Non ho tempo! L’arte di averne di più e vivere meglio

Mi manca il tempo. Spesso te lo dici, ma è una forma di autoinganno. In realtà, dovresti ampliare la frase e specificare: “Mi manca il tempo per prendermi una vera pausa. E, quindi, staccare con quello che sto facendo e buttarmi in un’attività completamente diversa” . Tipo: lavare i piatti, curare il giardino, fare una passeggiata, disegnare, scrivere, giocare, stare con mio figlio”.  Il tempo non manca mai. Il suo fluire è una costruzione umana. Sembra che le ore, i mesi, gli anni passino, ma solo a te, che hai una visione antropocentrica delle cose.

A dirlo sono Friedrich Asslander, psicologo e Anselm Grun, amministratore dell’abbazia di Munsterschwarzach, in Baviera, autori del libro Non ho tempo! L’arte di averne di più e vivere meglio” (edizioni Paoline), in cui è descritto il rapporto che gli uomini hanno, appunto, con il tempo. Una relazione distorta. “Gli uomini – scrivono i due – sentono che manca loro qualcosa e il modo in cui sperimentano e utilizzano il tempo appare a molti insoddisfacente. Allora cercano una soluzione nel mondo esterno, su un piano materiale, ma sono costretti ad ammettere che un crescente benessere non li rende affatto più felici”. Per godere di tale stato di pseudo felicità, devono correre, accelerare senza tregua, o vivere in una dimensione superficiale. Quindi stanno male.

Un preconcetto, dunque, quello con cui si guarda al tempo. E questo perché  l’uomo si considera al centro dell’universo, e come tale, una costante. Eterna. “L’egocentrismo -dicono Asslander e Grun- il nostro io che vuol essere importante e al centro, porta all’esperienza distorta di un tempo che non passa mai o è sempre troppo poco. Ma, non dobbiamo né possiamo preoccuparci del tempo come tale. Il tempo resta, gli eventi vanno e vengono. Soltanto l’uomo egocentrico dice: Il tempo passa. E il tempo potrebbe rispondergli, beffardo: Tu passi, io resto”. Per comprendere che il tempo non scorre, l’uomo dovrebbe riavvicinarsi alla natura e riscoprire Kairos (il tempo del cambiamento). Secondo Asslander e Grun, prima della trasformazione tecnologica della vita quotidiana l’uomo non poteva far altro che adattarsi  all’ordine della natura, accettandone le pause. Oggi le pause ci sono, ma non sono quelle dettate dal nostro orologio biologico. “

“All’esterno -dicono i due autori- nel mondo del lavoro come nella sfera privata, sperimentiamo sempre più una perdita dell’ordine e una crescente mancanza di misura, con aspettative, esigenze e doveri sempre maggiori e con una continua penuria di tempo e un accorciamento delle fasi evolutive, delle pause e dei tempi di maturazione”. La parola d’ordine diventa accelerare. Finiamo col chiedere sempre più tempo. “Abbiamo imparato- ancora gli autori- ad accelerare i processi produttivi, i trasporti e molti aspetti della nostra vita. Per produrre di più, sperimentare di più, abbiamo bisogno di più tempo, che, però, non abbiamo. Tuttavia grazie all’accelerazione, sempre più veloce, diventa possibile anche il sempre di più. Aggiriamo il tempo senza accorgerci di una cosa: con l’accelerazione cambia la vita, che è legata al tempo”.

Nella brama del “sempre di più”, a sentire i due scrittori, si nasconderebbero delle paure. Ci sentiamo imperfetti. Ciò che siamo e quello che abbiamo non ci bastano. Ci manca sempre qualcosa  e cerchiamo di compensare questa carenza, aspirando al sempre di più: più soldi, più prestigio, più successo, più potere, più. “Non sono abbastanza- ci ripetiamo- non so abbastanza, non ho abbastanza di questo o quello.  Oppure non ci sopportiamo così come siamo e ci rifugiamo in un’esperienza come provare di più, godere di più, fare più”. Se l’accelerazione è il problema e la causa della mancanza di tempo, scrivono Asslander e Grun, “ la soluzione deve essere rallentare. Ciò non significa che fin dal mattino dobbiamo fare tutto più lentamente. Ma eseguire con maggiore attenzione certi processi. Si tratta di essere più consapevoli delle nostre azioni. Il vantaggio della lentezza sta nello sperimentare di più, perché è questo che cerchiamo davvero nel profondo del sempre di più”. Dunque, rallentiamo! E facciamo più attenzione a quello che facciamo. Così introdurremo la spiritualità nella nostra vita.  Se mangiamo, camminiamo o parliamo con attenzione, escludiamo automaticamente la fretta e la frenesia. I due provano a fare un esempio concreto. Tornando a casa si può scendere una fermata prima e godersi l’ultimo tratto come una passeggiata, così da calmarsi a poco a poco e lasciarsi alle spalle la giornata di lavoro. L’attivismo eccessivo– si legge ancora- è una tecnica diversiva. Immergendoci nelle cose da fare possiamo evitare il contatto con noi stessi e con la profondità della nostra anima. Non ci occupiamo davvero di ciò che è più profondo: sentimenti emozioni. Non ci preoccupiamo di vedere e sentire davvero ciò che si nasconde dietro le cose e le parole. Abbiamo paura di perdere il controllo se ci immergiamo totalmente in una situazione e preferiamo rimanere in superficie nel pensiero, nelle idee e nelle spiegazioni”. La vita per noi stessi, il nostro prossimo e il nocciolo delle cose dovrebbe passare per l’esercizio dell’attenzione. La forma più intensa di questa pratica, che aiuterà a liberarsi dalle persone “cappuccino” – tanta schiuma e poca sostanza – è la meditazione.  “Attendere, nel significato originario di prendersi cura di sé- spiegano lo psicologo e l’abbate – naturalmente è possibile anche senza essere esperti di meditazione. Basta che dirottiamo l’attenzione dall’esterno verso il nostro interno”.

Siamo davvero pronti a cambiare e a considerare la vita come l’obiettivo irrinunciabile? Per chi non lo è ancora, preziosi sono i consigli racchiusi nel libro. Semplici regole da seguire per rimettere ordine dentro se stessi, ritrovare i tempi della propria anima, riconoscere la via dell’essenziale e avere di nuovo fiducia nella vita. Un cammino  lento, fatto di pause, e soprattutto, improntato ad un nuovo rapporto con il tempo. Ma quale tempo? Bando a Chronos, il dio greco del tempo inteso come quantità, misurabile, che scorre uniforme, capace di annullare tutto ciò che crea. Nella nostra vita, entri finalmente Kairos, che “rappresenta la sosta nel movimento del presente continuo mutamento, l’immersione nell’adesso e il riconoscimento delle opportunità”.  Kairos è, infatti, il tempo che rimanda alle esperienze possibili soltanto in questo momento: il profumo di un fiore, il gusto di una mela, il sorriso di un bambino. Kairos esige da noi che non solo riconosciamo quando è giunta l’ora, ma anche che cogliamo l’opportunità che ci si presenta e agiamo”.

Questo è il tempo da fare nostro. Quando? Al più presto. Senza temere che un giorno possa finire. Il tempo rimane. Noi, sì, andiamo via. Ma la morte non deve spaventarci. “Se teniamo presente- dicono gli scrittori- la finitezza della nostra esperienza , utilizzeremo in modo completamente diverso anche il tempo che ci resta.  Possiamo riconoscere e apprezzare anche la pienezza e la ricchezza in questo mondo, se vediamo la fine”.

Molto interessanti e curati nel libro sono anche i paragrafi sui rituali, il digiuno, il perdono degli altri, che parte da quello verso se stessi.

A cura di Cinzia Ficco

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