Intervista ad Alessio Trerotoli
di Enza Petruzziello
Cosa succede quando l’inquietudine diventa la bussola di un viaggio? Alessio Trerotoli, fotografo romano classe 1981, ha trasformato anni di appunti, città attraversate e domande senza risposta in “La Strada Altrove”, un diario di viaggio che è anche una mappa emozionale per chi cerca il proprio posto nel mondo.
Parigi, New York, Buenos Aires, Berlino: non sono solo destinazioni su una cartina, ma tappe di un percorso interiore fatto di incontri fugaci, addii struggenti, bar notturni e stazioni ferroviarie. Un racconto autobiografico che diventa universale, parlando a tutti coloro che, almeno una volta nella vita, hanno sentito il bisogno di partire per perdersi e ritrovarsi.
Autore delle serie fotografiche “Urban Melodies” e “Raindrop Blues”, laureato in Studi sul Cinema e fondatore del blog “Una Vita da Cinefilo”, Trerotoli porta nel suo libro lo sguardo del fotografo e la sensibilità del cinefilo, costruendo una narrazione che definisce “un album di fotografie emotive, un road movie fatto di parole e memorie”.
Abbiamo incontrato Alessio per parlare del suo libro, del rapporto tra fotografia e scrittura, e di quella generazione in bilico tra sogni e disincanto che popola le pagine de “La Strada Altrove”.
Alessio, “La Strada Altrove” nasce da appunti scritti anni fa, già anticipati da “Fuori dalla Cavern” nel 2013. Cosa ti ha spinto, dopo tutto questo tempo, a riprendere quella storia e trasformarla in un libro vero e proprio?
«Quando ho pubblicato Fuori dalla Caverna, oltre dieci anni fa, ho semplicemente trascritto gli appunti di viaggio che avevo sui miei taccuini. Qualche anno fa, durante la pandemia, ho ritrovato i taccuini di quei viaggi fatti tra il 2009 e il 2012 e mi sono accorto che dietro quegli appunti c’era una storia più universale, che meritava di essere raccontata in maniera più approfondita. Ho cominciato quindi a strutturare la scaletta e a trasformare quei ricordi di viaggio in una sorta di romanzo autobiografico (più consapevole e maturo, ma anche più ironico), che spero possa risuonare ancora di più in chi lo legge».
Parigi, New York, Buenos Aires, Berlino… Ogni città nel tuo libro è solo una location geografica o diventa qualcosa di più, magari un riflesso di stati d’animo diversi?
«I luoghi del libro sono personaggi veri e propri: il mio rapporto con le città che attraverso è decisivo per il percorso interiore che si sviluppa pagina dopo pagina. Parigi ad esempio rappresenta l’amore, Dublino la solitudine, Berlino l’edonismo e così via. Ogni città ha lasciato un segno, alcune mi hanno fatto sentire vivo, libero, altre mi hanno suggerito cosa mi mancava. Mi piace pensare che il libro sia anche una guida emozionale di città meravigliose».
C’è una città, tra quelle che hai attraversato, che ti ha cambiato più delle altre? Un luogo che ti ha dato risposte o, al contrario, nuove domande?
«Parigi senza dubbio è stata una città decisiva nel percorso che ho fatto. È la città che mi apre le porte alla fotografia, al racconto della vita quotidiana, che poi sarebbe diventato il mio mestiere. È a Parigi che trovo le prime risposte e soprattutto le domande da pormi per diventare poi la persona che sarei stata. Tuttavia il cambiamento non è stato netto, quanto un processo che si è sviluppato città dopo città, viaggio dopo viaggio, un chilometro alla volta».
“La Strada Altrove” – già nel titolo c’è questa tensione verso un ‘altrove’. Cosa rappresenta per te questo altrove? È un luogo fisico o uno stato mentale?
«Senza dubbio uno stato mentale. Inizialmente non mi sono messo in viaggio con la pretesa di capire me stesso, a muovere i miei passi è stata piuttosto la curiosità, poi in seguito è subentrata la ricerca, ed è qui che entra in gioco l’altrove: la mia ricerca, infatti, non era soltanto di un luogo fisico, ma soprattutto di un senso, di una direzione. Ed è nella distanza tra la persona che ero e quella che sono diventata che ho trovato il mio sguardo, il mio modo di osservare il mondo e di abbracciare l’altrove».
Scrivi che il libro è “per chi ha amato, almeno una volta, l’idea di perdersi per potersi ritrovare”. Tu ti sei ritrovato alla fine di questo viaggio? O forse il viaggio non finisce mai?
«C’è un episodio, che racconto nel libro, in cui mi ritrovo solo nel deserto di Atacama, al tramonto. In quel momento ho provato, per alcuni istanti, pura felicità e in qualche modo sentivo, dopo diverse traversie, di essermi ritrovato. Al di là di questo il viaggio però non è mai davvero finito: il ritorno non è mai un punto fermo, è più un periodo di sedimentazione, in cui il viaggio decanta per diventare memoria, attraverso le fotografie a cui lavoro, o diventare racconto, attraverso ciò che scrivo. Nel momento in cui, grazie ai viaggi, ci ritroviamo, stiamo già dando vita al seme di una futura ripartenza».
Come fotografo sei abituato a congelare istanti, a catturare un attimo. Come è stato invece dilatare quei momenti in forma narrativa, dare loro respiro e profondità?
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«Ho amato il processo creativo durante i momenti fotografici del libro. Tutti mi conoscono soprattutto come fotografo e si aspettavano dunque un libro fotografico. Le foto invece non ci sono, ma è più corretto dire che sono presenti sotto altra forma: grazie alla narrazione ho avuto la straordinaria opportunità di raccontare l’emozione che si prova davanti a un’immagine che si sta per scattare, il momento prima del click e cosa ci spinge a realizzare una foto. Inoltre all’interno del libro sono disseminati circa 80 “momenti click”, ovvero momenti in cui la scrittura incontra la fotografia. Quando nel testo si incontra la parola “click”, scritta in grassetto, significa che lì c’è una foto realmente scattata, un frammento di mondo che ho voluto fermare. I click diventano quindi un invito al lettore: se ne ha voglia, può andare sul mio sito e scoprire la foto corrispondente a quel momento che racconto. In tal modo il libro non resta solo su carta, ma può aprirsi a una sorta di realtà aumentata, un’esperienza parallela che rimbalza tra parole e immagini. Per questo bisogno di connettere più sensi, ho creato anche una playlist su Spotify, intitolata appunto La Strada Altrove, in cui ho inserito 100 canzoni che richiamano le atmosfere del libro».
A chi consiglieresti di leggere “La Strada Altrove”? Chi è il tuo lettore ideale?
«Quello che racconto è un viaggio che non parla solo di me, ma di tutti noi. Racconta le paure, le insicurezze, i sogni e le speranze di una generazione in cerca della propria strada. Gli anni in cui è ambientato il libro raccontano infatti una stagione della vita che abbiamo attraversato un po’ tutti: quella in cui ci si mette alla prova, ci si innamora, in cui magari si sogna di avere di più rispetto a ciò che la vita ci ha riservato. Il mio lettore ideale è chi è in cerca di se stesso, chi vuole uscire dalla comfort zone, chi si sente più viaggiatore che turista, chi ha bisogno di provare ispirazione e abbia voglia di (ri)scoprire luoghi ed emozioni. Molte persone che hanno già letto il libro mi hanno scritto dicendomi di aver visto qualcosa di loro in quelle pagine, per me è la gratificazione più grande».
Se dovessi scegliere una sola frase o immagine del libro che ne rappresenti l’essenza, quale sarebbe?
«Ce ne sono diverse a cui sono legato. Forse però sceglierei questa: Viaggiare non significa allontanarsi da casa, ma trovarne continuamente di nuove».
Progetti futuri: continuerai a scrivere o torni completamente dietro l’obiettivo? O magari un nuovo viaggio è già in programma?
«La fotografia, da tanti anni, è il mio lavoro principale ed è il mio modo di esprimermi, di dare voce a ciò che sento dentro. La scrittura però ha sempre fatto parte della mia vita (da oltre quindici anni gestisco uno dei più longevi blog cinematografici d’Italia, Una Vita da Cinefilo) e scrivere è sempre stata una parte significativa di me. Mi piacerebbe cimentarmi con un romanzo vero e proprio, prima o poi, ma soltanto quando troverò l’idea giusta. Il connubio tra viaggi e fotografia però continua ad affascinarmi: gli anni raccontati nel libro vanno dal 2009 al 2012 e chissà? Magari un giorno potrei nuovamente guardarmi indietro e raccontare ciò che è successo tra il 2012 e il 2025, in cui grazie al mio lavoro sono stato in altri luoghi straordinari, oltre a tornare in tante città che avevo già amato. O magari raccontare un viaggio che ancora non ho fatto: il mio grande sogno è visitare il Giappone».
Un’ultima domanda: se qualcuno, dopo aver letto il tuo libro, decidesse di partire per cercare la propria “strada altrove”, quale consiglio gli daresti?
«Ho avuto la fortuna di vivere quei viaggi di formazione in un periodo in cui ancora non avevo lo smartphone e praticamente non c’erano social. Per questo ho goduto della bellezza di sedermi in un bar e guardare ciò che accadeva intorno, di riflettere su quello che stavo vivendo, di farmi completamente avvolgere dall’esperienza. Se avessi avuto un telefono connesso a internet, forse, invece di scrivere i miei pensieri sui taccuini o di scambiare due parole con qualcuno del posto, mi sarei distratto postando una foto su Instagram o mandando qualche messaggio su Whatsapp. Ecco, il mio consiglio, per quanto riconosco che sia difficile, è di creare una connessione vera con le persone e i luoghi che visitiamo, e di staccarsi da tutto ciò che è virtuale».
È possibile acquistare “La Strada Altrove” in tutte le librerie e nei principali store online.
Per contattare Alessio Trerotoli, questi i suoi riferimenti:
Instagram: @alessiotrerotoli
Sito web: www.alessiotrerotoli.com.
