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QUANDO LA FLESSIBILITÀ È UN BENE E QUANDO NON LO È!

25/7/2011



Ci sono alcuni tipi di cambiamento per cui è assolutamente indispensabile, oltre che utilissimo, possedere un ottimo spirito di adattamento, in modo da riuscire a trasformare un imprevisto negativo in una opportunità positiva.

E’ anche vero però che ce ne sono degli altri per i quali essere flessibili, adattarsi a ciò che è cambiato (e cambiato in peggio), significa inevitabilmente rassegnarsi e rimanere in situazioni che non si sentono più come proprie. In questo secondo caso è di vitale importanza avere la prontezza per fare una virata netta, costi quel che costi, passando dallo stato del liquido che assume la forma del proprio contenitore a quello di solido che schiacci, con un colpo ben assestato, la situazione in cui non ci si rispecchia più.

Flessibilità

Riuscire a distinguere tra i cambiamenti del primo tipo e quelli del secondo, non è un’impresa facile, ma é un lavoro indispensabile per cominciare a vivere la propria esistenza da protagonisti e non da attori di riserva!

E’ ovvio che se un esame va male o una persona che amiamo moltissimo ci lascia, cercare di essere flessibili e di adattarci al cambiamento, è una scelta che va promossa a pieni voti; ma quando il profumo della nostra casa non ci dà più la stessa emozione, quando il nostro lavoro non ci appaga come prima, quando ciò che un tempo aveva un valore diventa opaco, quando insomma il cambiamento avviene dentro di noi, è qualcosa che si è spezzato dall’interno, è evidente che continuare a tollerare e a dimostrarsi flessibili (magari sperando che tutto ritorni com’era prima), è solo una scusa per evitare di affrontare il presente, ed é uno spreco di tempo che lascia in stand-by la propria esistenza.

La capacità di adattamento è una preziosa risorsa, ma può diventare anche un grande limite, se non la si usa nel modo giusto, se la si “impiega” per sopportare situazioni arrivate al capolinea, per rimanere dove e come si è, e tutto ciò per paura di lanciarsi o, peggio ancora, per la pigrizia di dovere ricominciare da capo.

Nessuno è in grado di prevedere il corso che prenderà la propria vita, e per quanto si provi a pianificarla, fortunatamente resta soggetta all’imprevisto, come i cieli irlandesi lo sono ai temporali o le terre del Mississippi agli uragani. La mia, ad esempio, è cominciata da brillante legale e sta continuando come soddisfattissima insegnate d’inglese per bambini; ciò che bisogna aver cura di non fare mai è di rinnegarla (la vita naturalmente), nascondendo i propri timori dietro il pretesto della flessibilità!

Se è vero che vi sono dei casi in cui lo spirito di adattamento apre le porte ad un reale e benefico cambiamento, altre volte esso non fa che provocare una paralisi molto pericolosa del proprio spirito di intraprendenza e di libertà. Farò un esempio forse sciocco, ma spero che non me ne vorrete per questo, mio nonno ha scoperto di avere un’ernia del disco solo alla tarda età di ottantaquattro anni, quando ormai calcificata gli ha praticamente impedito di camminare, in realtà l’aveva da oltre trent’anni, ma i meccanismi di adattamento del suo corpo gli avevano impedito di accorgersene. Si potrebbe pensare che si sia trattato di un’eccezione, ma in realtà non è così, il 30% della popolazione infatti soffre di questo problema, ma solo il 10% se ne accorge prima che il danno diventi quasi irreversibile, l’altro 20%, semplicemente, si adatta e convive con qualcosa che alla lunga nuocerà parecchio alla propria salute. Come accade per la colonna vertebrale, così succede anche con gli imprevisti e i cambiamenti della vita!

Ciò che intendo dire è che in alcuni casi, quando proprio non si riesce a digerire qualcosa, magari proprio quella cosa che prima appassionava tantissimo, è perché ci si trova di fronte a un cambiamento che va visto come un campanello d’allarme, come un avvertimento o un SOS. Mi riferisco a situazioni come un cambio di prospettiva nei confronti del proprio lavoro, che adesso sembra massacrante o rende il suono della sveglia ogni giorno più forte; oppure un mutamento del proprio modo di intendere la vita, che prima era comoda come una tuta elasticizzata e d’improvviso sta stretta e sembra sgualcita; un cambiamento di gusti per la propria città che non si trova più bella e vivibile più come prima. Si può anche pensare a “una valigia di sogni” (come direbbe la cantante), che un tempo era sempre accanto alla porta, pronta per nuove partenze, ed è finita in soffitta per fare spazio ad una rassicurante ordinarietà; ai propri occhi che diventano sempre più gonfi o cerchiati, e a quell’idea che passa per la mente all’improvviso, ogni giorno, tornando a casa, di lanciare un urlo a squarciagola, e che solo qualche anno prima sarebbe sembrata folle.

Adattarsi è un bene, solo quando è la vita ad esigerlo, ma è altrettanto giusto impuntarsi e anche ribellarsi quando invece il cambiamento prende forma da una trasformazione personale o quando il tempo ha fatto dimenticare chi si è o rinunciare a chi si vuol essere.

In effetti, in tutti i casi si tratta sempre di superare i propri limiti, talvolta tollerando l’inevitabile, altre volte reagendo contro ciò che a pieno diritto bisogna respingere.

Come diceva Reinhold Niebuhr, vi sono cambiamenti che la vita impone senza darci il potere di opporci, ed in quel caso, la migliore abilità dell’uomo è proprio la sua capacità di adattarsi con profitto e furbizia, se così possiamo dire, affinando le sue doti di flessibilità, tolleranza e di pazienza. Vi sono altre circostanze, al contrario, cambiamenti, ai quali non solo possiamo ma dobbiamo opporci, perché ne va della nostra stessa felicità. In quest’ultimo caso adattarsi sarebbe solo indice di pigrizia (o di paura), e perciò la scelta peggiore che si possa fare. E’ in questi momenti che bisogna trovare il coraggio dell’inflessibilità, anche se è difficile.

Mariarosa Rao

http://nelmezzodelcammino.over-blog.com/

raod@tiscali.it


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