E Luigi ci racconta anche dei silenzi, come dei momenti goliardici e della fatica che, sempre, accompagnano un trekking. A volte è la stanchezza stessa che abbassa la soglia del pudore per cui, come sa chi ha fatto spesso lunghe camminate, ci si trova a ridere di nulla, a provare sensazioni dilatate che, in qualche modo, ci seguono anche alla fine del viaggio. Anche quando non ce ne accorgiamo. Oltre a questo, il libro di Luigi è uno stimolo costante a trovarsi nei luoghi di cui ci parla, che siano le Calanques vicino a Marsiglia, come il delta del Po’, la Bretagna come l’Appennino tosco-emiliano.

diario di viaggio

Ma chi è Luigi? Nato nel 1972 a Sesto San Giovanni, accompagnato – come dice lui – dalle sirene delle fabbriche. Si avvicina al viaggio anche grazie alle esperienze infantili nelle colonie e nei campi estivi. Studi classici, ora vive nella campagna del Cremasco dove, dopo la laurea in giurisprudenza, lavora nel campo della comunicazione e dell’outdoor. Quando non lavora, legge, scrive e fa il volontario per la Croce Rossa Italiana. Prima di questo ha pubblicato un altro libro di viaggi: “Santiago Express”.

Per capirlo ancora meglio prendiamo in prestito le parole di una sua amica che, tempo fa, scrisse: “Il mio compagno di viaggio è pigro e indolente: si guarda intorno con aria curiosa, il sorriso sornione di chi non si prende mai troppo sul serio. Figlio di terre ospitali e generose, porta con se un pezzetto di quel mondo. Cammina per strada col suo passo lento anche quando è di fretta. Lui vorrebbe cambiare vita. Lui vorrebbe cambiare nome. Il sorriso è beffardo, i suoi modi gentili e un po’ antichi; è un timido cavaliere d’altri tempi. Di lui so che ha viaggiato in posti un po’ strani, che ha toccato e respirato ogni più piccola parte dei luoghi visitati e ne ha donato una parte a tutti noi attraverso i suoi libri. Credo sia una bella persona, un potenziale buon amico. Di certo è un ottimo compagno di viaggio”.

E noi lo abbiamo intervistato per saperne ancora di più.

Luigi leggendo il tuo libro mi è parso che, per te, camminare e scrivere siano due verbi che stanno strettamente abbracciati. È così?

Ho cominciato a scrivere racconti di viaggio in concomitanza con il primo trekking che svolsi in Bretagna. L’esperienza fu talmente straordinaria, per intensità, bellezza dei luoghi visitati, armonia tra i partecipanti, che non potei fare a meno di scrivere un resoconto che suggellasse la memoria. Pensato solo per me, poi lo condivisi con i compagni di viaggio: ancora me ne sono grati. Da allora cerco sempre di dare sostanza di scrittura ai ricordi. A volte basta rileggere una frase per spalancare praterie sterminate in cui è bello rifugiarsi di tanto in tanto.

diario di viaggio

In un tuo racconto, ad un certo punto, fai un bellissimo accenno ad un momento in cui ti sei trovato a proseguire il tuo cammino da solo, e ne parli come di un momento quasi mistico: mi dici cosa cambia profondamente tra il camminare da soli e il camminare in gruppo?

Terzani diceva che in fin dei conti “quando si viaggia in compagnia si finisce per far conversazione”. C’è del vero in questo. Inevitabilmente ci si ritrova coinvolti dalle persone che ci circondano, si innescano confronti, ragionamenti – niente come il cammino spinge verso le riflessioni -, ci si distrae dalla bellezza dei luoghi che si attraversano. Viaggiare da soli ha il vantaggio di non avere divagazioni, di essere concentrati completamente su se stessi, ma come contropartita ha lo svantaggio di non poter condividere le esperienze con altri. In fondo un viaggio è come un quadro: i luoghi che si attraversano sono la cornice, mentre le persone che si incontrano sono la tela dipinta.

I viaggi a piedi stanno incontrando sempre più seguaci o no?

Un tempo per andare a camminare esisteva solo il Cai e qualche altra realtà marginale. Oggi, al contrario, esistono centinaia di associazioni che propongono viaggi di diversi gradi di difficoltà, durata, budget. È un buon segno questo. Dimostra che sta passando l’idea che vacanza non vuol dire solo mare, spiaggia, ombrellone, villaggio turistico. Io stesso, quando nel 2005 cominciai a viaggiare a piedi per il mondo, rimasi folgorato dal senso di libertà che respiravo. E questa sensazione l’avvertono tutti coloro che si avvicinano a questo universo, fatto di contatto diretto con la natura, essenzialità, condivisione con le persone del gruppo. In pochi giorni ci si abitua subito ai ritmi lenti del viaggiare a piedi e si capisce quante cose inutili gravano la nostra condizione di tutti i giorni e quanto poco ci basta per essere, se non felici, almeno soddisfatti e in pace con noi stessi.

Prima di un trekking quali sentimenti e pensieri si affacciano maggiormente nella tua testa?

Dipende: se lo organizzo per conto mio sono immerso nei preparativi, nello studio della logistica, nel reperire il materiale che mi servirà durante il viaggio. Sono costantemente pervaso dall’idea di dimenticare qualcosa di essenziale. Al contrario, se mi appoggio a una realtà strutturata, mi faccio prendere dalla smania di partire. La mente comincia a vagare, a immaginare i luoghi che presto si visiteranno. Spesso la notte prima della partenza la passo in bianco. E’ una costante ormai e non ci faccio più caso.

A parte la preparazione fisica necessaria per affrontare un viaggio a piedi, cosa non dovrebbe mai mancare nel bagaglio mentale di un camminatore?

La volontà di diventare randagi, vagabondi senza certezze. Le certezze non fanno che inaridire le nostre vite. Chris McCandless, il protagonista del film Into the wild scrive in una lettera: “Non esiste nulla di più devastante di un futuro certo. Il vero nucleo dello spirito vitale di una persona è la passione per l’avventura”. Ecco, un viaggio a piedi è un’avventura in cui bisogna cimentarsi cercando di abbandonare tutte le inutili comodità cui siamo abituati, gli inutili orpelli che gravano sulle nostre vite, infiacchendole e rendendole monotone e prive di sorprese.

Nei tuoi racconti, una delle cose che mi è piaciuta di più è l’importanza che dai agli incontri. Come cambia, il viaggio, il modo di approcciare gli altri?

Di solito i viaggi che faccio non durano mai più di una decina di giorni e spesso incontro persone che forse non rivedrò più per il resto della mia vita. Da che ho cominciato a viaggiare, e sono passati quasi sette anni, ho conosciuto centinaia di persone, ma solo con poche di esse ho mantenuto i contatti. Il fatto è che fare un viaggio, non è solo uscire dalla routine quotidiana, è immergersi in uno stadio di tempo sospeso, avulso dalla vita che conosciamo. Tutto ha senso in quel contesto, incontri compresi. E replicarne anche in minima parte uno scorcio di esso – quale può essere incontrarsi nuovamente, anche solo per una cena – non fa che sottrarre qualcosa alla bellezza e la compiutezza di quell’esperienza. Ed è per questo che quando mi trovo in viaggio con altre persone, cerco di vivere al meglio che posso ogni singolo istante. Perché si avverte inevitabilmente la fugacità di quell’attimo, l’immanenza del ritorno alle nostre vite.

diario di viaggio

I racconti del “Sulle orme di Francesco” li hai scritti strada facendo?

Durante un viaggio porto sempre con me un taccuino su cui scrivo un diario giornaliero. Cerco di appuntare non solo gli avvenimenti cronologici, ma anche le sensazioni che ho vissuto, le esperienze, le frasi che mi hanno colpito, i modi di dire, le espressioni dialettali. Tutto concorre a preparare il terreno sul quale scriverò il racconto. Anche le fotografie mi aiutano molto in quest’opera di ricostruzione. In fin dei conti la stesura del racconto non è che un ripercorrere passo dopo passo tutto il cammino fatto. In altre parole non mi congedo mai dai compagni di viaggio fino a che non metto giù l’ultimo punto.

So che è una domanda che può sembrare banale, ma tra quelli raccontati nel libro, c’è un viaggio a cui sei particolarmente affezionato, che ti ha emozionato in modo speciale?

Ogni viaggio ha lasciato nella mente sensazioni stupende e ricordi indelebili. Ci sono luoghi magici come le Calanques, le Dolomiti, la Provenza che ti mettono al cospetto del grande spettacolo della natura, e ne rimani folgorato se vi entri dentro con passo discreto e rispettoso. Tiziano Terzani diceva: “Questo è un altro aspetto rasserenante della natura: la sua immensa bellezza è lì per tutti”. E tutti dovrebbero averla cara, proteggerla, preservarla. Ad ogni modo, per rispondere alla tua domanda, il viaggio cui sono più affezionato è senza dubbio il “Cammino di Francesco”. Una vera avventura, vissuta attimo dopo attimo, al passo lento degli antichi pellegrini di un tempo. È stato un’esperienza unica, sia per gli incontri fatti lungo la strada, sia per i luoghi visitati. E non ultimo per l’impegno notevole che c’è voluto per realizzarlo. Arrivare ad Assisi, al cospetto di San Francesco, dopo tanto duro cammino, è stato qualcosa di molto emozionante.

Per acquistare il libro di Luigi http://ilmiolibro.kataweb.it/schedalibro.asp?id=743226

Questa la sua mail [email protected]

Geraldine Meyer