Trasferirsi a vivere in Provenza

Partita dall’Umbria vent’anni fa, dal 2004 vive a Aix-en-Provence. «In Francia – ci racconta – ci sono molte possibilità lavorative soprattutto per gli insegnanti»

Di Enza Petruzziello

In bilico da 20 anni tra Provenza, Umbria e Germania. Si presenta così Barbara Miliacca, traduttrice professionista e una passione sfrenata per la buona tavola, le lingue e la scrittura. Nata a Terni nel 1972, Barbara vive dal 2004 a Aix-en-Provence – nel sud della Francia e patria del pittore Cezanne -, dopo aver girovagato per l’Europa lavorando, facendo stage, incontrando gente interessante. Ma anche vivendo crisi di nostalgia, intervallate da più saggi periodi di entusiasmo per la sua expat life. Torna regolarmente in Umbria, dove ha salde radici famigliari e gastronomiche, e in Germania, Paese che ha molto amato e dove ha incontrato suo marito nel 1995, tedesco, e anche lui expat per vocazione.

Oggi ha 3 figli, un lavoro portatile e un blog irriverente – Quassù e Laggiù – in cui racconta la sua esperienza doppiamente estera con sprazzi di nostalgia gastronomica umbra. Collabora occasionalmente con bab.la e lexiophiles scrivendo articoli umoristici legati agli aspetti linguistico-antropologici della sua expat life. D’altronde la vita di Barbara è stata tutta un viaggio e dal viaggio scandita, fin da quando giovanissima lascia l’Umbria per fare l’Erasmus a Bonn. Un anno molto intenso che cambia tante cose, in primis il suo status di single. Dopo la Germania, è la volta di Londra per svolgere uno stage in un tour operator italiano che – come racconta sul suo blog – “non pagava”. Quindi fuga a gambe levate e via a Tolosa dove rimane per 18 mesi. Qui insegna italiano e inglese, fa da guida turistica in un museo dello spazio e svolge uno stage in una famosa agenzia pubblicitaria.

«Poi, all’improvviso, una strana sensazione di mancanza mi ha fatto cambiare rotta – spiega Barbara -. Così torno in Italia e vado a Torino lavorando come web writer per una sgangherata e-company e colpo di fulmine per l’austera e sfuggente città sabauda». Nonostante questo decide di ritornare in Germania insieme a suo marito. A Ottobrunn trascorre tre anni «meteorologicamente penosi, intenso lavoro in un’azienda di moda tedesca, nonché prima gravidanza». Da 16 anni ormai è in Provenza con sentimenti contrastanti: meraviglia per la bellezza provenzale, pericolosissima voglia di Italia che avanza.

Barbara Miliacca

Barbara, la tua vita è stata un viaggio e dal viaggio è stata scandita. Hai vissuto in tantissime città europee: Londra, Bonn, Tolosa, Monaco, Torino e ora Aix-en-Provence. Che cosa rappresenta per te il viaggio?

«Innanzitutto ciao e grazie per questa intervista! Da traduttrice pedante e pignola – chiedo venia – vorrei precisare che ho vissuto in molte città e in diversi Paesi europei – Germania, Inghilterra, Francia -, ma non ho viaggiato molto. Per me il viaggio da turista è molto diverso dal soggiorno, permanenza in un’altra nazione o città. Il primo è vissuto con leggerezza e con la confortante certezza di un ritorno tra le cose e le persone di sempre. Chi decide di partire e andare a vivere altrove deve invece armarsi di coraggio e ricominciare da zero: nuovi amici, nuova lingua, nuovo lavoro e via dicendo. Situazioni entrambe eccitanti e arricchenti, ma decisamente diverse».

E tu hai deciso di ricominciare da zero. Ormai da 14 anni vivi in Provenza. Perché tra i tanti Paesi e luoghi in cui hai vissuto, la scelta è ricaduta su questa zona della Francia?

«Come spesso accade, è stata la vita a scegliere per me, anzi per noi. Nel 2003, dopo 3 anni di Germania, mio marito – tedesco, incontrato a Bonn nel 1995 durante l’Erasmus e “fidanzato a distanza” per quasi un lustro – ricevette un’offerta di lavoro in Provenza. Io ero diventata mamma da poco e avevo lasciato il mio lavoro a Monaco di Baviera, per cui ci siamo detti “Warum nicht?” (Perché no?). Poi è nato il secondo figlio, quindi il terzo, e le valigie si sono fatte improvvisamente troppo pesanti per decidere di partire ogni 3 anni come facevo/facevamo prima».

Quando hai capito che la tua vita sarebbe stata altrove e non in Umbria?

«Ho avuto due momenti epifanici di tipo centrifugo: il primo a 12 anni, quando ascoltai Careless Whisper e mi innamorai perdutamente di George Michael. In quel preciso istante decisi che avrei imparato l’inglese (prima passione linguistica) e che sarei andata a vivere a Londra. Seconda rivelazione: a 17 anni, seduta sul letto una domenica come tante, dissi ispirata a mia cugina: “Sogno di vivere in un posto in cui posso parlare più lingue nell’arco della giornata”. Non avrei mai immaginato di riuscire a coronare questo sogno. Sto avendo altri momenti epifanici, ma stavolta di tipo centripeto».

Che cosa ti ha colpita di più dei tanti posti in cui hai vissuto?

«Di Londra mi colpì moltissimo lo stile di vita frenetico. I primi tempi mi divertivo a osservare i passeggeri nella Tube che leggevano in piedi tenendo il libro a 3 centimetri dal naso, evitando accuratamente il contatto fisico. E poi la multi etnicità, allora poco presente in Italia. Ti parlo del 1999: vivevo a Cable Street, zona a quei tempi insalubre e malfamata, in una casetta con giovani di 5 nazionalità diverse – una spagnola, una giapponese, un olandese, un marocchino e un sudafricano – e una miriade di topini che giravano indisturbati a ogni ora del giorno e della notte.

Della Germania (1995/’96) mi rimase impressa la ricerca ossessiva e surreale della perfezione. Vivevo in uno studentato a Bonn, nel quartiere di Bad Godesberg. Era una zona verdissima ed elegante, e all’esterno di ogni edificio troneggiavano i bidoni colorati della raccolta differenziata. Ero affascinata e intimorita ogni volta che dovevo gettare l’immondizia. Una volta chiesi per scherzo a una collega di università in quale bidone dovessi buttare la gomma da masticare. Lei mi guardò perplessa e sussurrò imbarazzata che non lo sapeva (keine Ahnung!). Avevamo i topi anche nello studentato, a ripensarci bene mi hanno seguita ovunque negli anni ’90. Quando proposi di acquistare il veleno il mio vicino di stanza mi fulminò: per lui ero una sadica antianimalista. Decidemmo quindi di convivere con la bestiola.

Il mio primo soggiorno in Francia risale invece al 1998, a Tolosa. Allora mi rimasero impresse due cose: il numero considerevole di clochard a ogni angolo e la loro imperturbabile cortesia, quella politesse francese che condisce i rapporti umani, ovunque e sempre. Del mio secondo soggiorno (dal 2003 ad oggi) mi colpirono e mi colpiscono tuttora le divisioni tra quartieri “bene” e quartieri popolari (cité), tra scuole pubbliche e scuole private, tra università e Grandes Écoles, tra ristoranti carissimi e brasserie di bassa qualità; insomma il forte divario tra le classi sociali, presente in ogni aspetto della vita quotidiana.

Dal 2004 abiti a Aix-en-Provence, nel sud della Francia e patria del pittore Cézanne. Che tipo di città è? Come si vive qui?

«Aix-en-Provence è graziosa, snob e cara. È molto turistica, rinomata per le sue fontane, il notevole patrimonio artistico e le varie iniziative culturali, ad esempio il Festival d’arte lirica. Sicuramente è una cittadina vivace, ma ribadisco molto cara e con un rapporto qualità/prezzo a dir poco discutibile, in particolare nel settore immobiliare. Dal punto di vista dell’accoglienza devo dire che si sente molto la vicinanza dell’Italia, è davvero impressionante il numero di provenzali di origine italiana. A un primo approccio, la simpatia nei nostri confronti è palpabile. Poi, approfondendo le relazioni, salta subito agli occhi la superficialità dei rapporti umani. Riassumendo: è facile fare conoscenza e davvero arduo fare amicizia».

Molti i giovani, ma anche adulti che decidono di andare via dall’Italia. Che possibilità ci sono in Provenza per loro dal punto di vista lavorativo?

«Lavoro dal 2007 come traduttrice freelance e interagisco soprattutto con paesi di lingua tedesca e inglese, per cui non sono ferratissima in materia, ma direi che ad Aix l’economia è abbastanza dinamica – in questo momento si parla di ripresa in tutta la Francia – in particolare nei settori IT e turismo. Ci sono molte aziende che hanno contatti con il nostro Paese e l’italiano è una lingua richiesta, a patto però di conoscere bene il francese. Per alcuni profili molto specializzati il francese è “meno” indispensabile – ingegneri/fisici e tutte le professioni altamente specializzate. Vicino ad Aix-en-Provence si è sviluppato un progetto internazionale che si propone di realizzare un reattore a fusione nucleare di tipo sperimentale (ITER) e che attira ricercatori da tutto il mondo. Poi c’è Airbus Helicopters – l’azienda in cui lavora mio marito – un serbatoio non indifferente per l’economia regionale; una realtà attualmente in crisi e in fase di stallo per quanto riguarda le assunzioni.

Vorrei segnalare inoltre la possibilità di insegnare nelle scuole pubbliche in qualità di supplenti (enseignant contractuel), anche per periodi lunghi con contratti a tempo determinato. Non è necessario avere l’abilitazione all’insegnamento francese (il CAPES); si deve possedere un titolo di studio congruo, un’ottima conoscenza del francese (livello C1), quindi far riconoscere la laurea italiana da ENIC NARIC e candidarsi sul sito SIATEN. Vista la penuria di insegnanti e il forte assenteismo che affligge la scuola pubblica francese, la possibilità di essere contattati molto rapidamente per un colloquio e incarico è davvero alta. Pensate a me è successo dopo soli due giorni. Unico inconveniente: spesso si tratta di scuole ubicate in quartieri difficili».

Hai tre meravigliosi figli. Come è stato crescere dei bambini all’estero?

«In Francia la politica familiare è molto radicata, per cui sarei un’ingrata se dicessi che crescere i figli in questo Paese è oggettivamente difficile. Se invece ci spostiamo dalla sfera pratica a quella psicosociale, il discorso cambia. Essere genitori all’estero è una sfida per tre motivi. Il primo è il conflitto tra la cultura di origine e cultura del Paese ospitante, italiani e francesi hanno modi diametralmente opposti di educare i figli. Poi un senso di frustrazione linguistica, i pargoli imparano sì l’italiano/il tedesco, ma non come dei madrelingua. Infine l’insofferenza nei confronti di un sistema scolastico rigido e arido. Ma crescere la prole all’estero può essere anche stimolante per gli stessi motivi accennati sopra; insomma, dipende dai punti di vista. È indispensabile trovare un compromesso tra i valori che vorremmo trasmettere noi genitori e quelli del Paese in cui si vive. Io lo trovo, a giorni alterni».

Sei una traduttrice freelance e hai aperto anche un Blog, – Quassù e Laggiù – in cui racconti la tua esperienza da expat. Parlaci di questo tuo spazio virtuale.

«Sono traduttrice freelance dal 2007 e ringrazio questo lavoro per vari motivi: la libertà, il fatto di poter usare più lingue e – soprattutto – imparare ogni giorno cose nuove. È anche grazie alla mia professione che ho potuto dedicarmi al blog, aperto nel 2015. Allora stavo vivendo una “crisi di mezzo espatrio” ben descritta in questo delirante, autoironico e veritiero post. Ho iniziato a scrivere le mie impressioni sulla cultura dei Paesi della mia vita (Italia, Francia e Germania) e il fatto di mettere tutto nero su bianco mi ha aiutato molto a relativizzare. Inoltre, grazie al blog ho conosciuto persone straordinarie che si trovano nella mia stessa situazione, expat di lungo corso, spesso in crisi di identità, o connazionali che sognano un futuro migliore lontano dall’Italia».

Hai anche autopubblicato un eBook, “Via da Qui, storie di gente che cerca un posto in cui stare. In Italia. All’estero. O dentro di sé”. Cosa racconti nel libro?

«È una raccolta di racconti brevissimi, ironici, divertenti, tragici, drammatici, surreali, di forte ispirazione autobiografica. Un ritratto a tinte vivacissime – si passa dal rosa al nero, con virate sul giallo – sulla mia vita di emigrante, mamma, moglie, amica, e sulle persone incontrate in tutti questi anni all’estero».

Che consigli daresti a chi, come te, sta pensando di vivere all’estero o di cambiare vita?

«Consiglierei di informarsi bene prima ma di non chiedere troppi pareri a destra e manca. Oggi con internet è semplice ottenere informazioni, ma è altrettanto facile confondersi le idee tra gruppi Facebook, blog e altre fonti virtuali. Come sappiamo, i social sono una vetrina, e molti amano farsi belli. La cosa migliore è fare un breve sopralluogo e sentire cosa ci ispira il posto. Insomma: programmare bene, informarsi meglio, fidarsi del proprio istinto soprattutto. Infine, un suggerimento banale: imparare la lingua prima di partire – dopo si è presi da mille cose e il tempo scorre a una velocità folle tra pratiche burocratiche, questioni logistiche e fase di “ambientamento papillo-gustativo”».

Nel tuo blog parli spesso dell’Umbria e di quanto ti manca l’Italia. Ci torneresti a vivere stabilmente?

«Sì, dell’Italia mi manca soprattutto la vivacità e l’immediatezza delle persone. I miei primi anni all’estero sono stati ricchissimi di eventi, scoperte e avventure, e la nostalgia era davvero l’ultimo dei miei sentimenti. Ho iniziato a prendere in considerazione l’idea di tornare circa 6-7 anni fa, magari senza tagliare i ponti con la Francia. Abbiamo 3 figli cresciuti qui e l’idea di strapparli alle loro radici ci fa paura. Dell’Umbria in particolare, oltre ai familiari e agli amici, mi manca una certa qualità di vita legata alle piccole cose: la pizza in comitiva a pochi euro, la gita fuori porta non programmata, la vicina che si ferma a scambiare quattro chiacchiere, l’arte ovunque e sempre, anche nel modo di preparare un cappuccino!».

Quali sono i tuoi progetti per il futuro?

«Mi piacerebbe poter vivere un po’ in Provenza e un po’ in Umbria, sempre lavorando come freelance e approfittando della grande fortuna della nostra epoca: i viaggi low cost e internet! E vorrei pubblicare un libro di vignette e sketch sulla mia vita d’expat. Amo disegnare e descrivere in modo umoristico gli episodi legati alla mia vita di mamma e italiana all’estero. Inoltre mi piace molto interagire con i connazionali che desiderano tentare l’avventura all’estero, proprio come feci io tanti anni fa, con una valigia rosa confetto e una voglia pazzesca di scoprire il mondo».

Per contattare Barbara Miliacca, dunque, questo i suoi siti:

www.barbaramiliacca-translations.com e

www.quassuelaggiu.blogspot.fr.

Questa la sua pagina Facebook:

www.facebook.com/quassuelaggiu

L’ebook di Barbara:

Via da Qui: storie di vita all’estero