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Italiani in Canada: la vita di Giulia a Toronto senza filtri

Giulia Breda: «Ho lasciato l’Italia dopo un attacco di panico in ufficio. Oggi vivo a Toronto e non tornerei indietro»

di Enza Petruzziello

Prima un ambiente di lavoro che le ha fatto perdere serenità e fiducia, fino a un attacco di panico che ha segnato un punto di non ritorno. Poi la decisione di ricominciare da capo, lasciando l’Italia per trasferirsi a Toronto, in Canada, dove oggi ha costruito una nuova vita insieme a suo marito Andrea e ai loro due bellissimi cagnolini. È la storia di Giulia Breda, 35 anni, che ha trasformato una delle esperienze più difficili della sua vita nell’occasione per ripartire e realizzare un sogno coltivato fin da bambina.

Laureata in Mediazione Linguistica e Culturale, con un master in Commercio, Fiscalità e Arbitrato Internazionale, entrambi conseguiti all’Università Ca’ Foscari di Venezia, Giulia lavora nel settore bancario canadese e attraverso il progetto social Canada Senza Filtri, racconta senza idealizzazioni cosa significa davvero trasferirsi all’estero: dalle opportunità alle difficoltà, dalla burocrazia al lavoro, fino agli aspetti più concreti della vita quotidiana.

Una testimonianza autentica che ogni giorno aiuta e ispira migliaia di italiani che sognano un cambiamento o sono alla ricerca del coraggio di rimettersi in gioco.

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L’abbiamo intervistata per farci raccontare il suo percorso, le sfide affrontate e cosa significa, per lei, chiamare Toronto “casa”.

Giulia, com’era la tua vita in Italia prima di partire?

«Sono la classica italiana che ha fatto mille lavori diversi: cameriera, barista, servizio clienti, assicurazioni, amministrazione, logistica, operaia… chi più ne ha più ne metta. Tutti temporanei, con contratti che andavano dallo stage ai tre mesi, fino all’apprendistato infinito (che in Italia dura fino ai 29 anni, per cui puoi ritrovarti apprendista anche dopo i 30). Ero scontenta perché non riuscivo a trovare la mia strada, e gli stipendi erano ridicoli, impossibili da accettare rispetto al costo della vita».

In Italia hai anche subito mobbing. Se ti va di raccontarlo, c’è stato un episodio preciso che ti ha fatto dire “basta”, o è stato un accumulo?

«Direi che è stato un mix delle due cose: un accumulo e, alla fine, un punto di rottura. Nell’ultimo lavoro che avevo in Italia, prima di partire, ho subito mobbing per quasi due anni da parte delle mie colleghe. All’inizio non mi rendevo conto di quello che stava succedendo; poi, pian piano, sono arrivati gli attacchi di panico, l’insonnia e tutta una serie di sintomi purtroppo legati proprio al mobbing. Ho cominciato ad andare in terapia, e lo psicologo che avevo allora mi ha aiutata a capire cosa mi stesse succedendo davvero. Ma quando l’ho capito fino in fondo, la situazione era ormai fuori controllo.

Il punto di rottura è arrivato un giorno come tanti: sono entrata in ufficio, mi sono seduta e ho sentito che c’era qualcosa che non andava. Dopo poco, ho avuto un attacco di panico così forte da pensare che mi stesse succedendo qualcosa di grave, e sono finita in ospedale in ambulanza. Quell’episodio è stato il culmine di tutto quell’accumulo, e il momento in cui mi sono detta: basta».

Perché il Canada, e perché Toronto in particolare?

«Sono cresciuta con il classico sogno americano. Da piccola guardavo le serie TV e mi immaginavo a vivere lì. In più, durante l’adolescenza, sono venuta diverse volte in Canada a trovare i parenti di mia madre a Toronto: così ho avuto la possibilità di innamorarmi del Paese di persona».

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Quanto tempo è passato tra l’idea di partire e la partenza vera? Avevi paura, dei dubbi?

«L’idea è maturata nel 2022, dopo il Covid. Dopo l’episodio dell’attacco di panico e dell’ospedale me n’ero già andata dall’Italia: vivevo e lavoravo in Irlanda. Un giorno ho pensato: se ha funzionato qui in Irlanda, perché non dovrebbe funzionare anche in Canada? La paura che non andasse bene c’era, ovviamente. Ma vedere che in Irlanda ce l’avevo fatta mi ha dato la carica per provarci».

Come sono stati gli inizi a Toronto? Penso all’accoglienza della popolazione, alla ricerca di una casa, alla parte burocratica e pratica del tuo trasferimento.

«Il Canada accoglie tutti, ma non è per tutti. Immigrare qui non è semplice, perché il sistema è molto selettivo: il mio percorso non è detto che sia adatto a chiunque, e di possibilità ce ne sono diverse. La popolazione è gentile e abituata agli stranieri (la maggior parte ha origini straniere). Trovare casa, invece, non è facile, soprattutto perché all’inizio non hai ancora una “storia” nel Paese».

Per i visti e i permessi di soggiorno in Canada vigono leggi piuttosto severe. Quali sono i passaggi da seguire per trasferirsi? A te come è andata?

«Sono arrivata inizialmente come studente, per un anno, e in seguito ho attivato diversi visti lavorativi. Non esiste una sola strada: dipende molto dal background di ciascuno e da cosa conviene fare. Ogni percorso è a sé, non c’è niente fatto con lo stampino, preconfezionato e pronto per tutti. Di sicuro però non sono più i tempi in cui arrivavi con la valigia di cartone, pochi soldi e tante speranze, e ottenevi qualunque cosa».

Città multiculturale, Toronto è famosa per essere il principale polo finanziario ed economico del Paese. Come è vivere qui da residente?

«Rispetto a dove vivevo in Italia, la mia qualità della vita si è alzata parecchio. Nonostante il costo della vita sia più alto, ho un lavoro che mi permette di far fronte alle spese, e il mio potere d’acquisto è aumentato in modo notevole. I servizi funzionano bene, la città è ben servita e c’è sempre tanto da fare. La sanità non è a pagamento come negli Stati Uniti e, per quel poco di cui ho avuto bisogno, mi sono trovata bene».

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Di che cosa ti occupi a Toronto? Quali sono le principali differenze lavorative rispetto all’Italia?

«Attualmente lavoro in banca. Rispetto all’Italia, nel mondo del lavoro canadese c’è prima di tutto il rispetto: per qualsiasi ruolo e per qualsiasi persona, a prescindere da etnia, sesso, religione e così via. È un ambiente meritocratico, dove se fai un buon lavoro te lo riconoscono».

Come è nata l’idea di “Canada Senza Filtri”? Quando hai capito che la tua storia personale stava diventando qualcosa anche per altri?

«È nata perché sui social vedevo tante persone parlare di Canada, ma nessuno raccontava com’è davvero: l’immigrazione, i problemi, le difficoltà di chi arriva da fuori… la vita vera, insomma. Così ho pensato: perché non raccontarla io? Alla fine cerchiamo un po’ tutti le stesse informazioni, abbiamo bisogno di capire cosa fare. E allora mi sono detta che le cose che avrei voluto sapere io le avrei raccontate agli altri».

Che cosa racconti e a chi ti rivolgi?

«Come dicevo, la vita vera. Le cose belle, ma anche i problemi e le difficoltà, perché la vita vera non è un film. Mi rivolgo a tutti coloro che vogliono sapere com’è davvero la vita in Canada».

Che tipo di messaggi ricevi da chi ti segue? C’è una storia di un follower che ti ha colpita particolarmente?

«Soprattutto messaggi di persone che vogliono sapere come trasferirsi in Canada. Non c’è una storia in particolare che mi abbia colpita, ma ci rimango sempre male quando scopro di chi è stato fregato da agenzie farlocche: promettono la vita perfetta in Canada in cambio di soldi, la gente paga e poi resta con un pugno di mosche».

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Dal punto di vista lavorativo, Toronto ti ha aperto diverse porte. Come è la situazione attuale in città e in generale in Canada? A chi consiglieresti Toronto per un trasferimento e un cambio di vita?

«In questo momento il Canada sta attraversando una piccola recessione, una cosa a cui i canadesi non sono abituati. Però il lavoro c’è: non è detto che sia facile trovarlo, ma con pazienza e impegno si trova. Consiglierei di venire in Canada a chi cerca davvero l’equilibrio tra meritocrazia e sacrificio, perché qui bisogna mettere in conto di impegnarsi tantissimo, soprattutto all’inizio. Non lo consiglio, invece, a chi pensa di arrivare e trovare la pappa pronta: in quel caso si perde solo tempo e denaro».

In che modo è cambiata la tua vita da quando vivi in Canada?

«Sicuramente è aumentata la mia tranquillità. Ma la cosa più importante è che mi sento sicura: non solo come persona, ma come donna. Qui andare in giro da sola non è un problema. Non ho paura di essere seguita o aggredita, come purtroppo capita a tante donne in Italia. E poi sto imparando a conoscermi meglio: i miei limiti, ma anche il fatto che sono capace di fare molte più cose di quante immaginassi».

Hai altri sogni nel cassetto e progetti per il futuro?

«In questo momento il mio obiettivo è ottenere la residenza permanente, per non essere più legata a un visto. È un percorso lungo e difficile, che richiede tempo, soldi, energie e tantissima pianificazione».

Per contattare Giulia ecco i suoi recapiti:

Instagram: https://www.instagram.com/giulialifeincanada/

TikTok: @giulialifeincanada

 

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