Leggo sul Daily Nation, il più importante quotidiano del Kenya, un articolo su due intere pagine dedicato alla nuova frontiera del turismo in Africa. Nel titolo il gioco di parole in inglese trasforma “tourism” in “poorism”, che tradotto in italiano con “poverismo” rende meno, ma dà il senso del fenomeno: i turisti  portati in giro, naturalmente dopo aver pagato un regolare ticket ad una agenzia, tra le stradine maleodoranti e polverose delle più note baraccopoli dei vari continenti.

Sembra insomma che i turisti in vacanza ne abbiano abbastanza di spiagge di sabbia bianca e paradisi tropicali. I click delle macchine fotografiche ormai amano spaziare dal mare cristallino ai tuguri delle periferie, dai safari nei parchi naturali ai safari nel dedalo di case di lamiera.

Pare che la nuova moda sia scattata dopo che vari film hanno proposto al grande pubblico storie di vita ambientate nelle bidonville del terzo mondo. Si è iniziato da “City of God”, un film ambientato in una favela brasiliana. Poi è seguito “Kibera kid”, un documentario del 2006 che ha per protagonista un orfano di dodici anni nel quartiere-ghetto di Kibera, alla periferia di Nairobi. Infine il grande successo di “The millionaire”, un film che ha ottenuto otto statuette all’Oscar del 2009 raccontando la vita di un ragazzo di strada di Mumbay, in India. “Dopo l’uscita del film – hanno dichiarato i tour operator – abbiamo avuto un grande incremento del business delle visite nelle bidonville indiane”. E da questo momento in poi anche per le celebrità del mondo politico e dello spettacolo è diventato d’obbligo farsi fotografare in visita in una di queste realtà, pubblicizzando a destra e a manca il loro mettere mano al portafoglio in opere di carità .

Tour della povertà

Per i semplici turisti invece funziona così: si pagano circa 30 dollari e una guida ti porta a visitare le strade di uno slum in Africa o Asia o America Latina. Dopo una oretta di girovagare tra vicoli e baracche, ci si ferma come ospiti presso una famiglia e lì il turista da sfogo alla sua umanità regalando penne, caramelle e qualche spicciolo. Così l’album del viaggio esotico è completo: le foto delle spiagge da sogno verranno alternate da immagini che documentano le buste di plastica riempite di escrementi che vengono gettate sui tetti di lamiera delle case in mancanza di servizi igienici.

Il primato delle visite guidate per ora è detenuto dalla bidonville di Kibera, presso Nairobi: in un’area di tre chilometri si addensano ottocentomila persone, prive di acqua potabile e di servizi igienici. Anzi, le latrine pubbliche ci sono, ma solo una ogni cento abitanti. E al pietismo dei  turisti internazionali converrebbe ricordare che quelle che vedono sono le latrine più care del mondo: le hanno messe su proprio gli aiuti occidentali, ma costano oltre diecimila euro ognuna perché le Organizzazioni Umanitarie hanno fatto a gara a raccogliere fondi, frodando i sottoscrittori e vantando ognuna di aver costruito lo stesso servizio.

Se poi volete curiosare tra i “pacchetti” dei tour della povertà basta ormai  aprire i siti di alcune associazioni nate ad hoc, come www.nicheafricaholidays.com oppure www.victoriasafaris.com. Volendo strafare, vi offriranno persino pacchetti di quattro giorni e tre notti, alternando visite alle baraccopoli e puntatine in vari orfanotrofi. Il tutto a bordo di pulmini tipo safari, quelli col tettuccio aperto che permette di vedere e di fotografare senza alcun rischio. Non lasciatevi però ingannare: leggerete che dei vostri 30 dollari di biglietto per il solo ingresso nello slum, una parte andrà in “opere di bene”, solo che gli abitanti di quei luoghi nulla vedono o ricevono di questo business di frontiera.

Tutto ciò ripropone ancora una volta come affrontare da parte di un coscienzioso viaggiatore l’impatto con le realtà più difficili e degradate di quelli che erano una volta definiti i paesi del “terzo mondo”. Andarci solo in vacanza o anche cimentarsi in una qualche forma di reale solidarietà? In realtà anche per il turista occasionale, la forma migliore di sensibilità verso il luogo che lo ospita è la semplice coerenza e correttezza di comportamento, il piccolo atto di costruttiva solidarietà, l’apertura culturale verso gli abitanti del posto. Al contrario  affidare la propria solidarietà nelle mani delle “grandi organizzazioni umanitarie” rischia in molti casi di tramutarsi in un bluff.

Tour della povertà

Prendiamo come esempio le Organizzazioni Non Governative, le famose ONG, o i più noti organismi umanitari dell’Onu o le forme d’aiuto dei singoli Stati. Tentare di dare una mano ad una di queste strutture? Nulla di più inutile. Al mondo esistono circa quarantamila organizzazioni internazionali di aiuto e di solidarietà ai paesi in via di sviluppo o colpiti da eventi catastrofici. Solo che questi organismi, animati all’origine da scopi nobilissimi, hanno sviluppato oggi una vera e propria industria, sovvenzionata generosamente dagli Stati occidentali.

Si calcola che, per giro d’affari e di circolazione di denaro, la somma di questi organismi sia equivalente alla quinta potenza industriale del mondo. Solo che, come ogni grande settore imprenditoriale, la prima regola è diventata il proprio guadagno, la seconda regola è l’obbedienza alle leggi di mercato, la terza regola è la reciproca concorrenza per contendersi spazi d’intervento e visibilità mediatica. Basti pensare che i paesi occidentali uniti nell’OCSE (Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico) stanziano globalmente circa 100 miliardi di euro ogni anno da “donare” ai paesi più poveri. Ma questi soldi dove vanno a finire? La quota maggiore serve a sostenere generosamente e con lauti stipendi le stesse organizzazioni umanitarie che dovrebbero operare nei paesi del terzo mondo. La seconda quota arriva ai paesi a cui era destinata, ma finisce nelle tasche delle grandi società appaltatrici occidentali  – i contractor – che hanno avuto l’incarico di realizzare un qualche progetto. La terza quota è destinata all’assistenza tecnica alle presunte opere realizzate, naturalmente appannaggio sempre di ditte occidentali. Infine solo le briciole arrivano alle popolazioni sotto forma di cibo e aiuti sanitari: briciole che vengono esse stesse “filtrate” dalla filiera di corruzione che generalmente caratterizza i governi di quei paesi.

Tutto questo porta ad una semplice conclusione: il turista o il residente straniero in un luogo esotico ma difficile, può essere d’aiuto concreto solo con gli atti più immediati e più semplici. Ad esempio, si può prendere contatto con le vere associazioni di solidarietà che operano sul luogo, quelle formate da poche persone, che lavorano a piccoli ma concreti progetti, che non sono conosciute perché non cercano la pubblicità. Una più lunga residenza sul posto consente anche d’inventarsi, da singolo, una propria iniziativa di sostegno ad un bambino o ad una famiglia; oppure permettere di fare grande attenzione alla salvaguardia dell’ambiente naturale e alla sensibilizzazione degli altri per fare altrettanto. Perciò il primo passo concreto è conoscere non solo il luogo prescelto per una vacanza o per una più lunga permanenza, ma soprattutto la gente che ci abita, parlare con questi, intrecciare amicizie e rapporti con famiglie locali, continuare un dialogo di solidarietà anche quando si sarà tornati in Italia. Insomma, evitare di essere solo dei “curiosi” della povertà e delle disgrazie altrui, ma dei soggetti attivi e permanenti per un diretto contatto con la gente che si è conosciuto e incontrato.

Attilio Wanderlingh (autore del libro Scappo ! Paradisi esotici dove vivere alla grande con meno di 1000 euro al mese).

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