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VIVERE IN SPAGNA: LA NUOVA PASSIONE DEGLI ITALIANI

14/7/2010



A registrare il trend, Claudia Cucchiarato, nel suo libro Vivo Altrove- Giovani e senza radici: gli emigranti italiani di oggi- pubblicato di recente da Bruno Mondadori (www.vivoaltrove.it).

Vivo altrove

Secondo la giornalista, nata a Treviso nel ’79, che vive a Barcellona da cinque anni, scrive per l’Unità, la Repubblica e la Vanguardia - da qualche anno la Spagna, soprattutto Barcellona, va di moda tra i nostri connazionali di età compresa tra i venticinque e i trentacinque anni. “Secondo le rilevazioni dell’AIRE (Anagrafe degli Italiani residenti all’estero) - si legge nel libro- dei circa quattro milioni di italiani residenti all’estero, solo poco più di 85.000 vivono in Spagna.
In termini assoluti, questo Paese si classifica al dodicesimo posto nella lista dei più popolati dai nostri connazionali. Ciò nonostante, una lettura prospettica dei dati permette di estrapolare una tendenza unica e interessante. E cioè che la Spagna ha vissuto negli ultimi dieci anni un boom di immigrazione italiana. Un fenomeno di massa che riguarda soprattutto i giovani e che, in proporzione, non ha paragoni in nessun altro stato del mondo”.

Claudia Cucchiarato

E tutto questo- scrive la giornalista- ben prima che il film Vicky Cristina Barcelona, con cui Woody Allen ha stregato mezzo mondo, mostrasse l’impennata di popolarità della penisola iberica. Lo dimostrano anche alcuni spot (esistono esempi di pubblicità che associano la Spagna alla “felicità” stessa), i flussi aerei (quasi tutti gli aeroporti italiani offrono quotidianamente voli diretti a prezzi stracciati per Barcellona e Madrid), le tendenze del turismo e i sondaggi dei progetti europei Erasmus e Leonardo”.
Il motivo storico dell’amore degli italiani per la Spagna, per la Cucchiarato, è la vicinanza: geografica, culturale, linguistica e gastronomica. Chi emigra in Spagna si sente “un po’ come a casa”. Non avverte le difficoltà che in altri Paesi si possono riscontrare nella comprensione della lingua, nella lunghezza e nel costo del viaggio per far visita alla famiglia a Pasqua o a Natale, nella distanza culturale e sociale.
“L’analisi dei dati – si legge - che offrono vari studi, come quelli della Fondazione Migrantes della Caritas (Rapporto Italiani nel Mondo 2008) o dell’
Eurispes (Rapporto sui giovani italiani all’estero, del 2006), che citano le cifre dell’AIRE, indicano una precisa tendenza a vedere la Spagna come un Paese invitante, dinamico e, nonostante la crisi economico-finanziaria che l’ha sconvolto dall’autunno del 2008, ancora promettente, soprattutto dal punto di vista delle politiche sociali”.

Ramblas Barcellona

A sostegno di questa tesi, il Rapporto Almalaurea 2008, per il quale « la maggior parte dei giovani tra i venticinque e i trentacinque anni risiedono nei Paesi più “attraenti” d’Europa: nel Regno Unito (preferito dal 19,2% dei migranti), in Francia (12,6%) e in Spagna (11,4%)”.
In sintesi, dopo i due must dell’emigrazione giovane di sempre, la Spagna si colloca nel 2008 sul podio con un insospettato terzo posto tra i Paesi presi di mira dai nostri laureati, superando anche gli Stati Uniti e la Germania. È un dato nuovo e interessante questo, perché fino alla fine degli anni ottanta la penisola iberica era considerata una nazione di serie B, non abbastanza sviluppata a livello economico e sociale per accogliere le nostre giovani promesse.
“Negli ultimi vent’anni- scrive Claudia Cucchiarato- il Paese governato da Zapatero si è trasformato in una specie di “terra promessa”, come conferma anche Irene Tinagli nel libro di successo Talento da svendere. All’avanguardia nelle riforme sociali, culturali e politiche, la Spagna ha vissuto un boom economico, fisiologico dopo la fine del franchismo, che l’ha resa interessante non più solo per i turisti (in costante aumento), i ristoratori (onnipresenti) o gli studenti Erasmus (gli universitari italiani prediligono fra tutti i paesi proprio la Spagna), ma anche per i ricercatori e i lavoratori altamente specializzati.
E infatti, anche la Tinagli (nata a Empoli nel 1977 e laureatasi alla Bocconi nel 1998, un nome conosciuto a tutti quanti in Italia si sono occupati di mobilità sociale, opportunità lavorative e cervelli in fuga), dopo aver sbarcato il lunario come ricercatrice in Public Policy presso la Carnegie Mellon University di Pittsburgh, dall’estate del 2009 è docente di Economia delle Imprese all’Università Carlos III di Madrid”.

Vivere a Madrid

E ci sono quelli che tornano dalla Spagna, facendo un percorso inverso? “Certo, molti vorrebbero tornare e in tanti lo fanno- chiarisce- Il problema è che non sono la maggioranza, sono di più quelli che all'estero scoprono che stanno meglio e di tornare non hanno voglia. Quelli che invece vorrebbero farlo vedono che quelli che sono tornati prima di loro non sono stati accolti a braccia aperte, anzi spesso vengono trattati peggio di come li trattavano prima di partire (spesso si devono togliere voci nel curriculum per trovare lavoro in Italia dopo un'esperienza all'estero), e questa situazione paradossale non aiuta a progettare un eventuale ritorno”. Lei, per esempio, non pensa di lasciare la Spagna. “Per ora- rimarca- non ne ho intenzione e credo che non mi convenga. Io sono un po' diversa dalla maggior parte delle persone che ho intervistato: arrivata a Barcellona non mi sono più mossa, ho trovato quello che cercavo al primo tentativo. Ho un fidanzato catalano, una casa e un lavoro che mi piace. Dovrebbero cambiare troppe cose affinché decidessi di tornare. Se potessi mandare un messaggio al Governo Berlusconi? Beh, direi che sarebbe ora di iniziare a prendere in considerazione il fenomeno dei giovani italiani all'estero, iniziare ad occuparsi di loro anche solo per sapere quanti sono e dove stanno. Non esistono dati e quindi queste persone non esistono, sono abbandonate letteralmente a se stesse. Eppure sono un bene prezioso per l'Italia, promuovono il Made In Italy, sono talenti che nessuno ascolta, ma che per il loro Paese fanno moltissimo”.

Santander, Cantabria

Claudia Cucchiarato, però, aggiunge che nessun Governo si è mai speso tanto per risolvere questo problema. Il centrosinistra? “Poco o nulla- risponde- Non è una questione di colore politico, i giovani se ne sono andati in modo costante negli ultimi dieci anni, qualsiasi fosse l’Esecutivo. Esistono progetti, come il Columbus promosso da Prodi, per favorire i ritorni, ma sono ancora molto in alto mare, purtroppo. La Spagna ha vinto i Mondiali con una squadra di giovani. La Spagna è un Paese che sui giovani punta moltissimo e li incoraggia: è in assoluto la terra che esporta meno laureati in Europa (l'Italia è il primo). Ciò nonostante, la crisi si sta abbattendo anche qui soprattutto sui più giovani, per questo in tanti sono in questo momento disoccupati, i famosi "ni-ni". Tanto per citarne un esempio, “da due anni- fa sapere- il Governo paga 200 euro a chi ha meno di 30 anni e vive in affitto fuori casa dei genitori. Ci sono sovvenzioni per le madri giovani, per chi non ha lavoro, per chi lo cerca: organismi e fondazioni che fanno rete e un lavoro, se c'è, lo trovano”. E questo anche se sta aumentando la disoccupazione. “Ma per tutti-dice- non solo per i giovani, anzi, sono soprattutto i giovani immigrati quelli che soffrono, quelli che non hanno studiato, che lavoravano nell'edilizia. Chi ha una laurea oggi in Spagna può ancora trovare lavoro e non se ne va.

Leon Spagna

Ma chi molla il Belpaese e perché lo si fa? “Una ricerca del consorzio universitario Almalaurea- scrive la giornalista- rivela che nell’ultimo decennio si è triplicato il numero di giovani italiani che nei cinque anni successivi alla laurea – soprattutto nei rami letterario, linguistico, ingegneristico ed economico – si trasferiscono all’estero per cercare lavoro. E oltre la metà ritiene molto improbabile, se non quasi impossibile, il rientro in patria. Le motivazioni sono diverse, vanno dall’effettivo coronamento del sogno lavorativo, al fidanzamento o, per una parte molto significativa dei casi, alla volontà di non tonare indietro e di mettere il maggior numero di chilometri possibile tra sé e la casa paterna”.
Quest’ultimo elemento, chiarisce Cucchiarato, è stato analizzato dal primo
Rapporto comparativo tra famiglie, lavoro e reti sociali in Europa, curato da Chiara Saraceno, Manuela Olagnero e Paola Torrioni, e pubblicato a gennaio del 2010. «In Italia gran parte del welfare è affidato alle famiglie e gran parte delle famiglie non può permettersi di sostenere le spese di un figlio fuori di casa. Altrove, come nel Nord Europa, dove le borse di studio vengono assegnate in modo più ampio e con criteri diversi e dove esiste un vero welfare per i giovani, è considerato anomalo che un ragazzo resti in famiglia».

L’analisi delle tre ricercatrici viene confermata dai dati dell’ISAE (l’Istituto di Studi e Analisi Economica) che dimostrano come un lavoro, anche precario o a tempo parziale, sia alla base della scelta di lasciare il nido in tutta Europa.
L’espatrio avviene perché di solito si guadagna di più: in media 2078 euro contro i 1332 di chi rimane in Italia. Uno scarto sufficientemente eloquente, che dovrebbe far scattare più di un campanello di allarme nel sistema industriale e sociale italiano. Ma che purtroppo finora non ha avuto alcun effetto sulle politiche di inserimento lavorativo o nell’incentivo all’assunzione di neolaureati.
La giornalista riporta anche quanto scrive Andrea Cammelli nell’
XI Rapporto sulla condizione occupazionale dei laureati, elaborato nel mese di marzo del 2009. “Fra le criticità che contraddistinguono il nostro Paese, ci sono il basso livello di risorse destinate all’istruzione, l’insufficiente spesa per ricerca e sviluppo, l’inefficienza che spesso accompagna l’uno e l’altro, la ridotta presenza di capitale umano di alto livello nella popolazione (non solo nelle classi di età più avanzata, ma anche in quelle giovanili), il prevalere di piccole e piccolissime imprese in difficoltà a sopportare i costi di personale con titoli di studio universitari e così anche la loro limitata capacità a competere sui mercati internazionali”.

Plaza de Espana

Ma cerchiamo di sapere qualcosa di più su questi nuovi migranti. Il libro della Cucchiarato, che raccoglie le loro storie, ce li descrive. “Non hanno la valigia di cartone, sono ben diversi dai protagonisti del grande esodo a cavallo tra Ottocento e Novecento e non vedono l’espatrio come obbligo. E’ una scelta. Sono cervelli in fuga, ma non solo. Sono persone che partono per dimenticare, per lasciarsi alle spalle un Paese che sta stretto, che non piace. Si tratta di gente che vorrebbe cambiare l’Italia, ma non sa come fare e non sa se potrà farlo in futuro. E quindi cambia paese, se ne va alla ricerca di maggiori stimoli o di un’alternativa. Di qui un dato che impressiona: Lo Stivale è uno degli Stati occidentali più colpiti dall’esodo dei giovani talenti. “Si dice colpito, non beneficiato-scrive la freelance- perché esporta in dosi massicce e importa in misura infinitamente inferiore”.

Ma una volta trasferiti, cosa fanno i neo migranti? Per la giornalista, non è detto che all’estero tutti diventino ricercatori, dirigenti, professionisti affermati. Ci sono anche quelli che con una laurea, un master e un dottorato nel curriculum, finiscano a fare i camerieri, i commessi o gli impiegati in un call center. Poi magari si fonda un’impresa, un ristorante, un bar che serve spritz o un negozio di antiquariato. Ma anche no. “Il futuro- scrive l’autrice- nella stragrande maggioranza delle storie raccolte in questo volume, è un tempo che si coniuga nell’incertezza”.

In tutti i casi, i neo migranti italiani, per l’autrice, sembrano stanchi di aspettare che il loro Paese cambi. L’Italia appare come una terra immobile. E loro? Sono inquieti, non si accontentano di arrivare in ritardo, prendere posto in una fila che non si muove mai. Piuttosto, a caratterizzarli, c’è la convinzione di poter contare su un futuro migliore rispetto a chi è rimasto. “Nessuno- scrive la freelance- pensa ad un rimpatrio imminente. Pochi saprebbero elencare le condizioni grazie alle quali farebbero finalmente ritorno. Infine, quasi nessuno si pente di aver varcato la frontiere italiana, anche se in alcuni casi si sente incompreso, o addirittura criticato, da chi non ha fatto la stessa scelta. Sono protagonisti di un nuovo tipo di fenomeno migratorio, differente da quelli che hanno caratterizzato la fine del XIX secolo e il secolo scorso. Ed è il più difficile da quantificare e stimare. Non tutti sono talenti- o almeno non da subito- ma sono, tutti, una risorsa che l’Italia si lascia scappare, perché sa demoralizzare come pochi altri Paesi il suo patrimonio più prezioso”.

Cinzia Ficco

 







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