Joel: l’importanza di vivere nel presente
A cura di Maricla Pannocchia
Nato e cresciuto negli Stati Uniti, Joel ha iniziato a viaggiare sin da piccolo grazie alla musica, che lo ha portato a esibirsi con le orchestre in varie parti del mondo. Quelle esperienze lo hanno plasmato e, grazie anche agli incontri con grandi saggi viventi e a periodi trascorsi in una comunità in Canada o in Brasile, Joel ha intrapreso un percorso di crescita spirituale che lo ha portato, fra le altre cose, a fondare Hariharalaya Yoga & Meditation Retreat a Siem Reap, Cambogia.
Nonostante le difficoltà dei primi anni, Joel non si è mai arreso e, dal 2012, Hariharalaya Yoga & Meditation Retreat ha offerto più di 500 ritiri a migliaia di persone da ogni parte del mondo. Le recensioni cinque stelle parlano per conto loro ma Hariharalaya Yoga & Meditation Retreat non è solo un centro per lo yoga o il benessere ma un luogo in cui risvegliarsi e imparare a vivere nel presente.
La presenza, infatti, è alla base degli insegnamenti di Joel. Il futuro prevede vari passi in avanti per Hariharalaya Yoga & Meditation Retreat, Joel e la sua famiglia allargata ma, dentro, l’uomo mantiene lo scopo di sempre. Praticare quotidianamente per ripulire corpo, cuore e mente, esattamente come laviamo i nostri abiti o i denti.
Attraverso la purificazione, è possibile raggiungere la vera vitalità, quella che scorre in maniera fluida, ed essere davvero noi stessi. Questo è ciò che conta davvero nella vita – non i soldi, non il potere – ma l’essere tutt’uno con l’universo e il germogliare in maniera naturale, come un albero che fiorisce senza sforzo.
Ciao Joel, raccontaci qualcosa di te. Chi sei, da dove vieni…
Sono nato in una famiglia della classe media dei sobborghi di Philadelphia, nella costa orientale degli Stati Uniti. Sono cresciuto in un ambiente ebraico e, a 6 o 7 anni, ho iniziato a studiare musica classica e a praticare sport come tennis, baseball e basket.
Sin da giovane, sono sempre stato un amante dell’apprendimento, della scoperta e della lettura. Quando avevo 13 o 14 anni ho scoperto la mia passione per le lingue e, da lì, tutto ha cominciato a fluire. Già prima di finire il liceo parlavo fluidamente sia il francese sia lo spagnolo.
Grazie alla musica, ho potuto girare il mondo, suonando in varie orchestre giovanili di alto livello. La maggior parte delle persone che ho conosciuto in quell’ambiente poi ha frequentato scuole come la Julliard, suonando in orchestre ovunque nel mondo.
Quando avevo circa 15 anni, poi, ho avuto un mentore che è stato un allievo di Chögyam Trungpa Rinpoche, che mi ha introdotto ai mantra, al Dharma e ai testi spirituali. Ho iniziato ad approcciare le opere dei Maestri, le poesie e la bellezza del momento presente. Da lì, ho iniziato a sviluppare una profonda sete di verità.
Ho imparato a vivere nel momento presente, dedicandomi totalmente a ciò che stavo facendo, per poi passare all’attività successiva e continuare così. Vivo così ancora oggi, immergendomi nel momento presente, seguendo il mio cuore e la mia passione. Non ho imboccato quella strada per via della società, della famiglia o delle credenze religiose ma ho sempre seguito il profondo desiderio di fare esperienza della verità.
In che modo ti hanno influenzato i viaggi che hai fatto da giovane?
Viaggiare sin da ragazzo è stato molto importante per me. Quando ho lasciato gli Stati Uniti per la prima volta, non c’era Internet come lo conosciamo ora e mi si è come aperta la porta su tanti altri mondi diversi. Viaggiando, ho scoperto culture e credenze differenti dalle mie, oltre che altri modi di vivere.
Imparare le lingue mi ha permesso di accedere più facilmente a quei mondo e di farlo in una maniera che non mi sarebbe stata possibile, se non avessi saputo parlare la lingua locale. Per quanto riguarda lo spagnolo, passavo ore ogni giorno a ripetere le coniugazioni dei verbi: yo hablo, tú hablas, él habla, nosotros hablamos, ustedes hablan…
I viaggi mi hanno permesso di sperimentare tante culture diverse fra loro e, per questo, sono stati fondamentali, per me. La vita in comunità, invece, mi ha portato a un altro tipo di viaggio – quello interiore. Nei vari luoghi in cui ho vissuto – Quebec (francese), Brasile e Cambogia – ho sempre parlato la lingua del posto, entrando veramente in contatto con le persone del luogo. In ogni posto, ero uno straniero, eppure, ho scoperto che la mia casa è ovunque.
Hai accennato al Quebec. Puoi raccontarci la tua esperienza lì?
Nel 1998, mi sono trasferito a Montréal per studiare all’Université de Montréal, una grande università francofona con circa 50.000 studenti. Avevamo un professore, Igor Mel’čuk, che era un genio della linguistica e aveva fondato la Meaning–Text Theory. Durante quegli anni, ho avuto l’opportunità di lavorare sulla semantica e sulla teoria dei dizionari con dei brillanti ricercatori.
Ho lavorato anche al progetto di un dizionario bilingue, che ha incluso oltre 80 definizioni, collaborando con i massimi esperti della linguistica basata sul significato, in contrasto con quella chomskyana, basata sulla forma.
L’esperienza a Montréal mi ha offerto anche una grande ricchezza culturale. La città è molto accessibile e le persone sono aperte. I seminari a cui prendevo parte duravano tre ore l’uno e l’ho trovato un ottimo modo per imparare. Ho preso parte anche a delle conferenze di linguistica all’estero, e, poiché durante il mio corso di laurea avevo seguito tutte le materie del master, mi è stato concesso di passare direttamente al corso di studi post-laurea.
In quel periodo, inoltre, ho scoperto il potere del silenzio. Ho capito che non volevo passare la mia vita a “smontare” il linguaggio per gli altri così ho lasciato perdere tutto e mi sono trasferito in Brasile.
A Montréal ho scoperto anche la mia passione per la danza, la poesia di Leonard Cohen, la musica e la scrittura. In quegli anni – attraverso il silenzio, le pratiche psichedeliche e altre – ho sperimentato molto con la mia coscienza.
Nel 1999 sono stato iniziato al sentiero tradizionale del Kriya Yoga. Ho sentito sin da subito che quella era la mia chiamata e ho imboccato quella strada senza alcun indugio.
Cos’hai fatto dopo aver lasciato l’università?
Una volta lasciata l’università, sono andato a vivere in Brasile. Lì, ho fatto apprendistato con orafi, tagliando pietre preziose e semi-preziose e creando gioielli bellissimi. Mi sono anche formato nel Reiki, nei massaggi, nell’agopuntura e in altre tecniche di guarigione.
Ho vissuto in una comunità intenzionale, dove praticavamo il digiuno, l’uso delle piante medicinali e diversi approcci terapeutici. Più tardi, quando sono tornato negli Stati Uniti, ho trascorso tre anni in un centro di ritiro contemplativo. Ci sono stato un anno come studente e un altro anno come apprendista in cucina, per poi lavorare lì a tempo pieno.
La comunità era attiva da 90 anni e accoglieva persone da tutto il mondo. Io, a poco più di 20 anni, ero il più giovane, mentre gli altri avevano quasi tutti fra i 40 e i 60 anni. L’ambiente era molto ricco dal punto di vista spirituale e lì ho imparato molto sull’ospitalità e la facilitazione.
Dopo aver lasciato la comunità, ho vissuto per quasi un anno in un ashram, poi sono andato su delle isole per circa sei mesi, dove ho tradotto libri e praticato la sadhana. Ho anche viaggiato con dei miei insegnanti, saggi provenienti dall’India, e da allora ho trascorso gran parte della mia vita con loro negli ashram, nei ritiri e nei pellegrinaggi.
Tutte queste esperienze — il lavoro in cucina, il giardinaggio, le lingue, la giocosità, la danza, la musica, il cammino spirituale — si sono intrecciate in modi che non avrei potuto immaginare. Il mio obiettivo non è mai stato quello d’insegnare o di guidare altre persone ma è sempre stato quello di vivere pienamente, formarmi e raggiungere l’Illuminazione, anche se questo avesse richiesto molto tempo.
Le opportunità sono arrivate spontaneamente. Non sono state frutto delle mie scelte.
Ora vivi in Cambogia. Cosa ti ha portato qui?
In realtà, mi ero trasferito in India con un visto dalla durata di 10 anni. In quegli anni, però, era necessario lasciare il Paese ogni sei mesi, per almeno due mesi. Io non lo sapevo e, quando l’ho scoperto, ho dovuto lasciare l’India in tutta fretta, senza sapere dove andare.
Sono finito su una piccola isola con una famiglia di devoti di Krishna che seguivano una dieta crudista, ma la situazione era difficile e alla fine sono stato derubato. A quel punto, ho ricevuto un messaggio di un vecchio amico che mi aveva scritto: “Sono a Siem Reap, vieni a trovarmi”.
Non sapevo molto della Cambogia – avevo sentito parlare solo di Angkor Wat e dei Khmer Rouge – ma ho deciso di andarci per due settimane. Sono passati 15 anni da allora, e sono ancora qui. Appena arrivato nel Paese, ho percepito un forte senso di apertura e bellezza che mi accompagna ancora oggi.
Dopo aver ascoltato la musica tradizionale cambogiana – suonata con uno strumento a fiato di legno, simile a un oboe, suonato con respirazione circolare – ho deciso di rimanere più a lungo del previsto perché quella musica mi aveva toccato così tanto l’anima da farmi provare il bisogno d’imparare a suonarlo. Ho trovato un’organizzazione che insegnava musica e danza tradizionale, dove mi sono offerto come volontario: insegnavo teoria musicale occidentale e imparavo gli stili cambogiani.
In Cambogia, ho percepito quasi da subito una forte energia spirituale e ho cominciato a cercare dei saggi. Sono stato per giorni in una vecchia pagoda vicino ad Angkor Wat, con dei monaci, in silenzio. Dopo un ritiro, sono stato colpito da una visione, chiara e improvvisa come un fulmine: creare un centro per il risveglio spirituale. Avevo solo 500 USD con me ma, pian piano, tutto ha cominciato a prendere forma.
I primi anni sono stati duri – la notte guidavo una moto mezza rotta, senza fanali, per andare a insegnare inglese e riuscire a pagare l’affitto. Dopo un anno e mezzo dalla sua apertura, però, il centro ha iniziato a decollare e da allora è in costante crescita.
Puoi parlarci del tuo percorso spirituale?
Il mio percorso spirituale fa parte della mia vita. Posso dire che ho cominciato nell’infanzia, quando avevo una forte curiosità e una grande passione per l’apprendimento. Sin da bambino, sono sempre stato onesto. Non mi è mai piaciuto mentire, prendere in giro gli altri o anche solo guardare le commedie. Mi piaceva leggere, ascoltare la musica e scoprire sempre cose nuove.
Quando avevo circa 15 anni, ho avuto un mentore, John Brown, che mi ha introdotto ai mantra e al Dharma. Più o meno nello stesso periodo, i miei genitori hanno divorziato. Il loro è stato un divorzio difficile e sfiancante, che mi ha reso distaccato e resiliente.
A 19 anni ho ricevuto l’iniziazione al Kriya Yoga e ho iniziato a dedicarmi anche agli insegnamenti Sri Aurobindo, studiando per anni i suoi scritti enciclopedici. Da allora, pratico quotidianamente. Medito e leggo gli insegnamenti spirituali con la stessa tenacia e la stessa ripetizione di un atleta che si allena.
Ho vissuto anche delle esperienze mistiche. Mi sono accorto che, a volte, il mio respiro diventava così flebile da fermarsi e mi ritrovavo in stati di coscienza alterata. A volte, l’energia era così intensa da farmi ammalare gravemente. Ricordo una volta in cui sono perfino finito in ospedale ma i medici non hanno trovato alcuna causa organica al mio malessere.
Quando vivevo in Brasile, ero completamente immerso nella poesia e nella creatività. Tenevo un diario naturalistico e praticavo la disciplina spirituale. Al centro di ritiro Pendle Hill, ogni giornata con la comunità era scandita da tutto questo.
Come ho già accennato, nel 2005-2006 ho iniziato a viaggiare per l’India al seguito dei vari saggi che conoscevo. Ho continuato la mia pratica spirituale per circa due decenni, limando il mio ego attraverso il servizio, connettendomi con gli altri e apprendendo da grandi maestri. Trovarsi in presenza di grandi saggi illuminati è qualcosa di unico. Questi maestri trasmettono un livello di pace e beatitudine così intenso da arrivarti tramite il silenzio. Questo favorisce il tuo risveglio e la tua purificazione in un modo unico.
In un certo senso, la ricerca dei saggi è la mia dipendenza, la mia devozione. Li cerco per assorbire dalla loro presenza, di modo da vivere questa vita come un continuo cammino spirituale. Non c’è separazione fra la vita spirituale, quella familiare o quella lavorativa. È tutto uno.
Raccontaci le origini dell’Hariharalaya, il centro per ritiri spirituali che hai fondato…
Tutto è accaduto quasi per caso. Quando ho lasciato la pagoda, ho avuto una sorta di visione. Avrei dovuto creare un centro dedicato al risveglio spirituale. Poco dopo, ho incontrato una persona che mi ha detto che c’era una proprietà in affitto, molto fuori dal centro di Siem Reap.
Ci siamo andati a bordo di una vecchia jeep militare, passando accanto a uno dei templi di Angkor. Abbiamo bevuto dalle noci di cocco e poi siamo arrivati in una casa, nel mezzo di un villaggio. Non appena l’ho vista, ho capito che quella era la struttura giusta per dar vita al mio progetto.
All’inizio, vivevo con tre giovani russi e ognuno di noi pagava 500 USD di affitto. Nel giro di un paio di mesi, però, gli altri se ne sono andati. Rimasto solo, mi sono ritrovato a pulire la struttura e costruire tutto da zero. Non avevo neanche un sito web, stampavo i volantini e li distribuivo in giro per la città. Anche quando ho avuto un incidente, che mi ha costretto a rimanere a letto per un paio di mesi perché mi ero fatto male al ginocchio, non mi sono fermato.
I primi anni sono stati veramente duri ma, nel 2012, il centro ha iniziato a crescere rapidamente. Abbiamo sempre fatto tutto con le nostre forze, non abbiamo mai organizzato raccolte fondi, e, grazie a quelli che chiamo “miracoli”, siamo sempre riusciti a sopravvivere, perfino durante il Covid-19.
Quali sono le basi dei tuoi insegnamenti?
Il fondamento dei miei insegnamenti è la presenza. La presenza è ritmo e la vita stessa è composta dal ritmo. Il respiro, le emozioni, i movimenti, il modo in cui cammini o quello in cui trattieni la tensione… tutto è ritmo. Per vivere bene, dobbiamo far sì che questo ritmo sia sano.
Ogni giorno, ci laviamo i nostri denti o laviamo i nostri vestiti. Ecco, dobbiamo iniziare a prenderci cura anche della nostra mente, del nostro cuore e del nostro corpo, proprio come facciamo con i denti e gli abiti. Si tratta di una pulizia interiore che porta pace, felicità e ci fa sentire a casa dentro noi stessi.
La nostra mente non riesce a vivere nel presente – è sempre proiettata nel passato o nel futuro. Per questo, dobbiamo coltivare la consapevolezza, che è superiore alla mente. Allenandoci nella concentrazione, nella respirazione, nella stabilità e nella semplicità del momento possiamo raggiungere uno stato di consapevolezza.
Gli insegnamenti che condivido si chiamano Sentiero della Presenza e della Vitalità. Quando siamo profondamente presenti, fioriamo e ci sentiamo più vitali. La presenza è la radice, la vitalità è il fiore.
Lo yoga, nel suo senso più alto, significa unione. Attraverso la sua pratica armonizziamo il nostro Sé con tutto ciò che esiste. Le posture fisiche rappresentano solo una piccola parte dello yoga e sono concepite come forme di purificazione. Nella società moderna, spesso lo yoga è usato come strumento di esibizionismo ma il vero yoga non ha niente a che fare con la bravura nel tenere le posizioni ma riguarda il risveglio del corpo, del cuore e della mente.
La meditazione è essenziale e non è qualcosa “da fare” ma un processo naturale che nasce quando si smette di agire verso l’esterno. La digestione accade da sé e lo stesso dovrebbe essere per la meditazione. Nella meditazione, corpo e mente si dissolvono nella presenza.
La meditazione, quindi, è un viaggio nell’ignoto che va oltre le parole e porta a un’esperienza diretta della coscienza.
Cosa rende i vostri ritiri unici?
Hariharalaya è un centro basato sulla famiglia e sul senso di comunità. Fin dall’inizio, mia moglie — che ho conosciuto nel 2011 e sposato nel 2013 — e la sua famiglia allargata sono stati attivamente coinvolti nel progetto. Adesso, molti nostri collaboratori sono propri cognati, cognate, nipoti e altri familiari.
Viviamo tutti insieme, condividiamo i pasti e un processo intenso. I ritiri che offriamo non sono semplici corsi di yoga ma si tratta di una facilitazione profonda, per favorire la nascita interiore. Poiché i percorsi sono intensi, solo il 20-30% degli insegnanti riesce a rimanere a lungo termine.
Nei primi anni, arrivavamo a organizzare fino a 52 ritiri all’anno — uno a settimana. Più tardi, ci siamo stabilizzati attorno ai 36 ritiri l’anno. Da quando abbiamo aperto a oggi, abbiamo dato vita a oltre 500 ritiri.
Posso dire che quello che rende unici i nostri ritiri è il viaggio in sé. Si tratta di un viaggio di risveglio in cui ogni elemento fa parte di un curriculum integrato. Dalla danza estatica alle meditazioni ai templi di Angkor passando per la festa in piscina, ogni aspetto fa parte di un qualcosa di più ampio.
I ritiri solitamente durano 6 giorni ma, data la loro potenza, sembra di vivere un mese, all’interno di una sola settimana. Inoltre, i ritiri pongono l’accento sulla condivisione autentica, sulla creatività, sul gioco e sul silenzio oltre che sulle esperienze culturali, come ascoltare la musica cambogiana o partecipare alle benedizioni.
Anche il cibo è una parte cruciale dei ritiri. Questo è sano, nutriente e servito in un’incantevole atmosfera. Già dal primo giorno, il senso di comunità è forte e spesso i partecipanti dicono che questi ritiri sono trasformativi, capaci di cambiare in meglio la vita di una persona.
Ad oggi, Hariharalaya conta circa 30 membri dello staff cambogiani, molti dei quali sono con noi da 12-14 anni. Siamo cresciuti insieme, come una vera famiglia. All’inizio, queste persone non avevano alcuna formazione professionale ma, attraverso anni di dedizione, sono diventate altamente qualificate. Ora, tutti i membri dello staff vivono ogni ritiro con il cuore.
Hariharalaya non è né un resort né una Spa. Non è un posto in cui praticare “yoga per l’ego” ma è un programma autentico e olistico pensato per aiutare le persone a uscire dalla loro zona di comfort, a riconnettersi con sé stesse e a risvegliarsi alla presenza e alla vitalità.
Quali sono i piani futuri per l’Hariharalaya?
Hariharalaya è diventato più di un semplice centro – è un vero e proprio movimento per la presenza e la vitalità. Quest’anno ci stiamo concentrando sui libri e le traduzioni di testi sulla quiete, la calligrafia ma anche un ricettario fotografico e una serie di altri lavori tratti da discorsi che abbiamo già registrato.
Stiamo lavorando anche sull’espansione verso la guarigione. In quest’ottica, stiamo costruendo un centro di benessere radicale, l’Angkor Float Sanctuary, che prevede vasche per il galleggiamento e varie sale trattamenti per guaritori internazionali in grado di offrire la guarigione sciamanica, la terapia del suono, quella biodinamica craniosacrale, l’agopuntura e molto altro.
Una volta in cui tutto questo sarà stabile mi piacerebbe creare un altro centro, magari vicino all’oceano, qui in Cambogia o anche all’estero. Penso a posti come l’Africa o il Sud America. Ogni centro sarebbe diverso dagli altri e si focalizzerebbe su aspetti diversi, come la natura o la creatività, sempre radicati nella presenza e nella vitalità.
Voglio anche essere più attivo online, pubblicando articoli su vari argomenti e scrivendo su LinkedIn. L’obiettivo è far conoscere il nostro lavoro non solo come centro per lo yoga o il benessere ma come una metodologia radicale di salute e apprendimento.
Perché hai scelto proprio la Cambogia?
Come ho raccontato, non è stata una scelta pianificata ma, quando sono arrivato qui, mi sono sentito a casa. Questa terra è così aperta, così fertile, così bella. È come se tenessi in mano un seme e, prima ancora di piantarlo, questo seme è già germogliato.
Mi sembra di essere in paradiso – la gente, lo stile di vita, l’ambiente tropicale… Ho vissuto in villaggi senza elettricità, parlando più Khmer che inglese, e ho cresciuto mio figlio come un cambogiano. Mia moglie è cambogiana e la mia famiglia allargata è diventata parte di me.
Potrei dire che non sono stato io a scegliere la Cambogia. Il Paese ha scelto me. Sento di aver vissuto molte vite qui e percepisco questa mia vita attuale come un ritorno a casa.
I templi di Angkor, poi, non sono semplicemente monumenti, ma sono dei veri e propri portali energetici, collocati con precisione e contenenti materiali preziosi. Si tratta di microcosmi dell’universo e del nostro stesso corpo. Anche se danneggiate, le loro griglie energetiche restano attive. Meditare in questi templi significa entrare in quella griglia, in quell’allineamento.
I templi di Angkor non sono stati costruiti per essere ammirati ma per fare un lavoro sacro e, ancora oggi, sono portali attivi per la connessione e l’attivazione.
Cosa significa, per te, essere davvero vivi?
Essere pienamente vivi significa essere totalmente sé stessi. Non ha a che fare con la distrazione o l’indugenza, e neanche con il divertimento sfrenato nel fine-settimana. È una vitalità tranquilla e radiosa che irradia dal cuore.
Per capire meglio, possiamo guardare la natura. Pensiamo a un albero che fiorisce completamente, splendendo di vitalità. Gli animali e i bambini spesso incarnano questa vitalità in maniera naturale. Quando gli animali sono tenuti in cattività, però, la loro vitalità può diminuire. Lo stesso accade a noi umani, che viviamo come animali in cattività, disconnessi dal nostro vero Io.
La vitalità fluisce senza sforzo, come nel caso di un atleta allenato che si muove con grazia e precisione. È qualcosa di regale, che contiene un potere profondo e reale. Dobbiamo praticare quotidianamente, pulendo il nostro corpo, il nostro cuore e la nostra mente, proprio come laviamo i denti o gli abiti. Se non lo facciamo, la nostra mente e il nostro cuore continuano a essere pieni d’immondizia. Quando ci purifichiamo, invece, diventiamo più leggeri e ci sentiamo in pace, veramente a casa, dentro noi stessi.
Essere semplicemente, autenticamente sé stessi è la più grande gioia che possa esistere. Proviamo ed emaniamo pace, saggezza e amore. Quella è l’unica medicina per i nostri problemi. Puoi avere tutti i soldi del mondo, puoi essere una persona al potere, ma, se non sei veramente te stesso, questo non ha alcun valore.
La via verso questa vitalità passa attraverso la presenza. Quando siamo veramente presenti, quando viviamo da uno stato di consapevolezza e dimentichiamo noi stessi, siamo pienamente vivi.
