Il mio giro del mondo in barca
“Dopo la morte di mio padre, per superare il dolore e la rabbia legati alla sua perdita, decisi di fare qualcosa di straordinario per me, qualcosa di diverso, di forte. Così optai per il giro del mondo in barca a vela. Un viaggio bellissimo che mi ha portato in Polinesia” Maria ci racconta la sua storia.
A cura di Nicole Cascione
Sono di Selargius, Cagliari, dove lavoravo come attrice-circense in una compagnia locale alternando il lavoro di Arte-Terapista. Prima di ristabilirmi a Cagliari, vivevo in Inghilterra e quando a mio padre venne diagnosticato un cancro, decisi di rientrare dai miei e, insieme a mamma, di occuparmi di papà h24. Alla sua morte, rimasi un altro anno con mia madre che cadde in depressione dopo la perdita di mio padre. Successivamente decisi che era arrivato il momento di pensare a me stessa e, per superare il dolore e la rabbia per la perdita di papà, decisi di fare qualcosa di straordinario per me, qualcosa di diverso, di forte. Optai per il giro intorno al mondo in barca a vela. Dopo 3 settimane passate sul posto a cercare la “mia barca” per poter attraversare l’Oceano Atlantico, partii dalle Canarie con un trimarano. Che emozione navigare! Arrivati ai Caraibi, girai in lungo e largo queste isole dalle culture così festanti, colorate e con tanto razzismo verso l’uomo bianco.
Due giorni prima di Natale, dopo aver passato 3 settimane a bordo di un catamarano, raggiunsi la Guadalupe, che diventerà la mia base durante il mio soggiorno nei Caraibi, arrivando fino alle Grenadine per poi arrivare al nord Bahamas, Isole Vergini, Stati Uniti; come dicevo, arrivati in Guadalupe venni ospitata da una famiglia, in cambio di un aiuto in alcuni lavoretti di muratura. Poi iniziai a vendere la frutta locale nello stand sotto casa, gestito da due sorelle diventate le mie mamme-adottive. Sono passata poi a fare la babysitter, la guida in un museo, ho gestito una galleria d’arte e ho lavorato come cameriera scalza in un ristorante situato a l’Îlet du Gosier.No elettricità e no servizi igienici nell’isola; solo un gruppo elettrogeno per avviare le cose basilari.Una meraviglia.E così che trovavo i soldi da investire nel viaggio successivo: Oceano Pacifico e poi Polinesia Francese.
I Caraibi sono pieni di sole e colori e musica e ritmo e …razzismo. Razzismo tra la popolazione locale e verso i “colonizzatori bianchi”. Tra i locali ci sono le coppie- domino, ossia quando uno è nero e l’altro bianco, che non sono ben viste dai neri del posto perché il bianco è avvantaggiato economicamente. Si creano così gelosie e il componente della famiglia nera che è riuscito nella vita, deve aiutare il resto della famiglia.
Dopo qualche anno passato navigando in lungo e largo i Caraibi, mi contattò una coppia con la quale già avevo navigato, proponendomi di attraversare l’Oceano Pacifico qualche mese più tardi.
Così ci incontrammo a Panama, dove ho vissuto l’esperienza di attraversare il famoso Canale, che ogni giorno è attraversato da decine di ferry grandi come palazzi, riempiti di container pieni di merce che viene distribuita a livello mondiale. Pensate che questi container, pieni anche di frutta tropicale, spesso rimangono bloccati alla dogana nel paese di destinazione, per settimane in attesa del permesso di discarica (un altro motivo per mangiare locale). Dopo qualche giorno di navigazione, anche le navi-merce scomparvero e ci ritrovammo solo in compagnia di pesci volanti, delfini, balene e tartarughe.
Arrivati in Polinesia, sbarcammo nell’Arcipelago di Gambier, dove vengono coltivate la maggior parte delle famose perle polinesiane. Dopo quasi due mesi, partii alla volta delle Tuamotu e poi arrivai a Moorea, nella Baia di Cook, con un’alba magnifica di un giorno qualunque. La vista dall’oblò era superlativa e visto che i polinesiani sono gente semplice, che la natura è così generosa e presente, decisi di restare qui per un anno prima di continuare con l’Oceano Indiano. Mi ospitò una coppia di vecchietti a cui dovevo solo fare compagnia la notte in cambio di alloggio; questo mi offrì la possibilità di studiare di giorno per prendere il diploma di guida terreste sull’Isola, di studiare la Ori Tahiti, danza polinesiana e di scoprire le tradizioni di questa cultura tanto connessa agli dei. Ma a pochi mesi dal mio arrivo, tutto cambiò con il Covid: il mio soggiorno si allungò e cambiarono le dinamiche. Fortunatamente i bimbi non smettono di nascere e alcuni genitori sono obbligati a tornare a lavoro e così io ebbi l’opportunità di proseguire con la mia professione di educatrice. Questo mi permise di risparmiare per poter continuare il mio viaggio alla volta dell’Oceano Indiano, passando per le Cook, Tonga, Samoa, Fidji, Indonesia, etc. A detta di tutti, la Polinesia è un paradiso ed è vero se parliamo di natura incontaminata, ma è anche vero che qui si brucia l’immondizia, anche la plastica, in giardino e si buttano rifiuti anche per strada che, successivamente finiscono in mare. Spesso l’aria diventa irrespirabile e visto che si vive in terrazza e giardino tutto il giorno, a volte è davvero insopportabile. Qui la vita è molto cara, non ci sono servizi pubblici di trasporto, io vado a lavoro tutti i giorni in auto-stop, da 2 anni. Non c’è una educazione verso i bambini che, dopo i 2 anni crescono da soli per diventare adulti anafettivi. Qui gira molto l’alcool e ci sono diversi casi di violenza domestica. I polinesiani ritengono i francesi responsabili di tutti i loro mali: alcool, sovrappeso, polluzione, in quanto sono loro che hanno introdotto questi prodotti di consumo. Non c’è molta attenzione neanche per gli animali, specialmente per i cani; molti abbandoni; un numero esagerato di cani per famiglia in quanto non sterilizzano; malattie; maltrattamenti; senza contare il numero di cuccioli che i veterinari si ritrovano a dover sopprimere tramite eutanasia. Qui devi essere capace di fare un po’ tutto, perché manca la figura professionale o se c’è, non è molto preparata o è molto costosa. La Polinesia Francese è un territorio d’oltremare francese, significa che hanno passaporto francese, ma anche un governo locale, che gli permette di avere una certa autonomia dalla Francia. Le tasse sono molto alte sui prodotti d’importazione da cui dipende la sopravvivenza di questo arcipelago, in quanto non riesce ancora ad essere indipendente.
Personalmente, penso che solo la natura incontaminata e la leggerezza con la quale si affronta la vita qui, siano le uniche cose che potrebbero mancarmi una volta tornata a casa; il tempo scorre più lento e siamo molto più connessi con la natura, dandoci la possibilità di vivere con meno attaccamento alle cose materiali e stress; non esiste neanche un semaforo sull’Isola. Per me, che sono una persona solare, sensibile, vivere qui non è così semplice. Qui è difficile creare relazioni durature e sincere con la popolazione locale. A parte quelli che hanno viaggiato o i figli di coppie miste, il resto della popolazione è composta da persone molto semplici, ma anche chiuse emotivamente, non sanno esprimere i loro sentimenti, i loro bisogni; sono una popolazione ancestrale, ragionano d’istinto e spesso questo potrebbe essere un problema. Mi è capitato di dover abbandonare dei party, dove sempre c’è un uso spropositato di alcol, per sfuggire alle avances di un uomo già sposato con la moglie presente.
Faccio autostop tutti i giorni e a volte alcuni uomini ti propongono di fare sesso con loro in una maniera così sincera e infantile (ecco perché ancestrali), che devi spiegargli con parole molto semplici che non va bene toccare una donna senza il suo permesso, cosa che in Italia sarebbe impensabile. Un altro motivo per la quale soffro qui, è vedere in che condizioni sono tenuti i cani, cavalli e i galli da combattimento.
È incredibile che non ci sia una organizzazione, un ente a livello mondiale che RICONOSCA e ANNULLI tutte quelle “dinamiche culturali” intorno al mondo, che violano i diritti dei bambini e degli animali.
È incredibile!
È assurdo!
Devi abbandonare alcune delle tue credenze quando viaggi, allargare molto le tue vedute, non pensare di essere nel giusto, uscire dalla tua comfort-zone altrimenti rischi di soffrire tutti i giorni.
Durante la mia permanenza sull’isola, ho avuto una relazione con una persona del posto, che si è interrotta dopo qualche mese. Dopo la sua morte in seguito ad un incidente, decisi di occuparmi dei suoi cani. Non ho capito subito cosa fare, ma ho dovuto prendere in mano la situazione, visto che la casa è stata invasa per una settimana dalla famiglia e amici del defunto, tra le 30/40 persone; che parlavano solo tahitiano, ubriachi dalla mattina e io e i cani non sapevano dove metterci. Una volta capito che i figli volevano sbarazzarsi dei cani, ho chiesto di darmi il tempo per poter trovare loro una sistemazione. Che non è arrivata. Anche se devo ammettere che dopo la perdita di mio padre, il mio cuore è diventato anche triste e molto più sensibile e con l’adozione dei 6 cani, mi preoccupa il fatto che se dovesse succedermi qualcosa, non ci sarebbe nessuno che possa occuparsi di loro; ho paura di morire prima di loro e non voglio che vivano nuovamente l’abbandono. Ho anche avuto pensieri orribili dopo aver visto la violenza gratuita del proprietario sui cani, tanto da aver desiderato la sua morte. Me ne sono voluta tanto per questo, soprattutto quando, qualche mese dopo, lui è morto veramente dopo essersi messo alla guida ubriaco.
Solo da qualche mese, io e i cani, stiamo ritrovando un equilibrio.
Dopo qualche mese, dopo aver visto la depressione e la tristezza nei loro occhi, ho deciso che non li avrei separati. Così ho deciso di adottarli e di rientrare in Sardegna con loro, rinunciando a continuare la mia navigazione verso l’Oceano Indiano. Fino ad ora non ho mai pensato: “Ma cosa ho fatto?” Certo, un po’ è una pazzia se pensiamo al viaggio che dovranno affrontare, alle spese che sto affrontando e che dovrò affrontare ma, per il resto, per me era la cosa più normale da fare. È la sola. Il viaggio di rientro è costoso e lungo, ma ho già iniziato il procedimento di rimpatrio e, visto il costo sostenuto, la mia cara amica-coinquilina Francesca, che è di Bari, insieme ai suoi adorati genitori, hanno creato una richiesta di aiuto su Gofoundme, per aiutarmi in una raccolta fondi.
Penso che anche loro siano felici con me. Ci amiamo tanto. Sono molto protettivi. Ci facciamo tante coccole, massaggini e leccatine. Sì, economicamente è un poco dura ma a parte questo, sono felice della scelta fatta. Ogni giorno rientro a casa e ho una super accoglienza, così quando mi sveglio la mattina; e questo mi riempie il cuore. Avevo paura di non avere abbastanza amore per tutti e invece più gliene dò, più ne vogliono, e più il mio cuore ne produce. Sono la mia famiglia adesso.
Cosa spero per il mio futuro? Non saprei. Come accennavo prima, mi spaventa un poco il clima politico che si ripercuote inevitabilmente sulla nostra società, ma voglio concentrarmi prima sulla mia piccola famiglia, sulla mia vera famiglia e sugli amici che spero siano felici di ritrovarmi; una cosa di cui avrò bisogno è di continuare a coltivare. Professionalmente parlando poi, ho deciso di inserire i miei cani nella mia professione di educatrice; probabilmente avremo bisogno di fare una formazione, ma saranno contenti di passare più tempo insieme. Poi, ho anche altre idee ma …piano piano; mi servirà anche il tempo per elaborare il lutto di aver lasciato una delle più belle Baie al mondo, da dove vedevi la Via Lattea così vicina e così illuminata, e dove ho lasciato tutti i tristi pensieri per tenere con me solo i sorrisi innocenti.
