Giorgio Varas tra Italia e Cile: artista, imprenditore, ponte tra mondi e culture
Di Gloria Vanni
Questa è una storia al contrario. Mi spiego. Ho conosciuto Giorgio Varas, classe 1975, a Santiago del Cile e scopro che il suo vero nome è Jorge Antonio Varas Silva. Figlio di un esule politico, festeggia il suo secondo compleanno in volo per l’Italia dove suo padre, in fuga dalla dittatura di Pinochet, vive e lavora da poco più di un anno. Perciò lui cresce in Emilia-Romagna, prima a Nonantola poi a Vignola, la città delle ciliegie, e la sua prima lingua è l’italiano. Per semplificare, sin da piccolo a scuola lo chiamano Giorgio Varas.
Ha la fortuna di crescere in una famiglia di cinque figli dove si parla spagnolo, ovviamente, e dove arte e cultura sono pane quotidiano. «Papà era poeta, intellettuale, agente culturale. Era professore e per anni è stato il bibliotecario di Vignola. Poi, ha lavorato alla Coop e ha creato un’associazione culturale che promuoveva la solidarietà verso gli esuli cileni e la resistenza democratica. Tutto questo era la mia connessione con il Cile, paese di cui non sapevo nulla».
Nel 1990 Giorgio sceglie di tornare in Cile e va a Temuco, capitale del Centro-sud, zona abitata dagli indios Mapuches, gli unici che non sono stati conquistati dagli Spagnoli. Sono un popolo indigeno con una propria lingua: è la regione d’origine della famiglia Varas. Qui Giorgio studia, termina le scuole superiori, suona le percussioni.
Racconta: «Ho sempre suonato le percussioni in gruppi di appoggio e solidarietà. Ho fatto il percussionista a scuola, suonando dai tamburi a qualsiasi altro strumento di accompagnamento musicale. Suonavo con un gruppo di professori e a 14 anni ho fatto la mia esperienza professionale, alla batteria, con un gruppo di professionisti. Ero talentuoso. Ho studiato il folklore del Cile, amavo il jazz, ho fatto corsi e sono diventato professore di musica alla Università della Frontiera, a Temuco, incarico per cui ho ricevuto il Premio Unesco. Poi, a 22/23 anni mi sentivo intrappolato nel provincialismo e sono scappato a Santiago».
Pur non conoscendo nessuno nella capitale, inizia a suonare e a vivere di musica, inserendosi rapidamente nella società musicale cilena. Dopo un soggiorno a Cuba per imparare a suonare le “congas” – tamburi a mano di origine afro-cubana -, ritorna in Italia con un gruppo e fa una tourné. Si esibisce con artisti di fama mondiale pop, rock, jazz. Come Billy Cobham, Jeff Berlin, Naná Vasconcelos, Airto Moreira per citarne solo alcuni. Quindi, conosce Peter Gabriel, anima dei Genesis, ideatore del Festival WOMAD e sostenitore di questa verità: “La musica è il modo più potente per abbattere i muri tra le persone”.
Giorgio mi spieghi il significato di un festival come WOMAD?
«Certo! WOMAD (acronimo di World of Music, Arts and Dance) è un festival internazionale progettato nel 1980 da Peter Gabriel, Thomas Brooman e Bob Hooton. L’obiettivo era creare un evento che celebrasse musica, arte, danza da tutto il mondo, rompendo le barriere culturali e promuovendo l’incontro tra tradizioni. Incentrato su musica dal vivo, include anche laboratori creativi, cibo etnico, spettacoli di danza, arti visive e installazioni, attività per famiglie. Il primo festival si è tenuto nel 1982 a Shepton Mallet, in Gran Bretagna. Come evento globale, con edizioni in Spagna, Sud Africa, Emirati Arabi, Italia… Abbiamo organizzato il primo WOMAD Cile nel 2015 e stiamo pensando di celebrare questi 10 anni con un festival nel Sud del Cile. Ora lavoro tra Brasile, Cile e Italia con un nuovo progetto, Artemedios Hub. L’obiettivo è sviluppare una rete internazionale di promozione della collaborazione, dell’inclusione e della contaminazione di idee e culture. Vogliamo essere “ponti” per l’internazionalizzazione di progetti culturali e innovativi. Abbiamo l’esperienza e in particolare io ho studiato Economia della cultura a Roma, sono stato assessore del governo Bachelet, ho lavorato al comitato interministeriale e ho sempre avuto il pallino di unire e mescolare persone, idee, esperienze, culture e creatività».
Trovo una sua foto con il presidente Mattarella che nel 2019 gli ha conferito il prestigioso titolo di Cavaliere della Stella d’Italia della Repubblica Italiana per il suo contributo alle relazioni culturali di Cile e Italia. Ha allestito mostre in Italia su Pablo Neruda e chissà che altro la sua fantasia lo porterà ancora a fare.
Giorgio, ti senti italiano o cileno?
«Vivo in Cile e la verità è che mi sento italiano e cileno allo stesso tempo. In Italia, dopo due giorni, nessuno capisce che sono cileno. In Cile sono italiano e in Italia sono cileno. Ho gusti italiani, conosco bene com’è una persona di Modena e una di Bologna, sia a livello di cultura, cibo, dialetto… Ogni anno ritorno in Italia. Sono sposato e mia moglie è italiana con passaporto cileno. La mia famiglia vive in Italia».
Ultima domanda: com’è la vita in Cile?
«È costosa, per alcuni aspetti più che in Italia. È simile all’Italia però ci sono più cose irrisolte. Per esempio, l’educazione pubblica è scarsa e se vuoi qualità devi rivolgerti a servizi privati. Io importo dall’Italia salumi, formaggi, caffè e macchine per il caffè. Il Cile oggi è un Paese in trasformazione. È un luogo dove il futuro convive con la tradizione e dove anche chi arriva da lontano può sentirsi parte di un cambiamento».
Questo è Giorgio Varas, cileno cresciuto in Italia, ponte tra mondi e culture. Italiano per educazione e spirito, cileno per sangue e memoria, ha saputo trasformare la sua doppia appartenenza in una forza creativa e umana. La sua visione del mondo è un invito continuo all’incontro, alla contaminazione, all’inclusione. In un’epoca in cui le identità sembrano spesso diventare muri, lui sceglie di farne passaggi, soglie, spazi aperti dove le differenze si riconoscono, si ascoltano, si fondono. Il suo esempio è un messaggio potente: l’arte può essere patria, la cultura può unire e le radici, quando sono profonde, sanno anche abbracciare il cielo.
