Voglio Vivere Così Magazine

Offseasontrip: Alice racconta il turismo consapevole e la vita nomade

«I viaggi non sono algoritmi, ma esperienze cucite su misura»: Alice e il suo Offseasontrip

di Enza Petruzziello

Trentenne, originaria di Rimini, Alice è un’organizzatrice di viaggi nomade. Ha costruito la sua attività sul campo con una missione: promuovere un turismo più consapevole, organizzando viaggi che lei stessa ha vissuto in prima persona

Intervista ad Alice, organizzatrice di viaggi nomade

C’è chi sceglie la scrivania e chi sceglie il mondo. Alice Pruccoli ha scelto il secondo, e ne ha fatto un lavoro. A vent’anni parte per la sua prima esperienza all’estero — quasi un capriccio, o forse un’intuizione — e oggi, dieci anni dopo, vive no stop fuori dall’Italia da tre anni, alternando basi temporanee come Sydney e Toronto a mesi di viaggio puro tra Argentina e Asia.

Trentenne, originaria di Rimini, Alice non è semplicemente una viaggiatrice: è un’organizzatrice di viaggi che non propone mai una destinazione che non abbia vissuto in prima persona.

Nessuna brochure, nessun algoritmo: solo esperienza diretta, itinerari testati e un approccio che mette al centro il rispetto per i luoghi e le persone che si vanno a visitare.

La incontriamo per farci raccontare come si costruisce uno stile di vita fuori dagli schemi, e perché vale la pena farlo.

Alice, da dove nasce la tua passione per il viaggio?

«La mia passione per i viaggi è nata come un semino quando ero piccola, ricordo che di ritorno dalle scuole elementari i programmi TV che guardavo il pomeriggio non erano mai i cartoni animati, ma i documentari come National Geographic. Rimanevo infatti incantata per ore a guardare questi video di terre lontane, di savane, di animali, sognando un giorno di poterle vedere con i miei occhi. Questa curiosità per il mondo viene poi alimentata — o annaffiata — negli anni successivi dai miei zii, che mi portavano ogni anno diverse cartoline dai luoghi che visitavano. Io le raccoglievo tutte con cura in un album, fantasticando e giocando con l’immaginazione su come dovessero essere. E poi nei miei vent’anni questa voglia di scoperta è finalmente sbocciata, ho sentito infatti che era arrivato il momento per me di conoscere ed esplorare in prima persona luoghi e culture lontane dalla mia».

A vent’anni, quindi, la tua passione diventa concreta con la tua prima esperienza all’estero. Cosa ti ha spinto a partire, e hai mai immaginato che sarebbe diventato il tuo lavoro?

«Il desiderio di partire a vent’anni è nato da un profondo malessere, da una spaccatura che ho iniziato a vivere durante i primi anni di università, perché non sapevo chi ero, chi volevo diventare e quale fosse la strada giusta per me.

Oltre a queste insicurezze e incertezze poi, mi terrorizzava il pensiero che fosse già tutto scritto: terminare gli studi, trovarmi un lavoro, fare famiglia e comprarmi casa. Continuavo a ripetermi: e poi? È tutto qui? Perseguire questa strada ovviamente è assolutamente legittimo, ma io non la sentivo mia, non era qualcosa che stavo scegliendo ma che al contrario subivo dalla società. Al contrario: volevo conoscermi, mettermi alla prova, scoprire pensieri, luoghi e usanze nuove, di modo da costruirmi mattone dopo mattone. Desideravo quindi trovare una strada che mi rispecchiasse, che mi facesse sentire bene, in linea con i miei valori e il mio modo di essere. Volevo scegliere attivamente e con cognizione di causa, e non lasciare che altri lo facessero per me, e così mentre riflettevo su tutti questi aspetti, per puro caso — anche se per me il caso non esiste — ho notato nella bacheca della mia università una locandina che parlava del progetto Erasmus. Non so perché o cosa sia successo in quel momento, so solo che dentro di me si è accesa una scintilla, come se si fossero uniti tutti i puntini. Non sapevo dove mi avrebbe portato quella strada, però ho sentito che quel primo passo mi avrebbe portato nella direzione giusta. “Il primo passo non ti porta dove vuoi ma ti toglie da dove sei”. Ma no, mai avrei pensato che poi i viaggi sarebbero diventati il mio lavoro».

Così il 10 settembre del 2015, all’età di 21 anni, parti per Siviglia per fare l’Erasmus. Che esperienza è stata e in che modo è cambiata la tua vita?

«Ritrovarmi a vent’anni in un paese nuovo con una lingua diversa dalla mia e lontana da casa, è stato inizialmente scioccante, ma piano piano tutto ha iniziato a prendere forma. Ad oggi, infatti, rimane una delle esperienze di vita più belle e incredibili che io abbia mai fatto, soprattutto perché essere lontana da influenze, giudizi e schemi abituali, mi ha permesso di rincominciare da zero e di conoscermi davvero. Ho così scoperto di essere molto più intraprendente, forte e capace di quanto avessi mai pensato di essere, ho conosciuto amici splendidi, viaggiato ogni weekend, e riempito la mia vita di tante e piccole cose straordinarie.

Mi piace sempre dire che l’Erasmus per me sia stata la pillola rossa del film di Matrix e da lì infatti niente è più stato lo stesso, perché dopo anni ormeggiata al porto, avevo finalmente preso il mare, e non ero assolutamente pronta a tornare indietro. Non sarebbe bastata comunque quell’esperienza per capire chi volessi diventare — anche se avevo iniziato a scrivere di tutti i miei viaggi e gite su un taccuino rosso — ma vivere all’estero, viaggiare, conoscere persone nuove, contaminarmi di stimoli, pensieri e nuovi modi di vivere, era ossigeno per me. Il modo migliore che avessi mai sperimentato per sentirmi viva, crescere e dare valore alla mia vita».

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Dopo l’Erasmus torni in Italia e ti laurei. Poi che succede?

«Esatto rientro, ma già da subito sento che l’Italia non è il posto per me in quel momento. L’idea di fermarmi era insopportabile e così cerco di dare tutti gli esami nel più breve tempo possibile. A settembre quindi, al secondo appello, mi laureo e 20 giorni dopo parto con un biglietto di sola andata nuovamente da sola, questa volta per andare dall’altra parte del mondo, in Australia. Al tempo volevo ancora continuare con gli studi e fare la magistrale, l’idea di fare la nutrizionista infatti non mi dispiaceva per niente, ma nella scala delle priorità, fare esperienza all’estero e viaggiare era al primo posto, anche perché avevo capito che non avrei mai potuto perseguire una carriera se prima non avessi capito chi fossi e cosa volessi per me.

Riguardo all’Australia invece, non ho mai avuto il pallino di scoprirla, anzi non era mai stata nei miei piani, visto che l’avevo scelta come riserva. Il mio sogno era quello di fare un’esperienza all’estero a New York, avevo anche trovato una famiglia per fare la ragazza alla pari, ma visto che all’ultimo il progetto era saltato, e che in Europa non volevo rimanere, ho scelto il Paese più semplice e con le migliori opportunità in cui andare».

Com’è stato vivere in Australia? Che Paese è?

«Vivere in Australia si è rivelato comunque la scelta migliore. Quell’esperienza mi ha dato tantissimo sotto tanti punti di vista. Ho conosciuto persone stupende, mi sono messa in gioco non più da studente come per l’Erasmus, ma come persona adulta lavorando. Con i soldi che guadagnavo inizio a scoprire questo magnifico Paese e i suoi dintorni. Raggiungo così le Fiji, la Nuova Zelanda, l’Indonesia e la mia voglia di viaggiare continua a crescere sempre di più così come i miei diari di viaggio che si riempiono di informazioni, note e appunti.

Oltre agli stipendi alti, ricordo che mi aveva colpito molto la work-life balance degli australiani, il loro amore per l’outdoor, lo sport, ma anche la loro positività e la loro solarità. Insomma questo Paese mi fa letteralmente innamorare al punto che tante volte valuto l’idea di trasferirmici in maniera stabile».

Sei stata anche in Thailandia, Malesia, Vietnam e Cambogia. Cosa ti ha lasciato dentro quel viaggio? C’è qualcosa che non ti aspettavi e che ti ha sorpresa?

«Oltre ai Paesi in cui ho vissuto, ce ne sono tanti altri che ho esplorato a lungo e a fondo, come i mesi trascorsi zaino in spalla in Sud-Est asiatico. Ed è proprio qua, complice anche il libro di Gianluca Gotto Le Coordinate della Felicità, che leggo appena uscito nel 2018 mentre sono in Asia, che realizzo di voler fare un ulteriore passo in avanti per la mia vita e la mia carriera. Fino a quel momento avevo sempre fatto lavori con il solo scopo di mettere da parte i soldi — essendo nata e cresciuta a Rimini ho iniziato a lavorare con le stagioni estive a 16 anni — ma ora volevo qualcosa di più. Desideravo infatti sentirmi soddisfatta e fiera del mio lavoro, ma ero anche consapevole che il mio stile di vita nomade poco s’addiceva ad un lavoro da dipendente e fisso. Ed è in quel momento quindi che nasce l’idea di “Offseasontrip”.

Oltre a questo, l’Asia mi fa scoprire il minimalismo, e mi avvicina a stili di vita più incentrati sull’essere, sulla semplicità e la genuinità, piuttosto che sull’apparire, sull’avere e sul mostrare. Ma non solo, perché è qua che mi rendo conto di quanto viaggiare abbia un impatto sul paese e sulla vita delle persone, e quindi nasce dentro di me un forte senso di responsabilità e di rispetto, dando così ancora più valore alle attività che sceglievo, incentivando così un turismo più sano ed etico».

Dopo tanti anni di viaggi ed esperienze all’estero, quindi, decidi di mettere a disposizione le tue competenze e supportare altri viaggiatori nei loro viaggi, e nasce Offseasontrip. In che cosa consiste e qual è l’idea di fondo?

«Offseasontrip nasce dal desiderio di supportare e aiutare le persone che vogliono organizzare un viaggio, a navigare tra la marea di informazioni che si trovano online tra riviste, blog, guide, video e suggerimenti di amici, offrendo servizi, supporto e consigli mirati alle proprie esigenze.

Spesso, infatti, non ci si sente a proprio agio ad organizzare viaggi complessi in autonomia, magari non si ha tempo, o semplicemente si ha piacere nel ricevere supporto da una persona competente, che ha già vissuto in quel posto o che conosce la destinazione molto bene, e che quindi sa quali sono le trappole per turisti, conosce le tempistiche, come muoversi, che esperienze vale la pena fare ecc.

Affidarsi ad una persona esperta vuol dire quindi partire serenamente e senza dubbi, sapendo di avere comunque sempre un punto di riferimento con cui poter comunicare e che ha a cuore il tuo viaggio. Insomma qualcuno che non sparisce dopo la conferma, o che ti vende il solito pacchetto standard preconfezionato. Per me è fondamentale partire dalle persone, perché ognuno ha esigenze, passioni e interessi diversi, ed è giusto che il viaggio sia un’espressione di questi».

Che e servizi offri ai tuoi clienti?

«I miei servizi in tutto sono tre, così da modulare le mie competenze sulla base delle necessità di ciascun viaggiatore. C’è il servizio completo di organizzazione viaggi, dove insieme all’agenzia con la quale collaboro ci occupiamo di prenotare voli, hotel, noleggi auto, attività e di stilare un itinerario giornaliero con tutte le indicazioni su cosa vedere, dove mangiare ecc., sempre in linea rispetto agli interessi e alle esigenze di ciascun viaggiatore. Il secondo è invece il servizio del solo itinerario, ideale per chi non ha problemi nel fare le prenotazioni in autonomia, ma comunque cerca supporto per tutta la fase organizzativa, fondamentale quando si tratta di viaggi itineranti, complessi e lunghi. Infine c’è il servizio della consulenza di un’ora, perfetta per i viaggiatori fai-da-te, che quindi amano organizzarsi i viaggi in autonomia, ma che comunque hanno dubbi e incertezze, e hanno piacere di potersi confrontare con una persona esperta e che c’è già stata».

Dieci anni fa il “nomadismo digitale” non era ancora un fenomeno di massa. Come hai costruito la tua credibilità e trovato i tuoi primi clienti partendo da zero?

«Partire da zero non è stato semplice, mi sono però impegnata molto a dare valore alla mia esperienza sul campo. Prima di tutto, infatti, sono una viaggiatrice: ho vissuto tanti anni all’estero, viaggiando ed esplorando tanti paesi in prima persona. Questo, sicuramente, è stato da subito un elemento di differenziazione rispetto alle tante altre persone che fanno il mio stesso lavoro, ma che dedicano al viaggio solo qualche settimana all’anno.

La scelta poi di aprire un mio sito con una sezione Blog, a cui ho dedicato e continuo a dedicare tantissime ore del mio tempo, scrivendo articoli completamente gratuiti, è stata sicuramente la chiave di volta per permettere alle persone di farmi conoscere, mostrando loro anche tutta la mia conoscenza e competenza sulla destinazione. Allo stesso modo mi ha aiutato tanto il passaparola iniziale tra le persone della mia città».

Il tuo principio fondamentale è: niente di non testato in prima persona. Cosa significa concretamente “studiare una destinazione con calma e profondità”? Come si svolge una tua giornata tipo quando sei in modalità esplorazione?

«Per me scoprire una destinazione significa innanzitutto lentezza e tempo: rimango in un paese sempre per più di un mese, in tanti poi ci ho vissuto e in altrettanti ci sono tornata più volte. Tutto questo, quindi, mi permette di approfondire e testare tanti itinerari differenti e di andare oltre le classiche 2/3 tappe o città più famose. Quando sono in viaggio quasi la totalità della mia giornata è dedicata all’esplorazione, raccogliendo quante più informazioni possibili, così che poi io possa trasformarle in parole o in video.

Raccogliere tutte le informazioni sia nel pre che nel post viaggio è sempre una fase molto importante per me, perché unisco lo studio con webinar, riviste e libri, al confronto con i local e alla mia esperienza in prima persona, così da farmi il più possibile un’idea della destinazione. In questo modo posso modulare e veicolare le informazioni giuste per i miei viaggiatori, per essere il più specifica possibile su cosa consigliargli e cosa no, in base alle loro esigenze. Lo specifico sempre: non dirò mai a nessuno “Devi fare assolutamente questo o quell’altro”. Certo, offro i miei consigli e i miei punti di vista, ma viaggiare è troppo soggettivo per credere di avere la verità su cosa sia giusto fare».

Viviamo nell’era della FOMO (Fear of Missing Out – Paura di essere tagliati fuori) da Instagram e dei mille consigli di viaggio online. Come aiuti i tuoi viaggiatori a orientarsi in questo rumore di fondo? Cosa offri tu che un algoritmo non può offrire?

«È assolutamente così, la FOMO ormai ha un ruolo incredibile nella scelta di una destinazione, ma anche delle tappe, di cosa vedere, di dove mangiare ecc. Ed è per questo che le persone non hanno bisogno di nuove guide o di nuovi consigli generici, ma di qualcuno che li ascolti e capisca in base ai loro interessi ed esigenze, quali tappe o attività siano le più indicate per loro.

Affidarsi significa proprio questo per me: appoggiarsi e fidarsi dell’esperienza, della professionalità e della competenza della persona che si sceglie per farsi supportare nel proprio viaggio. Mi piace pensare di essere il filtro tra i viaggiatori e i centinaia di contenuti, consigli e liste che si trovano online che generano solo ansia, stress e dubbi».

Parli di un turismo “sano, circolare e rispettoso”. Cosa vuol dire nella pratica? Puoi farci un esempio concreto di come guidi un viaggiatore verso scelte più consapevoli?

«L’etica nel mio lavoro ha un ruolo essenziale e il mio obiettivo è promuovere solo un turismo sano e rispettoso. Questo per me significa proporre ai viaggiatori non solo soluzioni più sostenibili per spostarsi — come la scelta di evitare un volo interno a favore di una cuccetta in un treno, provando così anche un’esperienza nuova e diversa — ma anche consigliare i giusti negozi dove fare acquisti, supportando così attivamente artigiani e small business. Sconsiglio sempre infatti l’acquisto di prodotti industriali, di bassa qualità e che non supportano realmente le persone del posto.

Allo stesso modo do i giusti contatti per attività etiche e rispettose per vedere gli animali, e parto sempre spiegando il perché di tutto questo, dal momento che molte volte si ignora proprio tutto il business e il dolore che si cela dietro determinate attività, offrendo comunque un’alternativa. Per esempio in Thailandia piuttosto che salire sugli elefanti o fare con loro il bagno, consiglio dei centri in cui si possono comunque ammirare ma in un contesto protetto e che dà loro dignità. Allo stesso modo sconsiglio gli zoo in Australia fornendo indirizzi e luoghi dove è possibile vedere gli animali in libertà e nel loro habitat naturale. O ancora nelle Filippine sconsiglio di nuotare con gli squali balena, soprattutto quando l’attività prevede di circondarli con le barche, far scendere in acqua centinaia di turisti irrispettosi che li toccano o li feriscono con le pinne, e dove vengono continuamente cibati per evitare che si spostino».

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Quanto è difficile convincere le persone a rinunciare al “mordi e fuggi”? Hai mai avuto resistenze da parte dei clienti? Come le gestisci?

«Devo dire che le persone che mi scelgono sono veramente molto in linea con i miei valori e i miei ideali, quindi no, non ho mai riscontrato resistenze. Parto sempre però da una comprensione delle esigenze: visitare quanto più possibile significa per tanti viaggiatori dare valore al tempo, alla spesa e all’investimento per il viaggio, soprattutto quando si parla di destinazioni dall’altra parte del mondo e che indubbiamente non si avrà la possibilità di rivisitare presto. Il mio ruolo in questo caso è quello di bilanciare molto bene un itinerario vario e ricco, tenendo in considerazione le tempistiche, le tappe e le settimane di ferie a disposizione, mostrando loro il valore di quanto proposto. Confrontandomi con i viaggiatori e spiegando loro a cosa si va incontro con ritmi più serrati, devo dire che fa sempre comprendere e realizzare molto riguardo la resa finale del viaggio».

Torniamo a te. Tre anni sempre in giro: Australia, Canada, Argentina, Asia… C’è un luogo che ti ha cambiata più degli altri? E uno in cui avresti voluto restare per sempre?

«Sembrerà banale, ma ogni luogo in cui ho vissuto o che ho esplorato mi ha sempre insegnato qualcosa. Indubbiamente però gli anni trascorsi in Australia, così come quello che sto vivendo ora in Canada, si stanno rivelando estremamente significativi per la mia crescita personale e professionale. Riguardo a dove fermarmi invece, devo dire che ancora non ho mai sentito quel richiamo: “Questo è il mio posto nel mondo ed è qui che voglio stabilirmi”. Romanticamente mi auguro che prima o poi quel momento arrivi, ma anche se così non fosse andrà bene uguale».

Cosa sacrifichi vivendo così? E cosa guadagni che una vita “normale” non ti avrebbe mai dato?

«I sacrifici più grandi per me in questo momento sono esclusivamente legati alla mia famiglia e ai miei affetti più cari, perché li vedo solo una volta all’anno. Riguardo al mio quotidiano invece è tutto in continua evoluzione, nel senso che sicuramente i primi anni c’è stato molto più squilibrio tra vita personale e vita lavorativa, ma questo era inevitabile vivendo in viaggio e all’estero. Queste due sfere nella mia vita infatti sono fuse e non hanno una linea di confine netta. Con l’esperienza e la maturazione, però, devo dire che sto trovando sempre di più un equilibrio che mi fa stare bene. Cerco di alternare fasi di esplorazione a fasi in cui sono ferma e in cui posso dedicarmi più a fondo allo studio e ai miei viaggiatori, ma anche a tutte quelle altre abitudini non legate al viaggio.

I guadagni non sono quantificabili a parole per quanto mi riguarda, dal momento che sento con ogni cellula del mio corpo di star vivendo esattamente la vita giusta per me. La libertà di poter decidere come vivere la mia vita, di modellare e costruire la mia quotidianità, i miei ritmi e le mie abitudini, per me non ha valore, nonostante le incertezze, i dubbi e tutti i sacrifici che ci sono dietro. Adoro questa frase e la sento mia:“La libertà non è assenza di vincoli, ma piuttosto la consapevolezza che ogni vincolo è una scelta”».

Hai un “porto sicuro” in questo stile di vita nomade — un posto, una persona, una routine — che ti dà stabilità?

«Il mio porto sicuro è indubbiamente Rimini, perché è lì che ho le mie radici ma soprattutto dove sono i miei genitori e le mie persone del cuore. Ma comunque vivendo fuori, ho dovuto crearmi anche il mio porto sicuro “take away”, diciamo così, e da questo punto di vista i miei punti saldo sono: il fatto di stare bene con me stessa (perché allontanarsi dai propri affetti e il vivere all’estero può far sentire molto soli), lo sport, la lettura ma soprattutto il mio compagno con il quale condivido questa vita, che è diventato negli anni indubbiamente la mia casa lontano da casa».

Dove vuoi portare la tua attività nei prossimi anni? Hai in mente nuove destinazioni, nuovi servizi, o magari un giorno un posto fisso — magari dall’altra parte del mondo?

«La voglia di scoprire, di vivere all’estero e di provare nuove esperienze è ancora tanta e anche se inizia a mancarci l’idea di uno posto nostro dove iniziare a costruire davvero e tornare ogni volta, per ora desideriamo continuare a fare i nomadi. Il mio problema infatti è che ho sempre nuove destinazioni che sogno di esplorare!

A parte gli scherzi, spero che la mia attività nei prossimi anni possa continuare a crescere e ad espandersi, soprattutto vorrei che una parte diventasse anche offline. Ho veramente tanti progetti per il futuro, ma per ora lascio che questi semini abbiano lo spazio e il tempo per germogliare».

Per contattare Alice ecco i suoi recapiti:

Sito web: https://offseasontrip.it/

Mail: alicepruccoli@offseasontrip.it

Instagram: https://www.instagram.com/offseasontrip/

 

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