Reagire e smettere di lamentarsi

“Non dobbiamo piangerci addosso. Dovremmo smetterla di lamentarci senza davvero reagire e dovremmo imparare a convivere con la fase storica in cui ci è capitato di vivere. Non dobbiamo pensare a casa con maggiore malinconia solo perché siamo nati al Sud”.

Questo è il messaggio che Giovanni Battista Algieri intende trasmettere con “Forse non torno”, un libro scaturito dalla voglia di raccontare un profondo disagio. Cinque racconti, storie di uomini e donne che riscoprono nelle proprie origini, i pregi e i difetti del loro modo di essere e di pensare, quindi di guardare il mondo.

Storie di ragazzi di origine calabrese, che hanno deciso di trasferirsi altrove, nella speranza di gettare alle proprie spalle la propria terra d’origine, per poi rendersi conto che il proprio modo di essere italiano, calabrese nello specifico, fa sempre ritorno.

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Giovanni, cosa ti ha spinto a scrivere il libro “Forse non torno”?

Il disagio attorno a me. In realtà non c’è stato un momento preciso in cui l’ho deciso. La cosa è nata lenta e spontanea. Se ci ripenso ora mi verrebbe da chiamarla esigenza, che in alcuni momenti diventa urgenza, di raccontare questo profondo disagio: non mi rispecchio nella mia generazione. Le rimprovero mancanza di rabbia, di coraggio e ribellione. Forse è stato questo l’elemento scatenante. Non a caso, ciò che scrivo è sempre una forte contrapposizione tra ciò che vedo e ciò che vorrei vedere.

Raccontaci qualcosa del libro. Com’è strutturato? Quante storie ci sono all’interno? Di cosa tratta nello specifico?

“Forse non torno” è suddiviso in cinque racconti e narra storie di uomini e donne che riscoprono, nelle loro origini, i pregi e i difetti del loro modo di essere e di pensare, quindi di guardare il mondo. Sono viaggi immaturi che partono dalla Calabria, passano per Londra, Caracas, Uppsala e non hanno mai una meta ben precisa, se non quella degli incontri tra persone che non avrebbero mai pensato di incontrarsi. Ragazzi che non avrebbero mai pensato di partire, in parte costretti a farlo. C’è la prospettiva meridionale negli occhi dei protagonisti. Personaggi decisi a scrollarsi il provincialismo di dosso, desiderosi di diventare cittadini del mondo, disertori della nostalgia. Perchè è solo accantonando la nostalgia che la mia generazione può fare delle proprie partenze dei viaggi e non degli esili.

Quanto lavoro c’è dietro il tuo libro? Ti sei avvalso dell’aiuto di qualcuno per la stesura?

Non saprei quantificare il tempo impiegato per questo lavoro. Scrivo più o meno da cinque anni, e “Forse non torno” altro non è che una selezione tematica di questi anni di scrittura. Quando c’è passione raramente si tiene conto del tempo e della fatica. Per quanto riguarda la stesura, invece, non mi sono avvalso di alcun aiuto in particolare, se non quello di alcuni colossi come Pasolini, Pavese, Gaber e Vecchioni, i quattro grandi pilastri della mia piccola e umile formazione letteraria.

Nel tuo libro descrivi e racconti storie di ragazzi di origine calabrese, che hanno deciso di trasferirsi altrove, nella speranza di gettare alle proprie spalle la propria terra d’origine. Per poi rendersi conto che il proprio modo di essere italiano, calabrese nello specifico, fa sempre ritorno. Tra le tante testimonianze raccolte, qual è quella che più ti ha colpito? La più rappresentativa?

Vivo a Londra da due anni, ogni giorno raccolgo testimonianze, aneddoti e storie incredibili di ogni tipo: successi, fallimenti, amori, dolori, percorsi e coincidenze che neanche il più fantasioso degli uomini riuscirebbe ad inventare. Sono proprio questi i momenti in cui non riesco a non scrivere. Parto da queste immagini e poi divago con la fantasia. Ma è bastato guardare pochi metri attorno a me per farmi rapire dall’ispirazione: attualmente, io e i miei cinque più cari amici siamo sparpagliati, per varie ragioni, tra Londra, Bruxelles, Barcellona, Milano e Costa d’Avorio; ma ogni volta che ci rincontriamo è come se non ci vedessimo da due giorni. Cosa c’è di più malinconico ed eccitante allo stesso tempo?

Perché quel “Forse” nel titolo? Qual è il dubbio più comune che induce a porsi dei dubbi?

E’ una frase molto ricorrente di questi tempi.

Partiamo da un presupposto: bisogna partire. Guardare al di là del proprio naso non ha mai fatto male a nessuno, anzi. Solo guardando realtà e culture diverse dalla nostra si può crescere, apprezzare di più ciò che siamo e capire cosa possiamo diventare. Il dilemma è rimanere o meno, una volta che si è partiti. Ma in questo caso ognuno ha la sua risposta, la sua storia. Come generazione, per quanto sfortunati, non viviamo certo nel dopoguerra. Perciò, nell’epoca dei voli low cost non credo abbia senso progettare un ritorno in maniera precisa e sistematica. Per noi, nati e cresciuti tra austerità e precarietà, non c’è una regola precisa per il ritorno. Ma per la partenza sì, quella bisogna farla. Per il resto, quel “forse” dipenderà solo dalla personalissima storia di ognuno di noi e dalle nostre scelte.

Presumo che anche tu sia di origine calabrese. Quali sono i tuoi punti di forza legati proprio alla tua terra? E quali i tuoi punti deboli?

Tendenzialmente i ragazzi meridionali sono costretti a diventare uomini prima del tempo. Gran parte di noi a diciotto anni va via di casa e di conseguenza matura prima. Di colpo dobbiamo imparare a gestire i piccoli sacrifici della quotidianità e acquisiamo un’indipendenza rara per quella giovane e delicata età. Ma allo stesso tempo andiamo spesso incontro a un rischio letale, ovvero quello di precipitare nel campanilismo più totale e talvolta nell’immodestia o a tratti nella vanità. Nascere e crescere nel Meridione aiuta a crescere prima, ma non meglio o peggio. Solo approcciandoci con umiltà, alla pari di chiunque altro, possiamo far valere la nostra marcia in più.

Quale messaggio vorresti trasmettere attraverso le pagine del tuo libro?

Che non dobbiamo piangerci addosso. Che dovremmo smetterla di lamentarci senza davvero reagire e che dovremmo imparare a convivere con la fase storica in cui ci è capitato di vivere. Non dobbiamo pensare a casa con maggiore malinconia solo perché siamo nati al Sud. Anche gli studenti di Liverpool vanno a lavorare a Londra lasciando gli amici di sempre, anche i ragazzi di Ankara vanno a cercare fortuna a Berlino, Parigi, ecc… Non siamo né martiri né eroi. Se vogliamo esorcizzare la malinconia, dobbiamo imparare a convivere con i nostri viaggi senza perdere tempo a maledire chi non ci ha preservato un presente migliore e, nel frattempo, preparare un futuro migliore a chi verrà.

Che riscontro stai ottenendo?

Un ottimo riscontro. Tanta gente mi scrive per raccontarmi delle sue storie personali, delle sue esperienze. E questo mi entusiasma. Mi stimola a inseguire il mio sogno. E’ vero, il mondo dell’editoria è in profonda crisi come tutti i settori artistici, ma sono sicuro che se si desidera qualcosa veramente e con passione, non c’è niente e nessuno che possa fermarti.

Dove è possibile acquistarlo?

In tutte le Feltrinelli, Mondadori, Ibs, Amazon. Sia in formato cartaceo che in E-book.

Progetti futuri?

E’ da poco online su youtube “Il Pizzo Digitale”, una webserie che ho scritto ed interpretato con i The Solati – Terroni fuori sede.

Sono dei divertenti episodi che raccontano satiricamente le difficili problematiche calabresi, come la ‘Ndrangheta e il malaffare. Attualmente sono alle prese con un documentario riguardante le gioie e i dolori dei giovani italiani a Londra, che dovrei presentare la prossima estate contemporaneamente al mio prossimo romanzo. Ma non posso anticipare altro.

Link Video “Pizzo digitale”: www.youtube.com/watch?v=5l1bhut5hpQ&index=1&list=PLgze7_VnYIhPQBSu9ww3PYpiMOdexLEIs

Mail:

giovannibattistaalgieri@gmail.com

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A cura di Nicole Cascione