Dall’India alla Patagonia in Bici e Autostop: Raffaele Giordano si Racconta
“Venire al mondo”, questo è il titolo del libro di Raffaele Giordano. Un libro in cui viene raccontato il suo giro intorno al mondo, in 860 giorni, in bici, a piedi, in autostop, con un budget di 10 euro al giorno. Un viaggio che ha cambiato Raffaele in tutto, pur rimanendo sempre lo stesso: “Ogni giorno ho avuto l’opportunità e il privilegio di crescere influenzato da luoghi, persone e culture diverse. Per uno che si sente figlio del mondo non esiste cosa più bella!”
A cura di Nicole Cascione
Raffaele, sei reduce dal tuo giro del mondo in bici. Andando indietro nel tempo, quando è nata l’idea di questa avventura?
Il giro del mondo è stato affrontato in tanti modi, uno di questi è stato in bici, ma l’idea al principio non includeva nessun mezzo a due ruote. In realtà un viaggio del genere non si può programmare e infatti mi sono ritrovato prima in Myanmar a pedalare, poi in Vietnam con un motorino, poi di nuovo in bici in Sud America, ma niente era stato programmato prima, nemmeno immaginavo di poter fare quei chilometri in bici in quelle condizioni, è venuto tutto in maniera spontanea. Avevo bisogno di qualcosa di più forte. In Cambogia mi ero messo alla ricerca di un carrello per attraversare a piedi tutto il paese, ma i tempi ristretti del visto mi hanno fatto cambiare modalità. Diciamo che un’idea non c’è mai stata, è arrivata in viaggio, ma la bici è stato il mio primo “giocattolo” da piccolo, grazie a mio nonno che aveva un negozio dove vendeva e riparava i mezzi a due ruote. È stato lui a trasmettermi questa passione da subito. E chi l’avrebbe mai pensato che un giorno sarebbe stato il mio mezzo di trasporto per viaggiare! Ho tanto per cui ringraziare quel fantastico uomo.
Per affrontare tanti km in bici ti sarai sicuramente preparato fisicamente. Raccontaci qualcosa…..
Per niente, anzi, non facevo un’attività sportiva così intensa da oltre dieci anni, la preparazione l’ho fatta man mano che viaggiavo. Sono partito con pochi chilometri al giorno fino a farne anche 150 in un giorno solo e sotto il sole cocente del deserto della Colombia. Una volta ricordo di aver pedalato circa 10 ore senza fermarmi, arrivato alla frontiera Argentina/Cile, dove mi vietarono l’ingresso visto l’orario, mi suggerirono di riposare dopo gli oltre 100km che avevo già fatto e il giorno dopo entrare nell’altro Paese… In realtà io volevo pedalare ancora e ancora. Non mi sarei mai fermato fosse stato per me. Oggi invece dedico gran parte della mia vita allo sport, all’arrampicata e alla bici. Ho cambiato totalmente il mio stile di vita e dirla tutta non mi sono mai sentito così bene.
La domanda che solitamente in questi casi molti si pongono è: come sei riuscito a sostenerti economicamente in questo lungo periodo?
Ho cominciato a lavorare quando ancora minorenne, facendo l’animatore nei villaggi turistici. Poi appena maggiorenne ho lavorato 12 anni nel settore dell’ingegneria clinica prima di licenziarmi definitivamente. Non ho mai seguito le mode o fatto spese pazze per uno smartphone (basta pensare che con il prezzo di uno smartphone top di gamma puoi stare nel sud est asiatico per mesi). Ma sono partito con meno di 10 mila euro e il budget che avevo era di 10 euro al giorno. Inoltre ho fatto tanti lavori in cambio di vitto e alloggio e raccoglievo soldi suonando la chitarra in piazza o tra i tavoli dei ristoranti. Mi sono fatto pagare per avere selfie (in Asia ti chiedono spesso una foto con loro e ho pensato di approfittarne) facendomi pagare 10 rupie a foto. Mi ricordo d’aver vissuto nove giorni semplicemente facendomi fotografare. Ho sfamato le scimmie nasiche in un parco nazionale in Indonesia, ho imbiancato staccionate in un impianto turistico e suonato le percussioni in Malesia.
Cosa ti sei portato dietro in questo viaggio?
Tre pantaloni, tre magliette, un piumino, una giacca guscio antivento, lampada frontale, tenda, sacco a pelo, materassino, copriletto sottile per dormire su altri letti e sui treni, coltellino, una corda, smartphone a action caméra, power bank, occhiali da sole. Il settaggio per la bici l’ho costruito sulla strada: con l’aiuto di un dolce fabbro colbiano ho disegnato e costruito un carrellino da attaccare alla “prima bici sud americana”, ho preso una bocca fornellino da avvitare sulle piccole bombole per potermi cucinare, un pentolino, un paio di coltelli più grandi, qualche ferraglia per riparare la bici, una camera d’aria di scorta. La seconda bici presa in Cile, quella per la Patagonia non aveva il carrellino, ma due zaini laterali con abbigliamento caldo per dormire: calze e calzamaglia termica, un sacco a pelo più caldo e due paia di guanti, uno per il freddo e un altro paio a dita mozze per ogni occasione. Poi varie chitarre piccole: la prima in Thailandia che ho poi lasciato in Indonesia, una in Colbia che ho scambiato con un altro modello in Ecuador e una in Bolivia che è tornata poi con me fino in Italia.
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Qual è l’incontro più bello che hai fatto?
Gli incontri più belli sono stati con ogni singola tribù, i Mentawai in Indonesia, i tagliatori di teste in India, gli agori a Varanasi, le famiglie che mi hanno aiutato spontaneamente aprendomi le porte di casa, la famiglia Rainbow all’incontro mondiale nella Sierra Nevada, Vivienne che ha lavorato alla copertina del mio libro e che ancora oggi mi supporta, stando al mio fianco. E tante altre persone che giorno dopo giorno sono state parte di questo lungo viaggio.
E quali sono invece le difficoltà che hai affrontato?
Mi sequestrarono in Vietnam, mi ritrovai a pochi metri da una scuola al confine India/Myanmar dove ci fu un attentato con un ordigno esplosivo, un attentato alla scuola di Polizia a Bogotà, un machete alla gola a Isla Barú (Colombia), la sanguinosa rivolta cilena a Santiago. Per quanto riguarda i trekking dell’Himalaya o le tigri che si sentivano la notte in Cambogia non le ritengo difficoltà, ma ricordo ancora adesso la paura di quei momenti.
Un aneddoto curioso che ti è capitato?
Ce ne sono tanti. Ricordo però la tribù dei tagliatori di teste che non mi accettò, per poi accogliermi a braccia aperte quando mi presentai con la mia futura sposa indiana (che in realtà era una giornalista che voleva studiare da vicino quella tribù e mi aiutò ad entrare). E quello fu solo l’inizio di quell’avventura.
Ci sono stati dei momenti in cui hai pensato: ma chi me l’ha fatto fare?
Sì! Mentre pedalavo sotto il sole della Guajira in Colombia o nel freddo della Patagonia. Ma alla fine c’è sempre qualcosa che ti fa stare meglio e ti fa capire che è quella la strada, nella natura a contatto con il mondo reale. Se sto bene così allora vuol dire che sto facendo bene.
Che emozione hai provato al termine di questo lungo viaggio?
Le emozioni più grandi le ho provate rileggendo i miei diari mentre lavoravo alla scrittura del libro. Ho avuto momenti dove mi son dovuto fermare dall’emozione, dove le lacrime bagnavano le vecchie pagine piene di inchiostro. È stato un continuo emozionarsi, prima del viaggio, durante e dopo.
Dopo un anno in stand-by, come è ripresa la tua quotidianità?
Ho prima presentato il mio libro in giro per il paese e poi mi son dedicato alla pizza. E ora ti spiego perché! Essendo campano ho trovato tante persone in svariati Paesi che mi chiedevano la pizza, dando per scontato che la sapessi fare, ma la realtà è diversa. Quindi ho deciso di dedicarmi completamente a questo e ora vivo a Parigi e lavoro nella pizzeria più importante della città. Voglio imparare e apprendere il più possibile, raccogliere soldi e prepararmi per la prossima avventura.
Come e in cosa è cambiato Raffaele dopo questa avventura?
Credo di essere cambiato in tutto, ma di essere comunque lo stesso. Ogni giorno ho avuto l’opportunità e il privilegio di crescere influenzato da luoghi, persone e culture diverse. Per uno che si sente figlio del mondo non esiste cosa più bella!
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