe sono frutto di vite vissute prima che della mia mente. E la nostra vita l’abbiamo vissuta solo noi!

Nello scrivere queste memorie, ho rivissuto con passione, trepidazione e gioia le nostre vicende. L’ ho fatto per rendere testimonianza ai fatti e alla passione che mi hanno legato e mi legano al continente nero, al quale sono tuttora legato. Sicuramente non era stato un caso che io fossi andato a lavorare laggiù e che probabilmente un giorno ci tornerò, con i figli o senza, per fare ancora qualcosa e poi morirvi.

Non avendo in questa vita antenati Africani (ma forse li ho avuti nelle precedenti vite) il mio DNA è sicuramente un mutante ed ha preso connotazioni equatoriali; perfino fisicamente, nella resistenza al caldo e alla sete. Io, quando ci ho messo piede, ho provato la sensazione di esserci sempre stato. Mi sono subito confrontato, incontrato, immerso in quei posti e con quella gente senza timori e senza presunzioni; mi sentivo uno di loro.

Mi ero subito stufato dei circoli bianchi, dei loro discorsi monotoni e ripetitivi che riguardavano le stranezze dei locali; a me sembravano più evidenti le stranezze dei miei simili di colore. Non mi è costato nulla imparare a rispettare le persone e le regole. Mi sono sempre infuriato quando venivo a sapere di torti subiti dalla gente; ho fatto delle battaglie anche a rischio della carriera, che guarda caso non è stata brillantissima in termini di visibilità, per difendere la mia gente e quanto era giusto per loro.

Fra le cose insopportabili, ci metto anche le ambasciate e il mondo diplomatico che a quelle latitudini ci pascolano alla grande e vi ruotano attorno, senza produrre nessuna vera relazione utile. A volte è addirittura imbarazzante essere identificato di una certa nazione quando vi sono certi comportamenti da parte delle autorità rappresentative.

Non meno tenero è il mio giudizio sulle ambasciate vaticane, le nunziature apostoliche, che, faranno pure gli affari loro, ma quelli dei popoli poveri sicuramente non li fanno; siano sempre benvenute le eccezioni.

Ho adottato i miei figli e con loro ho sfidato i venti velatamente razzisti dell’Italia, con passione ma senza nessun timore. Ogni torto che venisse fatto ai miei figli è come se venisse fatto a me; va a conficcarsi nella mia carne, perché io li ho generati come miei, con me sono rinati ed hanno la loro attuale vita.

Per questo, seppur partorito con pelle bianca, sono sicuramente nato con un’anima africana.

Dr. David

LA NOTTE AFRICANA

La notte è un momento della giornata magico, cupo, pieno di mistero, ricco di amore e sospiri: concentra le sensazioni di una persona e pure è il momento in cui tutto si spegne attorno. Forse è proprio il momento in cui ognuno torna a se stesso, dopo l’immersione della giornata e si misura con se stesso. Non a caso l’esame di coscienza, sostituito dalle più moderne revisioni critiche, si fa meglio alla sera che al mattino.

Ma come ti avvolge la notte africana, col suo manto di oscurità totale, con il sommesso e misterioso bagliore del cielo stellato, o col bagliore di quella luna con la gobba rivolta all’insu o all’ingiu, quella palla luminosa che ce l’hai tanto vicina che ti sembra di poterla toccare, queste sono sensazioni che ancora a David mancavano.

Gli avevano assegnato la sua casetta vicino ad un fiume, e dall’altra sponda ci stava qualcuno che amava utilizzare la notte per farla vivere, con il rombo di tamburi sordo e tetro e mai allegro; quella notte incuteva paura, lo portava con la fantasia più lontano di quanto egli stesso potesse immaginare.

Quando poi gli è capitato di essere in qualche terra musulmana, aveva la certezza che la sua notte sarebbe stata rotta dalla cantilena del Muezzin che salutava l’alba (un po’ troppo presto) per dare tempo agli umani di prepararsi alla giornata.

La notte africana comincia presto e finisce ancora più presto, quando hai la sfortuna di vivere in qualche area dove siano arrivati i nuovi predicatori che, facendo concorrenza ai Muezzin, non trovano di meglio della notte per proclamare con altoparlanti scatenati i loro canti e le loro preghiere (sicuramente accompagnate da almeno altrettante bestemmie al loro indirizzo da chi deve poi il mattino presto alzarsi per andare a lavorare).

È di notte che escono dai nascondigli i serpenti e lo stesso fanno gli scarafaggi in cerca del loro cibo.

La notte si anima con i suoi animali notturni che sembrano gli incaricati di tenere qualche forma di vita attiva forse per evitare che tutto si spenga.

Le contraddizioni fanno parte dell’Africa, non fanno tremare la sua fama di incoerenza, quindi i grandi silenzi ed i grandi rumori ci possono convivere; perché è l’Africa.

In un continente nero la notte non può che essere nera; quella volta celeste ti avvolge e ti fa sentire come uno di quei milioni di puntini di cui è costellata. Il manto avvolge la terra come la coperta che ti avvolgerà fra poco nel tuo cubicolo e ti dà un senso di paura e di pace al contempo. Il silenzio totale è rotto dalle grida degli animali notturni. Tutto sembra diluito in quel catino plumbeo immenso.

Quella luna, così grande e tonda e luminosa, illumina il sentiero agli umani e agli animali.

Nella notte tutto si acquieta e si spegne; anche quei grandi alberi che dominano la scena dei panorami diurni, perdono la loro tracotanza per trasformarsi in ombre di se stessi. Per contro, allo spegnersi del mondo appariscente, v’è un risveglio di un mondo nascosto che, celato dalla discrezione delle mura domestiche, si accende ed erige a signore della notte. Se gli alberi maestosi ed eretti si sfumano, altri alberi, nascosti di giorno, si squarciano senza pudori nella notte e creano una ideale foresta notturna, di alberi ben eretti e protesi verso il cielo del piacere, in una atmosfera piena di calore e di vita.

Di cose scure e oscure in un mondo nero, oltre alla notte, ve ne sono anche altre, se prendiamo un detto africano ‘black skin black mind’.

E di fatto di cose strane per David in Africa ne vedremo tante; fra queste, quelle che più lo hanno fatto soffrire sono state alcune relazioni umane che definire ‘strane’ è un eufemismo.

David ha sempre d’abitudine messo l’anima nelle relazioni; schietto, positivo e propositivo; si fidava sempre a prima vista. Ha messo in gioco se stesso e la propria vita e si è subito schierato dalla parte dei suoi, che per lui incondizionatamente erano gli Africani.

Non ne è sempre stato ripagato con la stessa moneta.

Gente che si era tenuto in casa, come figli e fratelli, lo hanno derubato, denigrato, calunniato con una meschinità cosi gratuita da fare dubitare sulla stabilità mentale degli autori.

Pur tuttavia David non ne parla molto volentieri poiché quelli per lui sono ancora suoi vecchi amici.

La notte sarà pur bella, romantica e misteriosa ma David preferisce la luminosità del giorno.

LA SESSUALITÀ IN AFRICA

La sessualità per sé stessa non è né bella né brutta, né morale né amorale. Diventa brutta e amorale se praticata malamente.

Platone

Non c’erano anormali quando l’omosessualità era la norma.

Marcel Proust, Sodoma e Gomorra, 1922

L’amico giornalista arrivò puntualissimo. Si presero un caffè insieme e si predisposero a parlare di un argomento che non trova molto spazio da nessuna parte.

Amico: “Mi avevi già anticipato che è quasi impossibile parlare di sessualità africana, perché non si hanno elementi”.

David: “Non è per mettere per forza il pepe dappertutto o per fare audience che mi piace riferirti alcune annotazioni sulla materia ma solo per rendere testimonianza ai fatti. Il popolo africano è affascinante ben oltre le caratteristiche sessuali e quindi non ha bisogno di patine artificiali per destare attrazione.

Invitiamo le anime pudiche a saltare questo capitolo, che comunque non è frutto di fantasia erotica ma descrizione di persone e fatti.

Io ho capito tante (o poche) cose della vita, di usi e costumi degli Africani; ma della sessualità non ho quasi capito nulla, semplicemente perché non ne parlano, non amano parlarne.

Gli unici casi in cui ne ho sentito parlare, senza molte reticenze, era per problemi di impotenza.

Ho dovuto apprendere a dare un peso differente anche a quel termine.

A farsi visitare, in Ghana, venivano persone anziane e anche molto anziane che si lamentavano di ‘sexual weakness’ perché si erano comprati una ragazzina, in cambio di una capretta ed il loro corpo si rifiutava di seguire e di soddisfare le loro fantasie e i loro soldi.

Un direttore di scuola, in Zambia, fu addirittura costretto, contro la sua volontà, ad accettare in moglie una ragazzina che era stata la moglie del fratello più giovane; morto il fratello, per tradizione, la moglie di questi doveva passare al fratello. La ragazzina, ancora studentessa, se la spassava naturalmente con gli studenti coetanei, creando non poco imbarazzo al malcapitato direttore (tradito dai suoi allievi!).

In Angola, capitavano anche giovanotti a lamentarsi della ‘fraqueza sexual’; al che cominciai a dubitare e a chiedere meglio, e finii per scoprire che la impotenza dichiarata era null’altro che ‘posso avere solo cinque rapporti a notte!’. Punto, non commentiamo, alla nostra età!

Già nel capitolo sull’AIDS ho accennato a qualcosa del genere. Il sesso, che regna e permea la vita dell’Africa, nella sua naturalezza, spontaneità, forse ultimo retaggio di una primordialità, non trova espressione verbale ma è pura azione.

Questo nostro è uno dei pochi tentativi di porre la questione in modo sistematico. Le battute abituali, ormai frasario inevitabile, specialmente della lingua italiana, non trovano nulla di corrispondente nei linguaggi africani. E, se per caso a me scappava qualche battuta a sfondo sessuale, creduta spiritosa, il massimo che ottenevo era un sorrisetto quasi di commiserazione.

☞ Leggi la nostra Guida per andare a vivere, lavorare o investire in Africa

Quel che tutti sanno è che, se l’AIDS sta facendo quaranta milioni di siero-positivi solo in Africa, una ragione ci sarà. Poi è chiaro che ogni Paese ha la sua identità, ma alcuni dati sembrano comuni.

Proprio perché di sesso non si parla ma si fa, vi è molta libertà di relazione, non vincolata agli estenuanti preamboli; vi sono normalmente pochissime barriere di età, cultura, status sociale.

Da mezze frasi e da intuito, più che da descrizioni o confessioni, ho, per esempio, capito che i ragazzini cominciano presto a rendersi conto che il loro corpo ha una qualche funzione in più.

Lo testimoniano le numerosissime gravidanze precoci (teenager pregnancies) che sono dei veri e propri problemi nazionali, oltre che personali e familiari.

In un’area del Malawi, ove si praticano ancora i riti di iniziazione, una volta questo rito di entrata nella vita adulta, veniva fatto verso i quattordici – quindici anni.

In questi ultimi anni pare che venga fatto già attorno ai 10-11 anni. Nelle aree con scarso grado di educazione e coscienza familiare e sociale, lasciare allo stato brado i giovanissimi, significa aprire le porte a un mare tempestoso, irrefrenabile e incontrollabile.

Non è cosi strano trovare branchi di ragazzini che invece di andare a scuola o a lavorare nei campi, non trovino miglior occupazione che dar la caccia alle coetanee e non solo, più giovani e più vecchie.

In Ghana, sono abbastanza comuni le storie di ‘sugar-mommy’ che assoldano dei ragazzini o, come corrispettivo, di cosiddetti ‘sugar-daddy’ che sono gli uomini maturi che assoldano le ragazzine.

Da professionista ho raccolto la ‘storia clinica’ di un prete da poco ordinato sacerdote, che, per festeggiare l’ordinazione, si era beccato la gonorrea.

Ho raccolto la storia dell’amenorrea di una giovane suora la cui afflizione per la morte del papà era stata temprata con la debolezza della carne, ‘troppo debole’.

Avevo, in un’occasione, visto inorridire un ecografista quando, per diagnosticare un mal di pancia inspiegabile, vide pulsare un cuoricino nell’utero di quella suora.

Avevo accompagnato di persona una vicenda in cui si era invischiato uno dei miei ragazzi che se la faceva con la stessa ragazzina che intratteneva il parroco, italiano, della nostra parrocchia. E naturalmente fu il ragazzino a doversi prendere la paternità del frutto d’amore allargato.

Non fu più con grande stupore che appresi dell’allontanamento di religiosi per vicende amorose.

Mi stupii di più per quei religiosi che non vennero mai allontanati pur continuando a frequentare le loro conviventi o domestiche o aiutanti o giovani suore.

Negli spazi immensi dell’Africa, probabilmente anche la coscienza si allargava, tutto si allargava. Quindi certe storie erano un po’ piccanti, ma si diluivano alla fine. E del resto tutto quel tempo a disposizione bisognava pur occuparlo.

Una volontaria ostetrica, che di lavoro ostetrico ne faceva davvero poco, e quindi aveva tempo per fare altre cose (c’è tanto di quel da fare….avanti e indietro tutto il giorno; ma alla fine…). Fra queste cose faceva l’autista: portava le infermiere nei villaggi a fare le vaccinazioni”.

Amico: “Brava! Che c’è di male?”

David: “Aspetta a dirlo! Lei nei villaggi che cosa ci sarebbe stata a fare? Ad annoiarsi intanto che le altre vaccinavano? Perché non tornare alla missione dove c’era un missionario, non più giovanotto ma di una età in cui la forza fisica è ancora ben presente? Perché sprecare tanta energia, quando si era presentata la possibilità di indirizzarla ad un obiettivo specifico? Buon divertimento ai due!

Nell’ambiente laico, mi imbattei a sentire, da amici estemporanei che sembrava dovessero per forza esternare, delle caratteristiche dei ragazzi africani; in quei corpi a volte esili, nascondono sorprese inimmaginabili; come i serpenti riescono ad avvolgersi e a raccogliere il loro corpo in una piccola torta, prima di sprigionarsi nella loro potenza ed enormità, così pare che siano questi ragazzi.

Io ci ho sempre tenuto a fare il freddo professionista, ed essendomi pure africanizzato, avevo imparato a non commentare; ascoltavo. Ma a dire il vero, da professionista, avevo anch’io osservato l’anatomia che, per certe parti maschili, aveva sempre le dimensioni dei massimi valori.

Mi viene ancora da ridere quando ricordo che, nel fare il giro viste in ospedale, accompagnato dalla bravissima Suora che mi assisteva come infermiera, una mattina, uno dei pazienti ricoverati lamentava mal di pancia. Era un ragazzino, poco più che adolescente, esilissimo di corporatura, indebolito ancor più dalla tubercolosi intestinale. Lo avevo già messo in trattamento.

Io, d’abitudine, ho sempre usato molta delicatezza nel visitare le persone e non amo scoprire il corpo se non per lo stretto indispensabile. Quel ragazzino esile quasi piangeva per il mal di pancia e quindi lo stavo per visitare. La Suora, delicatamente, per assistere il dottore, tirò indietro le lenzuola; come sia successo non si sa, mentre la Suora stava ripiegando il lenzuolo, il ragazzino, per rendersi utile, abbassò il pigiama che scivolò lasciando i genitali totalmente scoperti; e, guarda caso, chissà quali fantasie stava facendo quel piccolo monello, erano in erezione. Un qualcosa di enorme, forse ingigantito dalla sorpresa, di inconcepibile in relazione al corpo del ragazzo, si presentò allo sguardo dello staff. La Suora per poco non cadde svenuta, diventò rossa in volto, si girò, dall’altra parte; risolsi l’imbarazzo io, con delicatezza, riposizionando il pigiama al giusto posto.

Quanto alle capacità amatorie (ars amatoria) ho già detto che gli Africani non ne parlano e non ne menano vanto. Vi sono dei libri (vedi la bibliografia) di donne bianche che hanno condiviso gli harem con quelle locali.

Sempre nel repertorio civettuolo, mi fu raccontato da una giovincella (‘de Roma’) che come se lo sentiva addosso quel ragazzo Ghanese, non le era mai successo con nessuno; solo, che era poco romantico, non usava i preamboli e poi chiedeva sempre qualcosa. Quando lei tornava dall’Italia, mica le diceva ‘amore, sei tornata, mi sei mancata…’ No, ‘che m’hai portato?’. ‘Ma poi…me lo sentivo addosso…’”.

Amico: Non si sente molto parlare di omosessualità o di movimenti per i diritti degli omosessuali in quei Paesi”.

David: “L’omosessualità’ sembra proprio che non esista; primo, perché in molti Paesi è barbaramente fuori legge, e la Comunità Internazionale dovrebbe fare ammenda per il disinteresse! E poi perché, ho già detto in un altro passo di questo libro, per l’Africano la sessualità è sesso punto e basta e non occorrono gli orpelli, le definizioni o altre cose; se c’è piacere a fare l’amore, è amore punto e a capo! Che sia con una donna o con un uomo, che cosa cambia? E perché dovrebbe avere un nome diverso?”

Amico: “Fino a qualche anno fa potevi leggere su alcune guide turistiche di alcuni Paesi Africani che non vi era alcun problema a fare l’amore con dei ragazzi (attenti all’età’ legale, ovvio!) poiché, vi si diceva, era per loro un piacere; poi se facevi loro un regalino erano ancora più contenti, ma senza pretese. Hai avuto modo di sapere qualcosa?”

David: “Così era soprattutto in alcune nazioni, prima della contaminazione occidentale e della mercificazione di questi fenomeni. Lo scenario è però totalmente cambiato da quando si è diffuso il mercimonio e il sesso è diventato più che un divertimento o un mercato, un campo di sfruttamento grazie all’illegalità dell’atto omosessuale; diverse persone si sono trovate nei guai seri: ricattate, abusate, maltrattate e anche imprigionate”.

Amico: “Ho giusto letto da qualche parte che i dominatori delle coscienze sono riusciti a cavalcare il problema dell’AIDS caricandone la responsabilità sugli omosessuali, e continuano, contro ogni evidenza e logica, a farne i capri espiatori”.

David: “Leggere certi articoli di ‘improvvisati intellettuali Ghanesi’ mi ha fatto rabbrividire dal punto di vista culturale, ma soprattutto umano: povera gente che deve stare ad ascoltare degli idioti del genere! (prima che arrivassero alcuni religiosi nostrani e predicatori americo-idioti a completare il panorama).

Ma continuiamo con la nostra panoramica sulla sessualità in generale.

Uno dei problemi e forse uno dei fattori favorenti il contagio del virus HIV è la pratica del dry sex, nelle nazioni dell’Africa Australe, di cui ero venuto a conoscenza quasi per caso, leggendo una rivista sudafricana.

La pratica mi venne ampiamente confermata da alcune donne zambiane, nei miei incontri di formazione con le comunità locali; interrogate sul senso di tale pratica brutale, esse mi risposero candidamente che lo dovevano fare per far godere i propri mariti che altrimenti si sarebbero diretti sulle figlie giovani. Così l’ho sentita e così te la riporto. Quindi nessuno si senta offeso o scandalizzato. La pratica del dry-sex consiste nell’usare prodotti che facciano asciugare le secrezioni vaginali per rendere la frizione più stimolante per il maschio! E’ decisamente una pratica brutale; ma io la riporto come l’ho appresa. E pare che proprio questa pratica sia uno dei fattori favorenti la penetrazione del virus HIV”.

Amico: “Non stai peccando un po’ di presunzione: toccava proprio a te andare a scoprire pratiche secolari….?”.

David: “Che vuoi che ti dica? Io con la gente ci ho parlato e non sono andato né a curiosare né a farmi i fatti loro. Mi interessava capire la realtà per cercare di mettere dei correttivi se fosse stato possibile; non volevo salvare l’Africa; ma chi mi ha incontrato non lo volevo prendere per il culo (e nemmeno per altre parti!).

I documenti ufficiali sull’AIDS del Malawi, per esempio, parlano chiaro ed apertamente di questi problemi; sono stati posti alla luce del sole per cercare di affrontarli.

Ci mancava giusto qualche inopportuna interferenza dei nostri papi sul tema dell’AIDS per confondere le cose e giusto per far capire che erano a dir poco stati male informati prima di parlare.

Ma ci mancavano soprattutto i movimenti americo-idioti che predicano l’astinenza e la castità per combattere l’AIDS, a confermare che in Africa ci vanno tutti a proposito e a sproposito, che gli Africani ascoltano tutti, e poi si fanno i c….i loro, come già si sa ed ho già ripetuto tante volte.

Sono forse più opportune e chissà se efficaci, le campagne che i vari Ministeri della Sanità e della Gioventù portano avanti per frenare o arginare il flagello. Le campagne per l’uso del condom, nonostante le interferenze inopportune e quasi criminose di certe religioni retro, non hanno sortito risultati stratosferici; ma alla fine rimane l’unico strumento di una qualche praticità e utilità.

Ai miei tempi (eh! si, siamo ormai vecchi!), in Paesi come lo Zambia, l’unico uso che veniva fatto dei condom, disponibili gratis, era che venivano dati ai bambini per gonfiarli come palloncini da gioco. In Ghana, invece, ho assistito in diretta a un pittoresco ‘mercatino dei condom’. In una giornata di out-reach clinic (visite ai villaggi), conclusa la Clinica per i bambini, le infermiere hanno chiamato senza timore un gruppo di ragazzotti che erano lì nei dintorni e apertamente hanno proposto l’acquisto di condom a prezzo bassissimo. I giovanotti, pure senza timore, anzi con atteggiamento rispettoso, nonostante l’apparente aria da bulli, hanno intavolato una pacifica trattativa.

Poiché uno di loro, nonostante la cifra modestissima, non disponeva neppure di quella, l’infermiera chiamò la madre, che stava vendendo qualcosa sotto una tettoia e le spiegò bene i vantaggi dell’uso del condom per il giovane figlio. Altri giovanotti che passavano di là venivano apertamente invitati dalle infermiere a farsi avanti, preoccupate che stava arrivando Natale, e si sa, di festa le tentazioni fluiscono più libere. Alla fine, non hanno venduto tutto, ma qualcosa si. Brave infermiere; e complimenti per l’apertura mentale anche ai giovani ‘bulli’.

Amico: “Quindi l’Africa nera è il continente del sesso facile?”.

David: “Non direi proprio; o per lo meno lo direi in un altro modo: è il Continente ove il sesso è la cosa più naturale del mondo; spogliato di tanti fronzoli e rimesso sul terreno dell’essenzialità! Se sia meglio la nostra cultura o quella, in merito, non ti saprei dare un parere. Certamente la interpretazione della sessualità in Africa è molto meno problematica che da noi.

Se mi permetti una battuta scema: Sarà per questo che gli Africani sono sempre così rilassati?”.

E termino citando le parole testuali di un prete africano, Padre Masawe , Gesuita:

” Il fuoco, se controllato e domato, è utile a preparare un pasto; se, invece, non lo si controlla, può bruciare il tetto e consumare l’intera casa”. ” Così, allo stesso modo, la sessualità – aggiunge – deve essere incanalata e disciplinata perché il suo potenziale di donare la vita sia realizzato e la sua distruttività venga limitata. Sia la nostra cultura africana che il nostro essere cristiani, ci forniscono delle norme per vivere la sessualità con il fine del bene duraturo di ognuno”.

Padre Masawe nota altresì che la visione ecclesiale della sessualità “è spesso ritenuta rigida, irrealistica e moralistica e alcuni pensano che il fuoco dovrebbe essere lasciato bruciare, anche non tenendo in considerazione l’aids”.